Qual è il modo migliore per costruire l’autostima?

Se c’è una cosa che Gustavo Tentativo non ha mai avuto, è l’autostima. O meglio, ne aveva una, ma l’aveva dimenticata sull’autobus numero 42 nell’ottobre del 2018 e da allora non era più passata all’ufficio oggetti smarriti per reclamarla.

Una mattina, scrollando il feed del suo telefono mentre il caffè tracimava allegramente dalla moka sui fornelli puliti, Gustavo si imbatté nel prompt giornaliero di un famoso blog: “Qual è il modo migliore per costruire l’autostima?”. Sotto la domanda, c’era un’infografica motivazionale. Mostrava una scala fatta di mattoni colorati: Piccoli Obiettivi, Autoaccettazione, Apprezzamento di Sé e, in cima, la gloriosa Autostima, con tanto di omino sorridente e stella brillante sulla testa.

“Sembra facile”, pensò Gustavo, asciugando il caffè con la bolletta della luce. “Oggi diventerò quell’omino. Cosa potrebbe mai andare storto?”

Il significato profondo dell’autostima: non è non cadere mai, ma sorridere mentre si precipita.

Fase 1: I Piccoli Obiettivi (e le Grandi Catastrofi)

Il manuale online parlava chiaro: per iniziare a scalare la piramide della fiducia in se stessi, bisognava partire da traguardi minuscoli, facilmente raggiungibili.

Gustavo si guardò intorno. Il suo primo “Piccolo Obiettivo” sarebbe stato innaffiare il ficus Benjamin in salotto. Prese l’innaffiatoio, si avvicinò alla pianta con la determinazione di uno scalatore dell’Everest e iniziò a versare. Purtroppo, la sua mente era così concentrata sull’essere fiero di sé che non si accorse di aver mirato al vaso sbagliato. O meglio, al router del Wi-Fi.

L’apparecchio emise un debole “bzzzt” prima di spegnersi per sempre.

“Obiettivo raggiunto”, si disse Gustavo, guardando la pozzanghera sul mobile. “Ho eliminato le distrazioni digitali. Questa è proattività!” L’autostima segnò un incoraggiante +1.

Raggiungere i propri “Piccoli Obiettivi” richiede precisione. O almeno, un buon elettricista.

Fase 2: L’Autoaccettazione davanti allo Specchio

Il secondo gradino era l’Autoaccettazione. L’articolo suggeriva di guardarsi allo specchio, trovare i propri difetti e abbracciarli. Gustavo andò in bagno, accese la luce al neon che non perdonava nemmeno un poro, e si fissò.

Notò l’attaccatura dei capelli che indietreggiava come un esercito in rotta. Notò le occhiaie di chi passa la notte a chiedersi se i pinguini abbiano le ginocchia. Notò una macchia di dentifricio sulla maglietta che risaliva a martedì scorso.

“Io mi accetto”, declamò con voce stentorea, cercando di imitare un motivatore americano. “Accetto di essere un disastro ambulante. Accetto che la mia camicia preferita mi faccia sembrare un divano degli anni ’70. Accetto che il gatto del vicino mi guardi con superiorità!”

Curiosamente, funzionò. Ammettere di essere un caso disperato gli tolse un peso enorme dallo stomaco. Se non c’era speranza di perfezione, non c’era nemmeno l’ansia di doverla raggiungere.

Fase 3: L’Apprezzamento di Sé al Bar Pasticceria

Una volta accettato il proprio essere caotico, Gustavo passò all’Apprezzamento di Sé. “Premiati”, diceva il blog. “Trattati come tratteresti un re”.

Gustavo scese in strada e si diresse verso la pasticceria più costosa del quartiere. Ordinò un croissant al pistacchio di Bronte guarnito con polvere di fata (o almeno così giustificò il prezzo di cinque euro) e un cappuccino con la schiuma a forma di cigno.

Uscì dal locale sentendosi invincibile. Fece un passo sul marciapiede, il petto in fuori, il croissant sollevato come un trofeo. In quel preciso istante, un piccione in picchiata, probabilmente addestrato dai servizi segreti, gli piombò sulla mano. Nel panico, Gustavo lanciò il croissant in aria, che ricadde perfettamente nel cappello a cilindro di un artista di strada.

L’artista lo ringraziò calorosamente per la generosa mancia gastronomica.

L’Apprezzamento di Sé a volte significa apprezzare la felicità altrui (soprattutto quella dei piccioni).

La Vetta dell’Autostima

Tornato a casa, senza Wi-Fi e senza colazione, Gustavo si sedette sul divano. Ripensò all’infografica.

Aveva distrutto l’internet domestico? Sì. Aveva insultato se stesso davanti allo specchio? Sì. Aveva nutrito un artista di strada al prezzo di cinque euro contro la sua volontà? Decisamente sì.

Eppure, iniziò a ridere. Rideva così forte che il gatto del vicino, affacciato alla finestra, lo guardò con un briciolo di rispetto in più. Gustavo si rese conto che il modo migliore per costruire l’autostima non era diventare l’omino perfetto dell’infografica, con le mani sui fianchi e la posa da supereroe.

Il modo migliore per costruire l’autostima era sopravvivere a se stessi ogni singolo giorno, senza prendersi troppo sul serio. E se la scala era scivolosa e i mattoni traballavano… beh, l’importante era godersi il panorama mentre si ruzzolava giù.

Gustavo Tentativo aveva finalmente trovato la sua autostima. Era ammaccata, confusa e odorava leggermente di router bruciato. Ma era la sua, e gli andava benissimo così.

Pubblicità