23 Aprile: In memoria di Oscar

OSCAR: UN AMORE OLTRE IL TEMPO

I ricordi di una vita insieme

Mancavano solo otto giorni al tuo quindicesimo compleanno. Eri il mio primo figlio: Oscar, il mio gatto bianconero. Un felino principesco. Ti chiamai Oscar perché era il nome di un personaggio furfante e simpatico di una telenovela tedesca, Alisa – Segui il tuo cuore. Prendevi la mira e saltavi sulla spalla di un omone alto 1,87 m.

Eri un gatto ladro: rubavi la spugnetta verde e gialla, quella per strofinare i piatti sporchi. Eri il “killer dei fili”: con i tuoi denti aguzzi spezzasti caricabatterie di smartphone e fili delle casse grandi dello stereo. Ti affilavi le unghie su tutte le mie scarpe. Il prosciutto cotto era la tua leccornia preferita ed eri un vero trangugiatore di tonno. Ti leccavi i baffi di piacere dopo ogni pasto a base di carne. Sei stato il mio primo amico felino; con me sei venuto fino al Nord.

IL PICCOLO LADRO DI SPUGNETTE

L’ombra della malattia

Gli anni sono passati ed eri diventato un gatto anziano e paffuto. Lo stress della mia vita mi ha reso cieco: non ho visto che eri dimagrito e che volevi sempre bere tanto latte. Erano i segnali dell’insufficienza renale. A Pasqua eri mogio e privo di forze. Poi la corsa dal veterinario, le flebo e la speranza di una tua ripresa.

A casa ti sdraiavi davanti alle ciotole dell’acqua e dei croccantini. Volevi bere, ma niente: pochi sorsi e ti mettevi a terra, esausto. Mercoledì scorso c’è stato di nuovo il ricovero e oggi la decisione più dolorosa. “Eutanasia” è una parola dura per chi deve scegliere di autorizzare il veterinario a praticarla per il proprio figlio, che il primo maggio avrebbe compiuto quindici anni.

COMPAGNI DI VITA PER SEMPRE

L’ultimo addio e la promessa

Ti ho visto spegnerti e poi diventare rigido. Ti ho accarezzato facendoti la promessa che sarei diventato un uomo migliore. I sensi di colpa mi rodono come un esercito di tarli corrode una quercia. Se avessi avuto un lavoro migliore, avrei potuto farti ricoverare in una clinica specialistica super attrezzata; chissà, forse ora saresti ancora in vita.

Eppure, le malattie uccidono sia gli uomini ricchi sia i loro amici a quattro zampe; certe malattie sconfiggono anche un portafoglio gonfio di miliardi. Io so cos’è il dolore: quel dolore ossessivo e lancinante che non ti dà tregua. Preferirei una morte dolce piuttosto che vivere giorni lenti, torturati da un dolore boia e continuo. Vorrei per me l’eutanasia.

La scelta dura è decidere di dare la “morte dolce” al tuo amato gatto. La ragione mi dice che ho fatto la scelta giusta, ma il cuore voleva ancora vicino a sé il suo amico, con cui ha condiviso la vita per quasi quindici lunghi e intensi anni. Grazie Oscar. Ho cercato di essere un buon amico umano; certamente ho commesso degli sbagli, ma ti ho amato di un amore vero e genuino.

Perché leggere 30 minuti al giorno è (quasi) meglio del sesso: la crociata antiscroll di Davide Racconto

Il signor Davide Racconto non era un uomo comune. D’altronde, con un cognome del genere, il destino gli aveva già tracciato la strada. Mentre i suoi coetanei, da bambini, si sbucciavano le ginocchia rincorrendo un pallone, il piccolo Davide sedeva in un angolo, con gli occhi sgranati, a divorare le favole di Esopo.

Mentre gli altri imparavano le parolacce, lui analizzava le dinamiche socio-economiche tra la cicala e la formica. Era, a tutti gli effetti, un lettore tenace. Un agonista della pagina stampata.


“Invece di scrollare… leggi!” – Il manifesto di Davide.


Oggi, Davide combatte una guerra personale contro il più grande nemico dell’umanità moderna: l’atrofia cerebrale da scrolling compulsivo. Una domenica pomeriggio, indossata la sua uniforme da battaglia — una felpa di pile grigia, spessa e incredibilmente morbida — decise di usare l’arma del nemico contro il nemico stesso.

Registrò un video semplice ma potente: «Ciao. Invece di scrollare il cellulare… leggi un bel libro! Fa bene al cervello e anche al cuore. Un bacio… dal vostro Davide».

Ma quello che Davide non disse nel video era la sua tesi più ardita: Leggere è piacevole quanto il sesso. Anzi, a volte è decisamente meglio. Davide sosteneva che i preliminari ci sono tutti: annusare il profumo della carta, sfogliare le prime pagine, testare il ritmo. E soprattutto, un libro non ti giudicherà mai se ti addormenti a metà del capitolo!

Secondo lui, un colpo di scena è paragonabile a un orgasmo multiplo per la corteccia cerebrale. C’è un’intimità profonda nel farsi penetrare la mente da idee nuove, senza l’ansia da prestazione dei tempi moderni.


L’estasi dei trenta minuti di lettura quotidiana.


La sua ricetta medica per salvare l’umanità è semplice: Trenta minuti al giorno. Solo trenta maledettissimi minuti! È meno del tempo che passate a guardare video di gente che frigge formaggio su TikTok. Mezz’ora di lettura è sufficiente per riattivare i neuroni e rendervi persone con cui è finalmente piacevole parlare a cena.

Dopo aver pubblicato il suo video, Davide mise il telefono in modalità aereo e lo lanciò sul divano come se fosse un oggetto radioattivo. Si sistemò sulla poltrona, aprì un vecchio libro e aspirò il profumo della carta. La giornata era appena iniziata, ed era tempo di darsi alla pazza gioia. Iniziò il primo capitolo, pronto per l’estasi.

🤔 Domande Frequenti (e molto ironiche)

D: Se leggo un libro di 500 pagine, vale come una sessione di cardio in palestra?
R: Solo se il libro è un mattone russo dell’800 e lo sollevi sopra la testa ogni volta che giri pagina. In quel caso, tonifichi bicipiti e intelletto contemporaneamente.

D: Davide, ma se il libro è noioso posso fare “swipe” verso destra per passare al capitolo successivo?
R: No, lo “swipe” sulle pagine di carta tende a produrre solo tagli fastidiosi sui polpastrelli. Se il libro è noioso, hai il diritto divino di mollarlo. Un libro non ti manderà mai un messaggio passivo-aggressivo chiedendoti perché non rispondi più ai suoi stimoli.

D: È obbligatorio indossare la felpa di pile grigia per capire Esopo?
R: Non è obbligatorio, ma è scientificamente provato che il pile aumenta la capacità di assorbimento delle metafore del 42%. Inoltre, ti rende immune alle critiche di chi preferisce lo scrolling selvaggio.

D: 30 minuti di lettura al giorno… e se poi ci prendo gusto e arrivo a un’ora? Rischio l’overdose di cultura?
R: Il rischio esiste. I sintomi includono: l’uso di congiuntivi corretti, una drastica riduzione della voglia di litigare nei commenti su Facebook e la strana capacità di formulare pensieri complessi senza usare emoji. Consultare il libraio se i sintomi persistono.

D: Ma leggere è davvero meglio del sesso?
R: Diciamo che con un libro non devi preoccuparti di avere il fiato pesante, non devi condividere le coperte e, soprattutto, la trama non ti chiederà mai: “A cosa stai pensando?” proprio sul più bello.

Amedeo e l’Arte di Pulire i Vetri: Tra Libri di Filosofia e Focacce Bollenti

Ode al Bidello Filosofo (e alla Focaccia)

Un’epopea quotidiana tra corridoi e congiuntivi

Amedeo e l’Arte di Pulire i Vetri: Tra Libri di Filosofia e Focacce Bollenti

Si chiama Amedeo, di cognome fa Triste,
un antieroe vero, non da copertine di riviste.
Vive al Nord, dove il freddo ti entra nelle ossa,
ma sogna Napoli e una vita un po’ più “mossa”.

Il suo regno è un corridoio di scuola superiore,
dove combatte i teppisti con scopa e sudore.
Tra un preside “babbeo” che vaga stralunato,
e i gemelli che han rotto il water nel bagno a lato.

C’è Gianna la pazza, collega velenosa,
che urla e comanda, perenne e spinosa.
Lui è il “Gigante Buono”, alto quasi due metri,
che pulisce le scritte e lucida i vetri.

Ma Amedeo ha un segreto, un rifugio dorato,
non è un conto in banca (che è sempre spianato):
lo stipendio è magro, mille euro o poco più,
ma si consola col cibo, che lo tira su!

Ogni sabato sera il rito è sacrale:
impasta la pizza, cibo celestiale.
Salame piccante, mozzarella filante,
per scordare la vita da povero fante.

E se la malinconia si fa troppo sentire,
c’è il Pandoro con la Nutella per non impazzire!
Guida la sua Sofia, una Panda del duemilaotto,
un ufficio su ruote, un rifugio, un salotto.

Lì legge Kundera, sogna di fare lo scrittore,
mentre a casa lo aspetta Windy, il suo unico amore
(amore felino, specifichiamo per favore!).

Vorrebbe essere Rocco, un divo del sesso,
ma finisce a guardare serie TV… ed è lo stesso.
Tra un “Ninoceronte” e un congiuntivo sbagliato,
Amedeo il precario si sente braccato.

Ma in fondo, Amedeo, col tuo naso da pugile rotto,
sei l’unico saggio in questo mondo corrotto.
Preferisci i libri agli smartphone “zombie” della gente,
e sai che la felicità… è una focaccia bollente!

Basato sulle cronache originali di Amedeo.

Quando i timidi esplodono: la vendetta del “Gigante Buono” e il mito della bontà

Qual è la cosa che hai più paura di fare? Cosa ci vorrebbe per convincerti a farlo?

Quando i timidi esplodono: la vendetta del “Gigante Buono” e il mito della bontà

Qual è la cosa che hai più paura di fare? Cosa ci vorrebbe per convincerti a farlo?

Sara raccontava ad Amedeo la storia della sua cagna, Macchia. Un cane da caccia sterilizzato tre mesi fa. Il problema è che Macchia, proprio come i tori della corrida, quando vede rosso è pronta ad abbaiare e mordere qualsiasi cosa: fissa o in movimento. I vicini di Sara hanno indetto un’assemblea straordinaria di condominio con un solo obiettivo: deliberare la cacciata di tutti i cani dal loro palazzo, ironicamente chiamato “Carità”.

Sara vede rosso, proprio come Macchia. È pronta a mordere i vicini che vogliono cacciare i suoi cari amici pelosi. Sara è una ragazza taciturna, una persona che si scusa per ogni piccola cosa. Una ragazza timida e paurosa, al limite dell’ipocondria. Sara è una donna coniglio che scappa di fronte ai pericoli, pericoli che immagina come lupi famelici pronti a sbranarla ogni giorno.

Eppure, la forza di quel sentimento antico che tutto trasforma ha mutato anche lei. L’amore, puro e caldo come il sole di luglio, spingerà Sara a lottare come un gladiatore nell’arena per la sua amata cagnolina.

Il punto di rottura

Attenti al punto di rottura dei timidi. Perché, stufi di essere conigli fifoni, diventano un uragano subitaneo che travolge chiunque.

Prendete Amedeo Triste: il gigante buono, timido come una ragazza vergine al suo primo appuntamento. Un omone che cammina facendo un piccolo passo avanti e tre grandi passi indietro. Un uomo che si scusa di tutto, anche di rubarti l’aria che respira. Ebbene, il mio caro personaggio, pauroso di tutto e tutti, a volte esplode. Come una bomba atomica piovuta dal cielo, Amedeo deflagra.

La paura più grande di Amedeo è proprio questa: essere travolto da un’ira esplosiva capace di disintegrare la sua vita, circoscritta da tante paure limitanti. Amedeo teme di dare un calcione al suo stupido impiego precario di schiavo statale.

Ieri ha visto due presidi babbei che gli sfilavano davanti come due alteri tacchini, pozzi di scienza del nulla. Quanti calci nel culo Amedeo avrebbe assestato ai sederi lardosi di quei dirigenti, gonfi come tacchini padroni del cortile scolastico! Quante volte avrebbe voluto impacchettare le sue care colleghe ficcanaso — dolci e saporite come l’acido muriatico — e buttarle in discarica. Fare una bella pulizia di rifiuti umani che sporcano il mondo.

Il delirio di onnipotenza

Quante volte Amedeo vorrebbe giocare a calcio con il “pallone americano” rosso carota. Il pallone gonfiato Trump, che si erge come Nuovo Duce americano. Come sarebbe bello sgonfiare il pallone Trump, schiacciarlo fino a farlo diventare sottile come una pizza!

Quante volte Amedeo vorrebbe urlare come un cane idrofobo con la bava alla bocca. Gridare a questo mondo di perbenisti, ipocriti ed egoisti di smettere di recitare la farsa dell’amore fraterno e del politicamente corretto.

Come odio questa frase: “Sai, è una questione di principio”.

No, in questo mondo è sempre e solo una questione d’interesse. Un interesse egoistico e meschino. Anche i “buoni e giusti” di tutte le religioni, che si riempiono la bocca d’amore e compassione, spesso sono persone mosse esclusivamente dal loro meschino interesse personale. Dell’amore del prossimo e di Dio se ne curano poco: fanno il bene sempre per il loro tornaconto. Vogliono guadagnarsi il Paradiso, la vita eterna, il Nirvana.

Come sarebbe bello vincere tutte le proprie timidezze e paure ed urlare al mondo la verità: “Ogni uomo è un lupo pronto a sbranare e divorare chiunque nella dura lotta per la sopravvivenza!”

Basta, la commedia è finita. Togliamoci la maschera della buona educazione e mostriamo al mondo la nostra faccia nuda di orsi famelici, pronti a sbranare il prossimo con piacevole amore. Quanto coraggio ci vorrebbe a spogliarsi finalmente di ogni vestito d’ipocrisia e mostrare il nostro orrendo corpo da Tirannosauro!

⚠️ Avvertenza per i social politicamente corretti

Il mio racconto-sfogo è, appunto, fiction. Tutto quello che ho scritto è il delirio di Amedeo. La società umana è buona come il pane sfornato caldo da Gino il panettiere. Trump è un grande benefattore per l’umanità. I cani sono amati da tutti, nessuno mai oserebbe ucciderli facendogli mangiare una polpetta con dentro i chiodi.

Quindi, cari social media, il mio è un racconto umoristico, forse un pochino amaro. Sì, ieri ho mangiato pesante e l’indigestione mi ha fatto vomitare questo racconto così aggressivo. Vi scrivo questo perché temo la vostra censura e la vostra politica dei “contenuti giusti” da postare sulle vostre preziose e piacevoli pagine web!

Scrivere non è Magia, è Artigianato: Lezioni preziose da “Il romanzo che hai dentro” di Matteo B. Bianchi

Scrivere non è Magia, è Artigianato: Lezioni preziose da “Il romanzo che hai dentro” di Matteo B. Bianchi

Hai mai guardato la pagina bianca aspettando che una luce divina ti colpisse, dettandoti le parole perfette? Se la risposta è sì, è probabile che quella pagina sia rimasta bianca.

C’è un mito persistente nel mondo della creatività: l’idea che la scrittura sia un atto mistico, riservato a pochi eletti baciati dalle muse. Nel suo illuminante manuale “Il romanzo che hai dentro”, lo scrittore ed editor Matteo B. Bianchi smonta pezzo per pezzo questa illusione. Attraverso un approccio pragmatico ed empatico, il libro ci ricorda che scrivere non è magia; è un lavoro artigianale. È sudore, logica e, soprattutto, una promessa che fai a te stesso.

Prendendo spunto dalle pagine più significative di questo testo fondamentale, vediamo quali sono i pilastri per trasformare la tua idea in un manoscritto finito.

1. Disciplina vs. Ispirazione: La “Regola di Saramago”

Uno dei concetti chiave che Bianchi sottolinea è che il nemico numero uno dello scrittore è l’attesa del “momento giusto”. La verità è che il momento giusto non esiste. Esiste solo la disciplina.

Nel libro viene citato l’esempio emblematico del premio Nobel José Saramago. Non scriveva in preda a trance sciamaniche, ma con la costanza di un impiegato. La sua regola era semplice: scrivere due pagine al giorno.

Bianchi ci invita a fare due calcoli:

 * 1 pagina al giorno = 365 pagine all’anno.

 * In un anno, hai scritto un romanzo intero.

La lezione che ne traiamo è matematica: non serve essere eroi in una notte, serve essere costanti ogni giorno. La scrittura è una gara di resistenza.

2. La Sacralità del Tempo: Sfruttare gli “Interstizi”

“Non ho tempo” è la scusa più comune che ci raccontiamo. Matteo B. Bianchi affronta questo alibi con grande realismo: la vita, il lavoro e la famiglia cercheranno sempre di erodere il tuo spazio creativo. Per scrivere un libro, devi imparare a difendere il tuo tempo “con le unghie”.

L’autore suggerisce strategie pratiche per chi non fa lo scrittore di mestiere:

 * Rubare gli interstizi: Non aspettare di avere 4 ore libere, perché non accadrà mai. Usa i tempi morti: il viaggio in treno, la pausa pranzo, o svegliati un’ora prima.

 * Il “Bunker” Mentale: Bianchi consiglia spesso di cambiare ambiente. Scrivere sul divano di casa ti espone alle distrazioni domestiche. Andare in biblioteca o in un bar invia un segnale al cervello: “Adesso si lavora”. Bisogna legittimare l’atto di scrivere creando uno spazio sacro.

3. Impara a leggere “da Scrittore” (Ingegneria Inversa)

Un altro punto focale di “Il romanzo che hai dentro” è la differenza tra leggere per piacere e leggere per imparare. Bianchi esorta gli aspiranti autori a praticare una lettura attiva.

Quando un libro ci emoziona, l’autore ci invita a fermarci e chiederci: Come ha fatto lo scrittore a ottenere questo effetto?

 * Ha usato frasi brevi o lunghe?

 * Come ha gestito i dialoghi?

 * Che aggettivi ha scelto?

Leggere da scrittore, secondo la visione proposta nel manuale, significa smontare il giocattolo per capire come funzionano gli ingranaggi. È un’operazione di ingegneria inversa necessaria per impadronirsi della tecnica.

4. La “Bozza Veloce” e il mito della perfezione

La paura più grande è scrivere male. Abbiamo il terrore che la prima stesura sia banale o piena di buchi. Qui Matteo B. Bianchi offre un consiglio liberatorio, spesso associato alla filosofia del NaNoWriMo (National Novel Writing Month): la prima stesura deve solo esistere, non deve essere perfetta.

L’approccio suggerito è quello del “Tutto e subito”:

 * L’obiettivo: Arrivare alla parola “Fine” velocemente.

 * Il metodo: Scrivere di getto, spegnendo il critico interiore.

L’autore ci ricorda che è psicologicamente molto più facile correggere una pagina scritta male (la famosa “argilla grezza”) che fissare una pagina vuota. Il vero lavoro di scrittura, come emerge chiaramente dal manuale, avviene nella riscrittura, non nella prima stesura.

5. Non restare solo: L’importanza del Lettore Beta

Infine, Bianchi tocca un tasto dolente: la solitudine. Scrivere isola, ma pubblicare richiede confronto.

Il consiglio è di non affidarsi solo alla famiglia (che è di parte), ma di trovare un “alleato”, un lettore di fiducia o Lettore Beta. Qualcuno capace di dirti onestamente dove la storia non funziona.

Un Mantra per concludere

Se le parole di Matteo B. Bianchi ci insegnano qualcosa, è che il talento è nulla senza la tenacia. Se vuoi onorare la storia che porti dentro:

 “Non cercare la perfezione oggi, cerca solo la pagina finita. Sii costante, sii imperfetto, ma soprattutto: sii presente alla tua scrittura.”

⚠️ Nota per i lettori e Copyright

Questo articolo è una libera rielaborazione e sintesi di alcuni concetti tratti dal libro “Il romanzo che hai dentro” di Matteo B. Bianchi (edito da UTET.). L’articolo non intende sostituire la lettura dell’opera originale, che contiene approfondimenti, esercizi e sfumature indispensabili per chiunque voglia intraprendere il percorso della scrittura. Tutti i diritti dei concetti originali citati appartengono all’autore e all’editore. Se questo articolo ti è stato utile, ti invitiamo caldamente ad acquistare e leggere il libro completo per supportare l’autore e approfondire il metodo.

Le Tre Grandi Sfide di Amedeo Triste: Odissea di un Naso, un Romanzo e Profiteroles

Quali sono le tue più grandi sfide?

Le Tre Grandi Sfide di Amedeo Triste: Odissea di un Naso, un Romanzo e Profiteroles

1 Gennaio 2026 – Diario di un Uomo Precario

La notifica di WordPress lampeggiava sullo schermo del portatile come un faro nella nebbia dei postumi di Capodanno. La domanda del giorno, innocente e spietata al tempo stesso, recitava: “Quali sono le tue più grandi sfide?”.

Amedeo Triste fissò il cursore pulsante. Era il primo giorno del 2026. Fuori, il mondo smaltiva le lenticchie e lo spumante; dentro, Amedeo sentiva montare la marea dei Buoni Propositi. Non erano semplici obiettivi, erano montagne da scalare.

Per quest’anno, Amedeo aveva deciso: basta mediocrità.

Sfida n. 1: Il Grande Romanzo Italiano (o il rischio del mattone)

La prima sfida era, senza dubbio, la più ambiziosa. Amedeo voleva scrivere. Non un raccontino da poco, ma un romanzo che un grande editore italiano – uno di quelli con il logo in rilievo sulla copertina rigida – avrebbe implorato di pubblicare.

La sua visione era chiara, anche se schizofrenica. Voleva creare un ibrido letterario mostruoso e magnifico:

 * Doveva possedere la spiritualità commerciale de L’Alchimista di Paulo Coelho.

 * Doveva avere la potenza distopica e bestseller di 1984 di George Orwell.

 * Doveva avere la densità intellettuale, il peso specifico dell’Ulisse di James Joyce.

Qui sorgeva il primo problema logistico. Se il libro fosse diventato davvero un “mattone” alla Joyce, Amedeo correva un rischio fisico: che i lettori, esasperati dall’ottantesima pagina di flusso di coscienza senza punteggiatura, glielo tirassero dritto in faccia. E la faccia di Amedeo non poteva permettersi altri colpi.

Il suo naso, schiacciato e largo come quello di un pugile suonato sconfitto all’ultimo round, era già un monumento alla sfortuna.

Digressione: La Tragedia del Nasino Gentile

Non era nato così, Amedeo. Un tempo possedeva un nasino francese, piccolo e raffinato, l’orgoglio di zia Concetta. Tutto cambiò in un pomeriggio infausto sul campo di calcetto parrocchiale.

In campo c’era Marco “la femmina”. Un soprannome ingannevole per un ragazzo che la natura birbante aveva dotato di tratti delicati, ma di un fallo così poderoso in circonferenza e lunghezza da generare leggende urbane negli spogliatoi. Quel giorno, però, la minaccia non venne dal basso, ma dall’alto.

Marco saltò per un colpo di testa. Sbagliò clamorosamente il tempo, mancò il pallone e la sua fronte si abbatté con violenza inaudita sul nasino gentile di Amedeo.

Crack.

Da quel momento, Amedeo acquisì l’espressione perenne di chi ha appena perso ai punti contro Mike Tyson. Quel naso deviò non solo il setto, ma il suo destino.

Anni dopo, la speranza si riaccese nello studio privato a Posillipo di un rinomato chirurgo estetico, grazie all’intercessione di un cugino infermiere (che aveva barattato il consulto con l’asportazione gratuita di una ciste).

 “Sei un bel ragazzo,” aveva detto il dottore, studiando il disastro facciale di Amedeo. “Con un naso nuovo saresti perfetto per fare l’attore. Con 5.000 euro ti regalo un viso bello come Brad Pitt.”

Amedeo, giovane e sognante, aveva guardato la madre con occhi imploranti. Mamma Carmela, pragmatica donna del sud, aveva osservato il figlio con il naso da pugile e poi il preventivo.

“Cinque mila euro? Per un naso?”

La discussione finì a casa. Il nasino alla Brad Pitt rimase nel catalogo del dottore. Mamma Carmela, per chiudere definitivamente la questione, contribuì a rendere ancora più “ammaccato” il profilo del figlio con un colpo di battipanni, assestato con precisione chirurgica – e gratis – in pieno volto.

L’aspirazione Pirandelliana (e l’odio per Aldo Grasso)

Se il naso era un disastro, la mente di Amedeo volava alto. La sfida letteraria del 2026 richiedeva umorismo. Il suo modello non poteva che essere Luigi Pirandello: l’ironia amara, il sentimento del contrario.

Amedeo pensava spesso a Il valzer degli addii di Milan Kundera. Pensava al Dottor Škreta, quel personaggio buffo con il nasone (proprio come il suo!) che curava l’infertilità femminile con un metodo molto personale: il proprio sperma. Un genio pirandelliano, quel Škreta: una morale elastica che donava il sogno della maternità e, con la stessa nonchalance, accettava richieste di aborto.

E poi c’era Bertlef, il ricco americano, riflessivo e divertente. Amedeo si sentiva un po’ tutti loro. Maschere nude.

Mentre scriveva questi pensieri sul blog, la sua mente deragliò.

“Potrei scrivere un saggio critico su Kundera!” pensò.

Ma la parola “critico” evocò immediatamente lo spettro di Aldo Grasso. Il terrore della televisione italiana. Amedeo rabbrividì. Odiava i critici. Odiava quei giudici sommi che, dall’alto dei loro scranni, emettevano sentenze di morte su programmi e romanzi senza aver mai sporcato le mani con l’inchiostro o il sudore del palcoscenico.

“I critici sanno solo parlare,” digitò con rabbia Amedeo. “Gli artisti fanno. A volte fanno obbrobri, a volte capolavori, ma fanno!”

Sfida n. 2: Il Corpo (Da Steve Jobs a Stefano De Martino)

Risolta (nella teoria) la questione del romanzo, restava il problema dell’involucro. La seconda grande sfida del 2026 era fisica.

Amedeo Triste, l’uomo dal naso di pugile ma dai muscoli di mozzarella, voleva trasformarsi.

L’obiettivo era ambizioso:

 * Il fisico statuario di Arnold Schwarzenegger (periodo Terminator, non periodo Governatore).

 * La faccia tosta e la simpatia irresistibile di Stefano De Martino.

Ah, De Martino! Il nuovo Rodolfo Valentino. L’idolo di Torre Annunziata. Amedeo lo venerava. Un ragazzo che era partito scaricando cassette di mele ai mercati generali ed era diventato una star, famoso quasi quanto l’altro uomo delle mele, Steve Jobs.

“Siate affamati, siate folli,” aveva detto Jobs.

“Siate belli, siate simpatici,” sembrava dire De Martino.

Amedeo voleva essere entrambe le cose. Voleva che le donne smettessero di guardare il suo naso e iniziassero a guardare i suoi addominali (ancora non pervenuti).

Sfida n. 3: La Cultura (Il traguardo impossibile)

L’ultima sfida era matematica: Leggere 120 libri in un anno.

Un libro ogni tre giorni. Una maratona intellettuale degna di un monaco benedettino sotto anfetamine. Amedeo voleva divorare sapere, voleva riempirsi di parole per compensare i vuoti della sua esistenza precaria.

Conclusione: La Realtà dei Profiteroles

Amedeo rilasciò il respiro.

Scrivere il bestseller del secolo.

Diventare un adone palestrato mixando la California e Torre Annunziata.

Leggere un’intera biblioteca.

Erano sfide titaniche. Erano le sfide di un eroe.

Ma poi, l’occhio di Amedeo cadde sull’orologio. Erano le 14:00 del primo gennaio. Lo stomaco brontolò, un suono sordo e cavernoso che nulla aveva di letterario.

Tutti quei buoni propositi avevano scatenato una fame bestiale.

Nel cucinino, sul tavolino di formica, giaceva un vassoio superstite del cenone: Profiteroles al cioccolato.

Sembravano chiamarlo. Sembravano dire: “Amedeo, il 2026 è lungo. Schwarzenegger non si è fatto in un giorno. Joyce ci ha messo sette anni per scrivere l’Ulisse. Tu hai tempo.”

Amedeo chiuse il laptop.

“Le sfide inizieranno domani, 2 gennaio,” decretò solennemente.

Si alzò, trascinando le pantofole verso la cucina, pronto a trangugiare la glassa al cioccolato, unico vero conforto per un uomo precario nel lavoro, nella vita, nei sogni e, soprattutto, nel naso.

Stanco di “performare”? Ecco perché devi leggere “Ma chi me lo fa fare?”

“Ma chi me lo fa fare?”

Sei vittima della religione del lavoro? Recensione del saggio di Colamedici e Gancitano “Ma chi me lo fa fare?”. Un libro indispensabile per rompere l’incantesimo della produttività a tutti i costi.

Ti è mai capitato di sentirti in colpa perché ti sei fermato un attimo? Di controllare le email di lavoro la domenica mattina “solo per portarti avanti”? O di ripeterti il mantra “fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno”, per poi accorgerti che invece stai lavorando ogni singolo giorno, senza sosta?

Se la risposta è sì, c’è un libro che deve entrare di diritto nella tua biblioteca personale.

Si intitola “Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo”, scritto dai filosofi e fondatori del progetto Tlon, Andrea Colamedici e Maura Gancitano. Non è il solito manuale di self-help per diventare più produttivi. Al contrario: è un manuale di autodifesa filosofica contro la società della performance.

La religione del Lavoro (Workism)

Sfogliando le pagine di questo saggio, ci si imbatte subito in una verità scomoda: il lavoro ha smesso di essere un mezzo per sostentarci ed è diventato il fine ultimo della nostra esistenza.

Gli autori ci spiegano come il lavoro sia diventato una vera e propria religione secolare (il Workism). Ci promette identità, comunità e salvezza. Ci hanno convinto che siamo ciò che produciamo. Ma a differenza delle religioni tradizionali, questo dio del mercato non perdona mai e chiede sacrifici continui: il nostro tempo, la nostra salute mentale, le nostre relazioni.

La trappola della “Passione”

Uno dei capitoli più illuminanti (e provocatori) è quello dedicato al mito della passione: “Scegli un lavoro che ami, e lavorerai ogni singolo giorno della tua vita”.

Colamedici e Gancitano ribaltano la famosa citazione di Confucio. Ci mostrano come la retorica dell’amore per il proprio mestiere sia diventata la scusa perfetta per l’auto-sfruttamento. Se ami il tuo lavoro, non hai diritto di staccare, non hai diritto di chiedere orari umani, perché “lo fai per passione”. Questo libro ti aiuta a riconoscere questa trappola e a disinnescarla.

Perché avere questo libro nella tua libreria?

Non è un libro che invita alla pigrizia fine a se stessa, ma alla consapevolezza. È un testo fondamentale da avere a portata di mano perché:

 * Ti dà le parole per capire il tuo malessere: Spesso sentiamo ansia e stanchezza ma non sappiamo dargli un nome. Questo saggio analizza la “società della performance” e ti fa sentire meno solo/a.

 * Smonta il mito della meritocrazia tossica: Ti libera dal peso di dover “farcela” a tutti i costi, ricordandoci che il successo non dipende solo dalla forza di volontà (un capitolo intero è dedicato al tema “Se ti impegni, non ce la fai”).

 * Insegna l’arte della diserzione: Ti invita a recuperare spazi di vita che non siano monetizzabili. A riscoprire il valore dell’ozio creativo e del tempo perso con gioia.

Conclusione: Rompere l’incantesimo

“Ma chi me lo fa fare?” è una lettura lucida, a tratti ironica, ma profondamente seria. È il libro giusto se vuoi rimettere il lavoro al suo posto: una parte della vita, non tutta la vita.

Leggerlo è il primo passo per smettere di essere, come dicono gli autori, dei ghoul affamati di produttività, e tornare ad essere esseri umani completi.

📚 Consiglio: Leggilo con una matita in mano. Sottolineare i passaggi che risuonano con la tua esperienza sarà terapeutico.

Hai già letto questo libro o ti senti schiacciato dalla cultura della performance? Scrivimelo nei commenti!

“Ma chi me lo fa fare?”

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“Mi libero dall’incantesimo del dovere per ritrovare la magia dell’essere.”

Amedeo Triste

“Il mio valore non dipende dalla mia utilità.”

Amedeo Triste

Conto Corrente BBVA a Zero Spese: Come Funziona l’Interesse del 2,50% e Tutti i Vantaggi

Conto Corrente BBVA a Zero Spese: Come Funziona l’Interesse del 2,50% e Tutti i Vantaggi

Data: 14 aprile 2025

Introduzione

Nell’attuale panorama bancario italiano, sempre più digitale e competitivo, BBVA (Banco Bilbao Vizcaya Argentaria) si distingue con una proposta forte: un conto corrente online a zero spese, gestibile interamente da app e web, arricchito da funzionalità moderne e, soprattutto, da una remunerazione sulla liquidità depositata. Analizziamo in dettaglio questa offerta, con un focus specifico sull’interessante tasso di interesse annuo lordo del 2,50%.

Importante Avvertenza: Le condizioni delle offerte bancarie, in particolare i tassi promozionali e le offerte di cashback, sono soggette a cambiamenti. Le informazioni contenute in questo articolo si basano sulle condizioni note alla data odierna (14 aprile 2025). Prima di aprire il conto, è fondamentale verificare sempre i dettagli aggiornati e i Fogli Informativi direttamente sul sito ufficiale di BBVA Italia.

Cos’è il Conto Corrente Online BBVA?

Il Conto Corrente Online BBVA è un prodotto bancario 100% digitale, progettato per chi cerca una gestione finanziaria:

  • Semplice: Tramite un’app intuitiva e un’interfaccia web completa.
  • Conveniente: Grazie all’assenza di costi fissi di gestione.
  • Moderna: Con funzionalità avanzate per pagamenti, risparmio e monitoraggio.

I Vantaggi Chiave del Conto BBVA

Questo conto si caratterizza per una serie di benefici significativi:

1. Zero Spese Fisse

Il conto è genuinamente a canone zero. Questo include:

  • Nessun costo mensile o annuale per la tenuta del conto.
  • Bonifici SEPA standard online gratuiti (fino a un certo importo massimo per operazione, solitamente elevato) verso Italia e altri paesi dell’area SEPA.
  • Carta di Debito (fisica o digitale) inclusa senza canone annuo.

2. Remunerazione del Saldo: Il Tasso del 2,50% Lordo Annuo

Questo è uno dei punti di forza più pubblicizzati dell’offerta BBVA. Ecco come funziona e cosa considerare:

  • Il Tasso: BBVA offre, in determinate condizioni promozionali, un tasso creditore annuo lordo del 2,50% sulla giacenza del conto corrente.
  • Condizioni Tipiche (Soggette a Verifica):
  • Durata Promozionale: Questo tasso vantaggioso è solitamente legato a una promozione per nuovi clienti e valido fino a una data specifica (es. 31 Gennaio dell’anno successivo all’apertura). Verificare sempre la scadenza dell’offerta attiva.
  • Saldo Massimo Remunerato: Spesso viene applicato un tetto massimo di giacenza su cui calcolare gli interessi (es. €50.000, €100.000 o altro importo definito). Le somme eccedenti potrebbero non generare interessi o farlo a un tasso base inferiore (spesso zero).
  • Tasso Lordo vs Netto: È cruciale capire che il 2,50% è un tasso LORDO. Sugli interessi maturati si applica la ritenuta fiscale italiana (attualmente al 26%). L’interesse netto effettivo accreditato sarà quindi inferiore (circa 1,85% netto).
  • Liquidazione: Gli interessi vengono solitamente calcolati giornalmente e accreditati sul conto con cadenza periodica (es. mensile), al netto della ritenuta fiscale.
  • Il Vantaggio: Permette di ottenere un rendimento sulla liquidità quotidiana senza necessità di vincoli, mantenendo i fondi sempre disponibili.

3. Carta di Debito Gratuita e Funzionale

  • Inclusa senza costi di emissione né canone annuo (disponibile sia fisica che digitale).
  • Compatibile con i principali wallet digitali (Google Pay, Apple Pay, Samsung Pay).
  • Utilizzabile per acquisti online e in negozi fisici in tutto il mondo.
  • Spesso dotata di CVV Dinamico (visualizzabile solo via app) per una maggiore sicurezza online.

4. Prelievi di Contante Gratuiti

  • Illimitati e gratuiti presso gli sportelli ATM del Gruppo BBVA (in Italia e all’estero).
  • Gratuiti anche presso gli ATM di altre banche nell’Area Euro per importi pari o superiori a 100€. Per prelievi inferiori a 100€ presso altre banche, potrebbero essere applicate commissioni (verificare le condizioni specifiche nel Foglio Informativo).

5. Promozioni Cashback Vantaggiose

  • BBVA lancia frequentemente offerte di cashback molto interessanti, specialmente per i nuovi clienti e per periodi limitati (es. primo mese, primi tre mesi).
  • Queste promozioni possono offrire un rimborso percentuale (es. 10%, 20%) su tutti gli acquisti effettuati con la carta, fino a un importo massimo rimborsabile (es. €50, €100).
  • Controllare sempre le promozioni attive al momento dell’apertura.

6. Gestione 100% Digitale e Funzionalità Avanzate

  • App Mobile e Home Banking: Strumenti completi per controllare saldo, movimenti, effettuare pagamenti (inclusi bollettini, PagoPA, F24), impostare budget e obiettivi di risparmio.
  • Servizi Utili: Funzionalità come “Pay&Plan” per rateizzare spese già effettuate (servizio soggetto a valutazione e costi), stipendio in anticipo (soggetto a condizioni), e categorizzazione automatica delle spese.

Come Aprire il Conto Corrente BBVA

Il processo è rapido e interamente online:

  1. Vai sul sito ufficiale di BBVA Italia o scarica l’app BBVA.
  2. Compila la richiesta online inserendo i tuoi dati personali.
  3. Prepara i documenti: Documento d’identità valido (CIE, Passaporto) e Codice Fiscale.
  4. Identificazione: Effettua il riconoscimento tramite videochiamata/selfie o bonifico da un altro conto a te intestato.
  5. Firma Digitale: Firma il contratto elettronicamente.

Requisiti: Essere maggiorenni e residenti fiscalmente in Italia.

A Chi è Consigliato il Conto BBVA?

Questo conto è particolarmente adatto per:

  • Chi desidera un conto principale o secondario senza costi fissi.
  • Utenti digitalmente autonomi che non necessitano di una filiale fisica.
  • Persone che vogliono ottenere un rendimento sulla liquidità non vincolata.
  • Chi è attento alle promozioni e vuole sfruttare le offerte di cashback.
  • Giovani e studenti alla ricerca di una soluzione bancaria moderna e conveniente.

Considerazioni Importanti Prima di Aprire

  • Natura Promozionale: Il tasso del 2,50% e il cashback sono offerte promozionali con una scadenza. Informati su cosa accade al termine del periodo promozionale.
  • Tassazione Interessi: Ricorda la ritenuta fiscale del 26% sugli interessi lordi maturati.
  • Modello Digitale Puro: L’assistenza è principalmente online o telefonica; le filiali fisiche sono quasi assenti in Italia.
  • Fogli Informativi: Leggere attentamente tutta la documentazione precontrattuale e contrattuale è essenziale per comprendere appieno costi (anche quelli non immediatamente evidenti, come commissioni per operazioni specifiche) e caratteristiche.

Conclusione

Il Conto Corrente Online BBVA si posiziona come un’offerta estremamente competitiva nel mercato italiano, combinando l’assenza di costi fissi con vantaggi tangibili come la remunerazione del saldo al 2,50% lordo (in promozione) e le interessanti offerte di cashback. La sua natura digitale lo rende ideale per chi è a proprio agio con la gestione online delle finanze.

Tuttavia, è fondamentale approcciare l’offerta con consapevolezza, comprendendo la natura promozionale dei suoi vantaggi più allettanti e verificando sempre le condizioni ufficiali e aggiornate direttamente sul sito BBVA Italia prima di prendere una decisione.

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“Questa banca è strepitosa: ogni mese mi accredita un interesse del 2,50% sul mio saldo. Non si paga alcun canone mensile per tenere il conto. I bonifici sono gratuiti. BBVA fu la prima banca ad offrire bonifici istantanei gratuiti, quando tutte le altre banche li facevano pagare. L’assistenza telefonica è veloce ed efficiente. Mi ero dimenticato le mie credenziali d’accesso al conto, quindi telefonai al numero verde di assistenza e una voce gentile e amichevole di un ragazzo giovane mi risolse il problema. Ormai gli italiani che aprono questo conto gratuito crescono di giorno in giorno. Io ti consiglio, amico mio, di aprire questo conto corrente online. Un conto veramente economico: non paghi nulla e ricevi una bella carta di debito gratis; in più, se apri il Conto BBVA con il mio codice d’invito: 77660041831259, riceverai 10 € dopo la prima transazione bancaria. Compra magari un bel romanzo di Luis Sepúlveda; dopo aver acquistato il libro, in poco tempo BBVA ti regala un biglietto da 10 €. Altro vantaggio per i nuovi correntisti è il cashback: tu spendi e la banca ti regala dei soldini su ogni acquisto fatto. Poi, se hai un pochino di simpatia per Amedeo Triste, scrittore ed ideatore di questo blog, usando il suo codice d’invito: 77660041831259, lo aiuterai e lo incoraggerai nel suo lavoro di blogger. Se Amedeo Triste ti piace ed ami i suoi articoli, allora apri il Conto BBVA: sarà un vantaggio per te ed un regalo carino per me. Se invece mi detesti, apri lo stesso il conto bancario BBVA: sarà una banca moderna, digitale e senza costi. In questi tempi di crisi economica, ‘gratis’ è una parola in via d’estinzione.”

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Sessanta giorni per restare

Sessanta giorni per restare



Dedica
A Milan Kundera,
per averci insegnato la leggerezza delle domande e il peso delle verità.
Che ogni parola sia anche silenzio.


Prefazione
Sessanta giorni per restare è una storia di radici invisibili, di luoghi che salvano e ferite che respirano piano.
È la voce sommessa di chi ha smesso di fuggire, e la lotta silenziosa di chi decide di restare.
In una libreria dimenticata, tra scaffali polverosi e ragazzi segnati dalle assenze, nasce un piccolo miracolo: la rinascita attraverso la parola, l’incontro, il perdono.
Questo romanzo non vuole gridare, ma sussurrare.
È per chi cerca casa nel cuore degli altri.


Ringraziamenti
A tutti i miei amici,
per le parole dette e per quelle lasciate sospese.
Per le mani tese nei giorni vuoti e i silenzi pieni nei giorni pieni.
Grazie per esserci stati, anche quando non lo sapevate.


Prologo
Il fuoco era ovunque. Elia ricordava solo il crepitio assordante e l’odore acre e pungente di legno e vernice bruciati che gli graffiava le narici. Il calore lo circondava, denso e opprimente come una morsa, ma non riusciva a muoversi. Era rimasto lì, impietrito, le membra bloccate da un terrore viscerale, mentre le fiamme danzavano fameliche, consumando la sua casa e con essa ogni singola traccia del suo passato. Ogni volta che chiudeva gli occhi, l’incubo lo riportava lì, senza scampo: al lampo arancione che squarciava l’oscurità, al silenzio assordante e irreale dopo il boato, al suono sinistro di un mondo che si spezza in mille frammenti.


Capitolo 1 – La Libreria
La libreria era un luogo dimenticato dal tempo, un rifugio quieto nascosto tra vicoli stretti e tortuosi dove il tempo sembrava scorrere con una lentezza riverente. Elia Varni l’aveva rilevata dieci anni prima, in un momento in cui il bisogno di silenzio era diventato un’urgenza vitale, più forte di qualsiasi altra cosa. Ogni scaffale polveroso portava con sé il peso di innumerevoli storie, ogni copertina ingiallita rifletteva un frammento di un’anima. Non c’erano clienti abituali, solo qualche raro curioso che si avventurava timidamente tra gli scaffali. Ma Elia non cercava la folla, non desiderava il clamore: cercava la pace, un’isola di quiete nel caos del mondo.


Capitolo 2 – Dario
Quel sabato pomeriggio pigro, mentre la luce fioca filtrava dalle finestre impolverate e Elia spolverava distrattamente un vecchio scaffale traboccante di volumi rilegati in pelle, sentì distintamente il cigolio lamentoso della porta d’ingresso. Entrò un ragazzo giovane, avrà avuto all’incirca diciotto anni. I suoi occhi erano vivaci e curiosi, ma velati da una palpabile sensazione di smarrimento. «Mi chiamo Dario», disse con un filo di voce. Cercava un libro, forse un’avventura che lo portasse lontano da lì. Ma soprattutto, Dario cercava ascolto, un orecchio disposto a tendere e un cuore pronto a comprendere. Cercava disperatamente un posto dove poter finalmente respirare, liberandosi dal peso invisibile che gli gravava sulle spalle. Ed Elia, per la prima volta dopo lunghi anni di silenzio autoimposto, ascoltò davvero, con un’attenzione che non provava da tempo.


Capitolo 3 – Semi
I giorni si susseguirono lenti e inesorabili, eppure qualcosa di sottile e profondo stava cambiando. Non nel mondo esterno, che rimaneva indifferente al piccolo universo della libreria, ma dentro le mura silenziose, tra gli scaffali carichi di storie. La libreria, quasi timidamente all’inizio, cominciò ad accogliere altri ragazzi, anime giovani alla ricerca di un porto sicuro. Portavano con sé non solo libri scambiati e ritrovati, ma anche un bagaglio di storie sussurrate, di domande inespresse che cercavano risposte nel labirinto di carta. Elia li osservava in silenzio, lasciandoli vagare liberamente tra i volumi. Non impartiva ordini, non pretendeva spiegazioni. Eppure, impercettibilmente, tutto si stava muovendo, trasformandosi con la lentezza paziente e tenace dei semi nascosti sotto la coltre gelida della neve, in attesa del tepore della primavera per germogliare.


Capitolo 4 – Il peso del nome
La libreria stava crescendo, diventando un punto di riferimento inaspettato per quei giovani smarriti. I ragazzi stessi avevano iniziato a chiamarla con un nomignolo affettuoso e un po’ buffo: «la tana delle parole». Un nome che, nella sua semplicità, catturava perfettamente l’essenza di quel luogo magico. Una sera, la porta cigolò di nuovo, annunciando l’arrivo di un’ospite inattesa: Chiara era tornata. Elia la guardò, il cuore che batteva all’impazzata nel petto, incapace di proferire parola. Lei gli rivolse un sorriso dolceamaro, ma nei suoi occhi profondi Elia lesse chiaramente il peso del passato, le cicatrici invisibili lasciate dall’incendio. Il loro amore, pensò Elia, non era svanito tra le fiamme. Si era solo nascosto, silente e dolorante, sotto le macerie fumanti dei loro sogni.


Capitolo 5 – I nodi mai sciolti
Davide, il fratello di Elia, non aveva più messo piede in paese da quella notte terribile. L’incendio aveva segnato un solco profondo tra loro, un abisso di silenzi e recriminazioni. Ma un giorno qualsiasi, come se il destino avesse deciso di rimescolare le carte, Davide tornò. La sua figura apparve sulla soglia della libreria, la giacca stropicciata e una vecchia valigia di cuoio stretta in mano, carica di non detti e di fantasmi del passato. Il confronto fu inevitabile, un uragano di rabbia repressa, di silenzi carichi di significato, di accuse sussurrate e di un senso di colpa opprimente. Ma in quell’incontro doloroso, tra le parole taglienti e gli sguardi sfuggenti, si insinuò anche una fragile possibilità: quella di smettere di fuggire dal proprio dolore, di affrontare finalmente i nodi irrisolti che li legavano indissolubilmente.


Capitolo 6 – La lettera del Comune
Era una tiepida mattina di marzo, e la luce del sole primaverile filtrava delicatamente tra le tende polverose della libreria, danzando come polvere d’oro nell’aria immobile. Elia stava riordinando alcuni romanzi di viaggio, sognando ad occhi aperti terre lontane, quando il postino gli consegnò una raccomandata. La busta, anonima e burocratica, recava il timbro inequivocabile del Comune. Il contenuto della lettera fu come un fulmine a ciel sereno: il Comune intendeva sfrattarlo. Sessanta giorni, non uno di più, per sgomberare la libreria e lasciare tutto com’era. Il mondo intero sembrò crollargli addosso, schiacciandolo sotto il peso dell’ingiustizia. Ma i ragazzi della “tana delle parole” non accettarono passivamente quella sentenza. Con un’energia inaspettata, quasi una forza primordiale, nacque spontaneamente una campagna di protesta: “Salviamo la Tana delle Parole”.


Capitolo 7 – L’ultima pagina
La risposta ufficiale del Comune giunse dopo giorni di febbrile attesa, fredda e burocratica come una sentenza inappellabile. Non c’era spazio per ripensamenti: la libreria doveva chiudere i battenti. La notizia gettò un’ombra di sconforto sulla piccola comunità che si era creata attorno a quel luogo magico. Ma Davide, inaspettatamente, ebbe un’idea audace, quasi folle nella sua genialità: non arrendersi alla chiusura, ma creare qualcosa di completamente nuovo. Individuò un vecchio edificio abbandonato nella periferia del paese, un rudere dimenticato che, con impegno e passione, avrebbe potuto essere trasformato in un vivace centro culturale, una nuova “tana” ancora più grande e accogliente. E tutti, senza esitazione, accettarono con entusiasmo quella sfida inattesa.


Capitolo 8 – Fondamenta
La campagna di protesta iniziale si trasformò rapidamente in un’operazione di costruzione collettiva, animata da un’energia contagiosa. La comunità si mobilitò con entusiasmo: vennero raccolti fondi con iniziative creative, fioccarono idee innovative per la riqualificazione dello spazio, e un esercito di braccia volenterose si offrì di lavorare alacremente. Miriam, con la sua creatività vulcanica, organizzò eventi culturali e raccolte fondi; Dario, con la sua familiarità con il mondo digitale, curò la comunicazione sui social media, amplificando la risonanza dell’iniziativa; Chiara, con la sua mente analitica e la sua capacità di visione, redasse un progetto dettagliato per la trasformazione dell’edificio. E Elia, per la prima volta dopo anni di silenziosa resistenza, sentì una scintilla di autentica vitalità accendersi dentro di sé. Non stava più solo subendo gli eventi, ma partecipava attivamente alla costruzione del proprio futuro.


Epilogo – Dove nascono le radici
L’insegna appesa sopra la porta era semplice e accogliente: «La Tana delle Parole – Rifugio di storie e silenzi». Il nuovo spazio, finalmente completato, pulsava di vita: scaffali colmi di libri, pareti decorate con opere d’arte, angoli dedicati alla musica e laboratori creativi animati da voci giovani. Elia uscì sulla piccola terrazza che si affacciava sul cortile interno, seguito da Dario. Si appoggiarono alla ringhiera arrugginita, sorseggiando in silenzio le loro bevande, contemplando il frutto del loro impegno.
«E adesso?», chiese Dario, rompendo il silenzio con un sorriso curioso.
Elia si voltò a guardarlo, un’espressione serena che illuminava il suo volto segnato dal tempo. «Adesso scrivo», rispose con una punta di emozione nella voce. «La nostra storia. Quella che ci ha salvati».

I migliori sono i serpenti, ma io preferisco i gatti

Quali animali sono i migliori/peggiori animali domestici?

Miei cari amici Gatti


I migliori sono i serpenti. Si sa che il serpente è il migliore amico dell’uomo. Dormire in compagnia di un bel pitone che ti ama e non vede l’ora di stringere il tuo collo in un abbraccio amoroso soffocante. A maggio devo adottare una vipera: è un ottimo animale domestico per combattere la depressione. Una vipera per trovare finalmente la tranquillità dallo stress… peccato che la quiete sarebbe eterna. Vincenzo, un mio caro amico di Casoria, è una brava persona, un onesto padre di famiglia. Vincenzo ama la moglie Lucia, i figli Gennarino e Pasquale, e considera anche Diego Armando parte della famiglia. “Voi penserete alla buonanima del grande calciatore argentino; no, Diego Armando è un simpatico boa che ama mangiare i topolini bianchi. Una volta al mese il mio caro amico Vincenzo offre un povero, piccolo topolino bianco come vittima sacrificale per nutrire il suo amato serpente Diego Armando. Io non amo i serpenti e faccio uno sforzo sincero per comprendere chi ama i rettili. Ognuno ha i suoi gusti e le sue preferenze. Io non cerco la compagnia di un serpente. Per chi ama la compagnia dei rettili, c’è una vasta scelta di incontri con serpenti e vipere di tutte le specie. Tra colleghi di lavoro e parenti serpenti, hai l’imbarazzo della scelta. Il mondo degli uomini è pieno di rettili viscidi e vipere velenose a due zampe in posizione eretta. Chi mi conosce sa che amo con tutto il cuore i gatti. Mi piace sentire forte il loro Miao. Perla, la mia dolce gattina nana, una siamese ibrida, era un gatto cane. Quando tornavo dal lavoro, mi faceva tante feste quanto un barboncino. Il gioco preferito di Perla era un guscio di noce vuoto che, con le sue zampe, calciava in giro per il salone come un calciatore provetto. Mi divertivo molto con lei: le lanciavo un oggetto e Perla me lo riportava indietro tenendolo in bocca proprio come un cane da caccia. Ricordo che quando mangiavo il prosciutto cotto, Perla, la gatta birichina, saltava sul tavolo della cucina e voleva una grossa fetta di prosciutto cotto. Chi non ama i gatti dirà: «Che schifo, non è igienico mangiare a tavola con i gatti (sono sempre animali e trasmettono malattie)». Io dormivo con la mia amata gatta Perla nel mio letto matrimoniale. Le sue fusa e il suo affetto sincero mi hanno donato tanto amore. Quando è morta il 14 marzo 2025, è stato un dolore vero e vivo. Il dolore del lutto è lo stesso anche per un caro animale domestico che ti ha amato con un amore incondizionato. Gli animali domestici sono un’ottima terapia psicologica per aiutare le persone sole a sentire meno la solitudine e a godere dell’affetto genuino di un vero amico fedele. Voi chi avete scelto come animali domestici per tenervi compagnia? Se vi va, potreste scriverlo nei commenti qui sotto all’articolo. Comunque, più passa il tempo e più conosco gli uomini, più capisco bene quello che diceva la mia cara nonna Filomena, una vera gattara. Nonna Filomena mi diceva: «Amedeo, gli uomini sono traditori, non i gatti!»

Tra Puntualità Giapponese e Siesta Spagnola: Cosa Manca all’Italia

Qual è una tradizione culturale di un altro Paese che vorresti esistesse anche nel tuo?

Il valore della puntualità e il bene prezioso del riposo sono due tradizioni culturali che mancano nel mio Belpaese. Vorrei che importassimo la puntualità dei treni superveloci giapponesi e la siesta spagnola.

Il mistero dei treni italiani e il modello nipponico

Il trasporto ferroviario italiano, oggi, è un giallo di Simenon. La rete ferrata è obsoleta, con scioperi dei macchinisti e dei controllori che si verificano quasi ogni mese. I treni sono puntualmente in ritardo. Questi sono i “crimini” conosciuti, con gli stessi colpevoli di sempre: l’inefficienza e il menefreghismo abituale nel nostro Paese. A fine mese ripartirò con il Frecciarossa che, quasi con certezza, non centrerà l’obiettivo della puntualità. Il disservizio della ferrovia è una vera e propria mancanza di rispetto per i cittadini; al contrario, il Giappone è una nazione dove regna il rispetto per il tempo del prossimo, unito alla gentilezza e al forte senso civico del popolo nipponico.

Il tempo è denaro, ma il riposo è un tesoro: la lezione spagnola

Sarebbe poi bello introdurre anche in Italia la lunga siesta spagnola: un momento in cui i negozi chiudono e tutto si ferma per un lungo riposo di almeno due ore. Due ore di relax puro da trascorrere facendo un lungo pisolino o leggendo un libro rigenerante. Il tempo e il riposo sono beni preziosi. Molto spesso rinunciamo al patrimonio del sonno per dedicarci a tante attività futili e stancanti per il nostro cervello.

“Il tempo è denaro”. Questo aforisma, seppur trito e ritrito, è spesso poco seguito. Molte volte permettiamo ad amici ritardatari di rubare il nostro tempo fugace, aspettandoli ad appuntamenti a cui giungono quasi sempre in ritardo. La Spagna, invece, esalta il valore del riposo, una condizione necessaria per lavorare meglio e gustarsi il piacere di questa vita che dura poco, troppo poco.

Io sono italiano, amo il mio Paese, ma credo nel miglioramento continuo. L’Italia, proprio come una persona in carne ed ossa, dovrebbe fare suo il valore della puntualità e il rispetto del tempo altrui in ogni ambito sociale. Un altro mutamento auspicabile sarebbe l’introduzione della siesta, per celebrare finalmente il valore del riposo sano e genuino.

L’Illusione del Controllo e la Filosofia della Lumaca

Quali sono gli errori più comuni che le persone fanno quando visitano il tuo Paese?

Il prompt di WordPress di oggi mi fissa dallo schermo, una domanda apparentemente semplice ma che nasconde un abisso: “Quali sono gli errori più comuni che le persone fanno quando visitano il tuo Paese?” Fuori dalla finestra, l’aria pungente del Nord mi ricorda quanto sono vicino alla Svizzera, ma il mio pensiero corre inevitabilmente a sud, alla natura complessa, contraddittoria e viscerale di tutta l’Italia. Luna, con la sua solita grazia felina, si è raggomitolata vicino alla tastiera, ricordandomi che l’unica vera risposta sensata a molte domande della vita è, in fondo, una placida indifferenza. Ma io sono uno scrittore, e il vizio di analizzare non mi abbandona.

Cosa sbaglia chi arriva in Italia? Sbaglia il ritmo. Sbaglia l’approccio dell’anima.

L’errore più grande: voler capire tutto

L’errore più grande, quello imperdonabile, è voler capire tutto.

Vedo, con l’occhio della mente, scene quotidiane di un’assurdità quasi grottesca, simili a un quadro surrealista. Turisti armati di fogli di calcolo che pretendono di incastrare Roma, Firenze e Venezia nello spazio di ventiquattr’ore, ingurgitando litri di caffè americano per restare svegli in una corsa contro un tempo che qui, semplicemente, non risponde alle stesse leggi della fisica. Li vedi smarriti davanti al cartello misterioso ed esoterico che recita: “Chiuso per pausa pranzo”. Pretendono logica da un Paese che è stato fondato sulla poesia, sul caos e sulla bellezza. Vogliono razionalizzare l’ingorgo, trovare la formula matematica per decifrare il ritardo del treno o il gesticolare del cameriere.

Ma l’Italia non è una macchina da smontare e comprendere; è un organismo vivo, umorale. Per viverla, bisogna arrendersi. Bisogna abbandonare l’orologio svizzero e abbracciare la filosofia della lumaca.

L’incapacità di ascoltare: anche il silenzio parla

Il secondo errore è non saper ascoltare, perché qui anche il silenzio parla.

Il turista medio riempie il vuoto con uno scatto compulsivo del cellulare, con il vociare, con la fretta di chi deve “spuntare” una lista di attrazioni. Eppure, la vera essenza di questa terra si svela nei momenti di ozio attivo, quando il sole cala e incendia i muri scrostati delle vecchie case. È in quelle piazze quasi deserte al crepuscolo, dove un uomo anziano beve il suo caffè e il tempo sembra materializzarsi in orologi sospesi a mezz’aria, incastonati in chiese che galleggiano tra i ricordi. Se non impari a sederti, a tacere, a lasciare che i pensieri prendano il volo come origami di carta al vento della sera, non vedrai mai l’Italia. Vedrai solo il suo parco giochi.

L’assenza di timore reverenziale: anche la luce giudica

E infine, c’è un terzo, solenne errore. L’assenza di timore reverenziale. Perché in Italia, anche la luce giudica.

Arrivano in pantaloncini corti e infradito nei santuari millenari, scattano selfie irriverenti davanti a marmi che hanno visto crollare imperi. Non si rendono conto che camminano su un palcoscenico perennemente illuminato da una luce divina e teatrale. I monumenti, le statue di pietra, i vicoli antichi non sono semplici fondali per le loro vacanze: sono testimoni silenziosi e severi. La bellezza qui ha un peso specifico enorme, è un’eredità che ti scruta dall’alto in basso. Quando la luce del mattino taglia in due una piazza lastricata, o quando un raggio di sole filtra dal rosone di una cattedrale illuminando il pulviscolo, non sei tu a guardare l’opera d’arte. È lei che sta pesando la tua anima.

Forse, il vero errore di chi visita il mio Paese è pensare di essere l’attore protagonista del proprio viaggio, quando invece si è solo comparse ammesse, per un breve momento, in un’opera teatrale iniziata tremila anni fa.

Accarezzo il pelo di Luna, che risponde con un ronronio basso e costante. Lei, nella sua infinita saggezza, l’ha capito da tempo: il mondo non va rincorso, va lasciato accadere. Se solo i viaggiatori lo capissero, poserebbero le loro guide turistiche, si siederebbero in un angolo tranquillo, e inizierebbero finalmente a viaggiare per davvero.

La cura texana per le nebbie del profondo Nord

Qual è una canzone che ti mette sempre di buon umore?

Prompt del giorno: Qual è una canzone che ti mette sempre di buon umore?

Ci sono domande, in questo spazio virtuale di WordPress in cui riverso i miei lamenti quotidiani, che sembrano fatte apposta per fermare il tempo. In un mondo che scorre a velocità folle, dettato dai ritmi frenetici di TikTok e dai consumi usa e getta, fermarsi a pensare a cosa ci faccia stare davvero bene è quasi un atto di ribellione. Un esercizio di lentezza.

La risposta a questa domanda non mi viene in mente davanti allo schermo del computer, ma puntualmente ogni mattina, in un momento ben preciso della giornata.

Tutto inizia all’alba. Quando la sveglia suona, il profondo Nord, qui a un passo dal confine svizzero, ti accoglie con quell’umidità fredda che ti entra nelle ossa. È in quei momenti che l’anima tira verso Sud, verso le mie radici di fiero napoletano, o verso la mia personale Itaca, quel rifugio dell’anima che è Bogliasco. Invece, mi alzo. Mi volto verso il letto e guardo Windy. La mia regina bianca e tigrata è acciambellata sulle coperte, padrona indiscussa della stanza. Lei non sa cosa sia una graduatoria di prima fascia, non conosce i corridoi dell’istituto tecnico, né il suono implacabile della campanella. A volte vorrei chiederle il cambio: tu vai a fare la collaboratrice scolastica, io resto qui a dormire. Ma lei mi fissa con i suoi occhi saggi e chiude le palpebre, ignorandomi con aristocratica sufficienza.

Esco di casa e vado da lei: Sofia. La mia fedele Fiat Panda 1100 del 2008. Da quando l’ho comprata nel 2019, l’abitacolo di Sofia è diventato il mio santuario privato. C’è spesso un libro sul sedile del passeggero — magari Simenon, o quel capolavoro di lucidità che è 1984 di Orwell — pronto per le pause, ma mentre guido mi serve un altro tipo di compagnia.

Il tragitto verso scuola è il momento in cui i pensieri rischiano di incupirsi. La prospettiva di un’altra giornata tra scope, polvere, studenti iperconnessi e la fatica di un lavoro iniziato a cinquant’anni suonati potrebbe facilmente avere la meglio. Ed è qui, esattamente in questo limbo di asfalto e nebbia mattutina, che interviene la mia personale medicina per il buonumore.

Niente pop leggero, niente melodie malinconiche. La mano va verso lo stereo e, improvvisamente, l’aria fredda dell’abitacolo viene squarciata da un riff di chitarra ruvido, polveroso, inequivocabile.

A-how-how-how-how.

È “La Grange” degli ZZ Top.

Non è solo una canzone, è una scossa al miocardio. Nel momento in cui Billy Gibbons fa gemere le corde di quella chitarra e la batteria entra con un ritmo che è un puro battito cardiaco texano, l’atmosfera cambia. L’insostenibile leggerezza dell’essere precari evapora. L’energia dell’hard rock riempie la piccola Panda. Le dita iniziano a tamburellare sul volante, la testa si muove a tempo. Per quei tre minuti e mezzo, non sono un cinquantacinquenne in viaggio verso i corridoi da pulire nel nord Italia; sono su un’autostrada deserta, con il vento in faccia e un’energia inarrestabile nelle vene.

È una canzone che non chiede permesso, che non si adatta ai ritmi lenti che tanto amo, ma che serve proprio a darmi la spinta per affrontare il caos. È ruvida, onesta, viscerale.

Quando finalmente parcheggio Sofia nel cortile dell’istituto e spengo il motore, il silenzio che segue non è più pesante. È carico. Prendo un respiro profondo, mi preparo ad affrontare i ragazzi, i colleghi e la giornata. Il buonumore, o forse sarebbe meglio chiamarla “la giusta corazza”, è stato indossato.

Quindi, caro WordPress, ecco la mia risposta. Se cercate la serenità, leggete Kundera. Ma se vi serve il buonumore puro e un’iniezione di vita per affrontare il turno del mattino… alzate il volume e mettete su gli ZZ Top.

L’albero dalle foglie di spettro: confessioni di un ipocondriaco

Qual è una paura che hai superato — e come ci sei riuscito?

Qual è una paura che hai superato — e come ci sei riuscito?

Le prime ombre: dai ladri al verme solitario

La casa al secondo piano fu visitata dai ladri. La signora Paolini, tornata a casa dal suo ristorante, vide il soqquadro causato dai delinquenti. Le rubarono tutto. Oro, gioielli e soldi furono il bottino abbondante dei furfanti. Questo furto mi scioccò. I ladri erano passati nel mio giardino. In quel periodo ero un bimbo di soli sei anni che si succhiava il pollice della mano destra.

Dopo quel furto, incominciai ad avere problemi. Il mio sonno era agitato. Mi svegliavo di colpo. Mi ricordo che alcune mattine mia madre trovava il mio letto bagnato. La psicologa del consultorio sentenziò che il terrore dei ladri fosse la causa della pipì a letto.

Scavando nella mia infanzia ho scoperto altre fobie. La scoperta delle malattie fu per me come vedere L’esorcista al cinema. Confesso che anche ora, che sono un vecchio signore col viso spruzzato di rughe, ho il terrore delle patologie. Il verme solitario è una di quelle malattie che hanno turbato la serenità della mia infanzia. Immaginavo di defecare un verme lungo come un millepiedi e grosso come un serpente boa. Ogni volta controllavo i miei escrementi: come il commissario Maigret cercava le prove del delitto, io volevo trovare le tracce del verme.

Gli anni ottanta e lo spettro invisibile

In un agosto lontano mi trovavo sulla spiaggia di Sperlonga. Non ricordo l’anno, ma i giornali parlavano di Rock Hudson. Un grande attore americano, bello e virile, che aveva fatto innamorare molte donne con il suo fascino. Rock Hudson era gay e morì di AIDS. La sua vicenda fece conoscere al mondo questo virus letale, una malattia che si trasmette con il sangue e il sesso senza preservativo. Che brutta estate passai: ero invaso dal panico di poter contrarre il virus HIV.

“In Italia stiamo tranquilli, il virus non c’è. È lecito preoccuparsi solo dell’influenza.” Queste furono le parole profetiche dello scienziato medico. Peccato che nel marzo del 2020 tutta l’Italia fosse prigioniera del lockdown a causa del virus cinese.

Il 2020: quando la tivù iniziò a urlare

Il COVID-19 all’inizio non mi faceva nessuna paura. Poi, il 9 marzo 2020, persi il mio lavoro in nero. La noia e il troppo tempo libero forzato, la tivù che urlava «Pandemia», le migliaia di morti, la processione delle bare di Bergamo sui mezzi dell’esercito… Già ad aprile ero con gli occhi spiritati, dormivo poco, sempre intento a leggere le ultime notizie sul contagio. Uscivo come un marziano per fare la spesa: occhiali da sole scuri e una mascherina di tessuto doppio. Guardavo ogni essere umano con sospetto, sempre pronto a mantenere la distanza di un metro. Il Covid mi colpì solo il 2 dicembre del 2020, se non sbaglio durante la seconda ondata.

Le radici profonde della paura

Recentemente ho letto il post di una blogger che mi è piaciuto molto. Lei spiega nel suo articolo che la paura della morte è la grande paura primaria, la madre di tutte le nostre fobie: la paura del fallimento, del successo, del giudizio degli altri e della loro disapprovazione.

Possiamo paragonare la paura a un grande albero con molti rami. Il tronco e le radici rappresentano la paura della morte; i rami, le foglie e i frutti rappresentano invece le molteplici paure dell’uomo (la paura delle malattie, del giudizio, del fallimento, o quella di essere rapinati).

Io ho paura, non ho superato le mie paure. Il coraggio vero è affrontare la vita con la paura nel cuore.

Questa è la confessione di Mario Fissato, un vero ipocondriaco che scrisse un diario clinico per ordine del suo medico curante. Io riporto, con la sua autorizzazione, alcune pagine del suo diario clinico.

L’Infallibile Metodo di Gustavo Tentativo per Costruire l’Autostima (O Quasi)

Qual è il modo migliore per costruire l’autostima?

Se c’è una cosa che Gustavo Tentativo non ha mai avuto, è l’autostima. O meglio, ne aveva una, ma l’aveva dimenticata sull’autobus numero 42 nell’ottobre del 2018 e da allora non era più passata all’ufficio oggetti smarriti per reclamarla.

Una mattina, scrollando il feed del suo telefono mentre il caffè tracimava allegramente dalla moka sui fornelli puliti, Gustavo si imbatté nel prompt giornaliero di un famoso blog: “Qual è il modo migliore per costruire l’autostima?”. Sotto la domanda, c’era un’infografica motivazionale. Mostrava una scala fatta di mattoni colorati: Piccoli Obiettivi, Autoaccettazione, Apprezzamento di Sé e, in cima, la gloriosa Autostima, con tanto di omino sorridente e stella brillante sulla testa.

“Sembra facile”, pensò Gustavo, asciugando il caffè con la bolletta della luce. “Oggi diventerò quell’omino. Cosa potrebbe mai andare storto?”

Il significato profondo dell’autostima: non è non cadere mai, ma sorridere mentre si precipita.

Fase 1: I Piccoli Obiettivi (e le Grandi Catastrofi)

Il manuale online parlava chiaro: per iniziare a scalare la piramide della fiducia in se stessi, bisognava partire da traguardi minuscoli, facilmente raggiungibili.

Gustavo si guardò intorno. Il suo primo “Piccolo Obiettivo” sarebbe stato innaffiare il ficus Benjamin in salotto. Prese l’innaffiatoio, si avvicinò alla pianta con la determinazione di uno scalatore dell’Everest e iniziò a versare. Purtroppo, la sua mente era così concentrata sull’essere fiero di sé che non si accorse di aver mirato al vaso sbagliato. O meglio, al router del Wi-Fi.

L’apparecchio emise un debole “bzzzt” prima di spegnersi per sempre.

“Obiettivo raggiunto”, si disse Gustavo, guardando la pozzanghera sul mobile. “Ho eliminato le distrazioni digitali. Questa è proattività!” L’autostima segnò un incoraggiante +1.

Raggiungere i propri “Piccoli Obiettivi” richiede precisione. O almeno, un buon elettricista.

Fase 2: L’Autoaccettazione davanti allo Specchio

Il secondo gradino era l’Autoaccettazione. L’articolo suggeriva di guardarsi allo specchio, trovare i propri difetti e abbracciarli. Gustavo andò in bagno, accese la luce al neon che non perdonava nemmeno un poro, e si fissò.

Notò l’attaccatura dei capelli che indietreggiava come un esercito in rotta. Notò le occhiaie di chi passa la notte a chiedersi se i pinguini abbiano le ginocchia. Notò una macchia di dentifricio sulla maglietta che risaliva a martedì scorso.

“Io mi accetto”, declamò con voce stentorea, cercando di imitare un motivatore americano. “Accetto di essere un disastro ambulante. Accetto che la mia camicia preferita mi faccia sembrare un divano degli anni ’70. Accetto che il gatto del vicino mi guardi con superiorità!”

Curiosamente, funzionò. Ammettere di essere un caso disperato gli tolse un peso enorme dallo stomaco. Se non c’era speranza di perfezione, non c’era nemmeno l’ansia di doverla raggiungere.

Fase 3: L’Apprezzamento di Sé al Bar Pasticceria

Una volta accettato il proprio essere caotico, Gustavo passò all’Apprezzamento di Sé. “Premiati”, diceva il blog. “Trattati come tratteresti un re”.

Gustavo scese in strada e si diresse verso la pasticceria più costosa del quartiere. Ordinò un croissant al pistacchio di Bronte guarnito con polvere di fata (o almeno così giustificò il prezzo di cinque euro) e un cappuccino con la schiuma a forma di cigno.

Uscì dal locale sentendosi invincibile. Fece un passo sul marciapiede, il petto in fuori, il croissant sollevato come un trofeo. In quel preciso istante, un piccione in picchiata, probabilmente addestrato dai servizi segreti, gli piombò sulla mano. Nel panico, Gustavo lanciò il croissant in aria, che ricadde perfettamente nel cappello a cilindro di un artista di strada.

L’artista lo ringraziò calorosamente per la generosa mancia gastronomica.

L’Apprezzamento di Sé a volte significa apprezzare la felicità altrui (soprattutto quella dei piccioni).

La Vetta dell’Autostima

Tornato a casa, senza Wi-Fi e senza colazione, Gustavo si sedette sul divano. Ripensò all’infografica.

Aveva distrutto l’internet domestico? Sì. Aveva insultato se stesso davanti allo specchio? Sì. Aveva nutrito un artista di strada al prezzo di cinque euro contro la sua volontà? Decisamente sì.

Eppure, iniziò a ridere. Rideva così forte che il gatto del vicino, affacciato alla finestra, lo guardò con un briciolo di rispetto in più. Gustavo si rese conto che il modo migliore per costruire l’autostima non era diventare l’omino perfetto dell’infografica, con le mani sui fianchi e la posa da supereroe.

Il modo migliore per costruire l’autostima era sopravvivere a se stessi ogni singolo giorno, senza prendersi troppo sul serio. E se la scala era scivolosa e i mattoni traballavano… beh, l’importante era godersi il panorama mentre si ruzzolava giù.

Gustavo Tentativo aveva finalmente trovato la sua autostima. Era ammaccata, confusa e odorava leggermente di router bruciato. Ma era la sua, e gli andava benissimo così.

La candeggina, la Circumvesuviana e il segreto per un blog felice

Come si costruisce una base di iscritti fedeli?

Come si costruisce una base di iscritti fedeli? Bisogna postare ogni giorno articoli su articoli. Sommergere le persone con un’onda alta di racconti e post sul blog. Un blogger deve scrivere ogni giorno. Il suo obiettivo è essere sempre presente nella mente e nel cuore dei suoi lettori.

Un blogger di successo cerca argomenti che possano interessare il suo pubblico. Almeno un post al giorno se vuoi crearti una base di utenti fedeli e contenti. Questi sono i consigli da seguire se uno aspira a essere un blogger importante.

Scrivere ogni giorno: disciplina o terapia?

Io iniziai a scrivere il 16 gennaio 2025. Quel giorno ero nervoso e la testa mi scoppiava. Avevo la pressione alle stelle. Ero sul serio pronto a strizzare e strozzare quell’oca di Antonietta, una collega dolce come la candeggina. Non potendo commettere un delitto contro la persona, mi sono sfogato creando un blog e scrivendo tutto quello che mi passava in testa.

Il mio blog è il mio diario personale. Il mio amico al quale racconto chi sono io. Mi piacciono i racconti forse per la loro brevità. Sai, certi romanzi da intellettuali colti sono così pesanti che mi gettano in una gabbia di noia con sbarre spesse di depressione. La narrazione corta è la mia preferita, come i video shorts di YouTube.

Ogni giorno mischio i fatti della mia vita con i sogni che faccio di notte, con i libri che leggo e le storie che mi raccontano le persone che incontro al lavoro o per strada.

L’incontro con Salvatore e la saggezza della strada

Oggi ho conosciuto Salvatore Chiaro, un guidatore di autobus della Circumvesuviana di Napoli. Questo signore, bassino, picchia peggio di Bruce Lee. Ha 64 anni, è divorziato da una moglie spendacciona e adora la mamma.

“Riempi di baci tua mamma finché è viva. L’affetto vero si manifesta ai vivi, non ai morti”.

Salvatore Chiaro non lo sa, ma oggi è il protagonista del mio racconto quotidiano per il blog. Io scrivo perché mi diverto. Se qualcuno mi segue e commenta, sono felice come un bambino che trangugia un grosso cono gelato al cioccolato e crema.

Ormai il mio blog è il mio modo per narrare la mia vita normale. Un racconto che rileggerò con piacere. Se qualcuno mi segue sono felicissimo e grato. Vi visualizzo e vi ringrazio di cuore, voi che mi seguite. Mi auguro che qualche mia storia vi abbia fatto sorridere e riflettere. Comunque, io scrivo perché ho qualcosa da dire.

Diciotto mila tentativi e una lampadina: perché a 55 anni scelgo la strada nuova

Condividi un proverbio che secondo te è completamente sbagliato e spiega perché.

Un proverbio per conigli impauriti

«Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova». Questo celebre proverbio della saggezza popolare è senza dubbio uno dei più utilizzati in Italia. Fin da quando ero un moccioso mi sentivo ripetere questa sentenza prudenziale, il cui invito nascosto è sempre lo stesso: meglio vivere una vita nota e conosciuta, anche se si tratta di una “quieta disperazione”.

Il cambiamento e la nuova strada vengono dipinti come un’incognita, un grosso punto interrogativo che deve spaventare. Se il tuo lavoro è orrendo ma ti dà una falsa stabilità, secondo la vigliacca saggezza di questo proverbiuccio da conigli impauriti è meglio tenerselo stretto. È un aforisma che taglia le gambe al futuro, che scoraggia il nuovo e blocca la trasformazione, confinandoci in una grigia “Zona No Sorprese” dove tutto è, tristemente, “100% Monotonia”.

La scala del successo si costruisce rischiando

In questa visione antica, la strada nuova viene vista solo come un pericolo e mai come una straordinaria possibilità di miglioramento. Per fortuna, un altro detto del popolo afferma l’esatto contrario: «Chi non risica, non rosica». I rischi sono i gradini obbligatori per costruire la scala del successo e della propria realizzazione personale. Bisogna avere il coraggio di scambiare la via vecchia con la nuova: solo così l’essere umano e la società intera progrediscono.

Pensiamo a Thomas Edison: ha cercato in tutti i modi di creare la lampadina elettrica, affrontando più di mille tentativi falliti. Nonostante tutti quegli insuccessi, ha perseverato. Avrebbe potuto scegliere un lavoro più tranquillo e sicuro, invece di sbattersi per inventare quella fetente di lampadina elettrica che oggi illumina il mondo. Edison ha preferito far volare il cervello oltre l’ostacolo, proprio come il palloncino colorato nell’illustrazione.

A 55 anni scelgo la via dei colori

Come tanti altri, ho seguito alla lettera il consiglio cauto della vecchia via per molto tempo. Eppure, ora che ho compiuto da poco 55 anni, sono arcistufo di percorrere sempre lo stesso sentiero monotono e sicuro. Ho le scatole completamente strapiene di tutta questa sicurezza grigia e priva di emozioni!

Voglio andare incontro al “Pericolo Entusiasmo” e alla “Creatività Selvaggia”. Bisognerebbe riscrivere il proverbio proprio come suggerisce l’immagine: «Chi lascia la strada vecchia per quella nuova… trova sempre qualcosa che non era nel catalogo».

La strada nuova è un sentiero inizialmente buio e ricco di misteri, ma è l’unico che ti porterà verso una via più bella e luminosa. Anche se non fosse così, percorrere una strada sempre diversa ti renderà una persona più forte e resiliente, capace di affrontare la vita con il suo cammino che sale e scende per tutto il tempo della nostra esistenza. Lascia la via vecchia per la nuova se vuoi vivere una vita emozionante e a colori brillanti. La via vecchia è solo per chi ama il grigio e adora una noia ripetitiva e soffocante.

Credi nelle anime gemelle? Perché sì o perché no?

Credi nelle anime gemelle? Perché sì o perché no?

L’annuncio online

Uomo romantico e colta compagnia (55 anni)

“Se ami leggere libri interessanti e ti emozioni ancora davanti a un film romantico al cinema, allora abbiamo già qualcosa in comune. Sono un uomo di 55 anni, curioso e appassionato (adoro i misteri, come quello del triangolo delle Bermuda!), e cerco una donna colta e sensibile con cui trascorrere il mio prezioso tempo libero in gioiosa compagnia.

Fin da quando ero un quindicenne timido, il mio interesse e la mia ammirazione sono sempre stati rivolti esclusivamente all’universo femminile.

Ci tengo a precisare che cerco solo un’affinità autentica e un dialogo profondo, non rapporti passeggeri o a pagamento. Se ti rispecchi in questa descrizione e cerchi una sintonia vera, sarò felice di leggerti.

Un saluto da un uomo sensibile e romantico.”

L’ultimo tentativo di un sognatore

Con un pizzico di follia, Amedeo Triste ha inviato l’annuncio online. Il nostro single Amedeo cerca con urgenza l’anima gemella. Com’è bello credere ancora nell’amore romantico. Sognare di trovare un’anima che senta e veda il mondo come lo percepisci tu. Questo diceva Amedeo nel suo solito soliloquio quotidiano. L’annuncio è l’ultimo tentativo per il nostro precario sfigato. Potrà mai trovare l’anima gemella con un’inserzione on-line?

Una notifica a sorpresa

Ore 15:15. Una notifica scuote Amedeo dal suo pisolino pomeridiano nel suo lettino, nella stanzetta da ragazzo nella casa materna. È un messaggio Telegram. Una donna di nome Luana di 33 anni, che vive a Caserta, si propone come anima gemella. Amedeo è pieno di meraviglia. Dopo pochi minuti dall’annuncio ha già trovato il suo grande amore. Luana è castana con i capelli lunghi e ricci. Ha tutte le forme in armonia perfetta. Amedeo chiama il numero di cellulare di Luana. Una voce maschia e roca risponde al nostro sfigato bidello precario. Luana è una donna trans, dal cuore romantico. Cerca una storia d’amore come un’adolescente che divora romanzi rosa a colazione, pranzo e cena. Unico piccolo difetto è la lunga proboscide che oscilla con libertà tra le sue gambe. Amedeo blocca dopo due minuti l’assillante trans casertana. Meglio leggere un romanzo Harmony, tra le pagine di carta potrà trovare un’anima gemella fatta di carta e inchiostro.

Fantasticherie a Positano

Sarà colpa del caldo di giugno o l’ozio delle ferie, ma il signor Triste desidera l’amore come una ragazza sedicenne sogna il principe azzurro. Il precario statale vola con la fantasia a Positano. È vestito con un abito di lino bianco e un Panama sul cranio rasato. È un vero dandy pronto a sedurre anime gemelle o quasi dai quaranta in su. Con agilità salta sugli scalini infiniti di Positano. Amedeo, nella sua fantasticheria, cammina con le spalle dritte, abbandonando la solita posizione curva. Un bagno di forte profumo maschile ha inondato il suo corpo. Amedeo si sente come quel gatto grigio fermo in agguato, pronto a ghermire con un gran balzo quel colombo ignaro sui gradini della chiesetta di fronte al mare. Nel suo sogno Amedeo è pronto a catturare con fermezza la donna della sua vita. Quella creatura speciale che potrà apprezzare il cuore romantico e sensibile del nostro sfigato bidello.

Effetti collaterali della lettura

La lettera d’amore di Cathleen Schine è un libro sconsigliato da leggere: può produrre gravi effetti collaterali. È dopo aver iniziato stamattina a leggere questo libro fatale che Amedeo ha cominciato a farneticare. Prima l’annuncio su “Bakeca incontri” e poi i viaggi onirici a Positano, nelle vesti di un playboy gentiluomo. Mio povero Amedeo, a 55 anni credi ancora alla favola di Cenerentola? Non lo sai che l’amore romantico non esiste? E l’anima gemella è la pazza idea di qualche poeta pazzo e sognatore come te!

Il Futuro Mancato di Gustavo Tentativo: Tra Auto Volanti e Antiche Nostalgie

Cosa ti piacerebbe vedere nel futuro, ma sai che probabilmente non vivrai abbastanza per assistervi?

Cosa ti piacerebbe vedere nel futuro, ma sai che probabilmente non vivrai abbastanza per assistervi?

Il Traffico nei Cieli

Nel futuro ci saranno le auto volanti. Il traffico stradale si trasformerà in un traffico aereo. Charlie Tentativo, il bisnipote di Gustavo Tentativo, prenderà la sua Cinquecento con le ali per buttarsi negli ingorghi del cielo: una coda di vetture strette e in fila per arrivare a Milano. Le automobili saranno un esercito di mosche meccaniche che sfrecceranno nell’aria. Il buco nell’ozono sarà diventato una voragine e l’inquinamento atmosferico renderà il cielo grigio e nuvoloso. Le nubi stesse saranno create dai gas di scarico e il sole verrà schermato dai fumi dei tubi di scappamento. Un futuro distopico che Gustavo, forse per sua fortuna, non avrà la gioia di vedere.

L’Addio alla Materia

Solo nel ventiduesimo secolo vedremo in circolazione i veicoli aerei a guida autonoma, governati dall’intelligenza artificiale. Gustavo Tentativo, calcolando in modo approssimativo la data del suo estremo saluto al mondo della materia, ha la certezza quasi assoluta che sarà trasferito nel mondo dello spirito nell’anno 2084. Il primo gennaio del 2100 saranno immesse in circolazione le auto volanti a propulsione nucleare. Per soli 16 anni, Gustavo non potrà ammirare con i suoi occhi marroni il nuovo giocattolo del progresso umano.

Un Museo per Vecchi Motori

Le vecchie automobili che camminavano sull’asfalto saranno eliminate. Un museo nazionale conterrà al suo interno la Ferrari Testarossa e la Lamborghini. La Fiat 500, la Panda e altre marche illustri diventeranno cimeli storici, esposti per la gioia dei cittadini nostalgici e degli appassionati di cultura dei motori.

Gustavo Tentativo vorrebbe tanto esserci all’introduzione di quelle strabilianti macchine volanti. Peccato. Sarebbe bello vivere in eterno per vedere tutti i tempi futuri dell’umanità: ammirare le invenzioni straordinarie e, non da meno, assistere alla mole di stupidaggini che l’uomo di ogni epoca crea con tanto impegno e fantasia!

La dittatura del clic e il minimalismo della Margherita

Credi nel minimalismo?

La mia fuga dal ronzio digitale

Credi nel minimalismo? Sì, è la ricetta saggia per trovare la pace. Ho sposato in pieno il minimalismo digitale. Il 16 gennaio 2025 ho cancellato il mio profilo Facebook: la scelta più azzeccata che abbia mai fatto. Mi sono liberato del ronzio continuo delle notifiche. Ho smesso di fare i selfie con la linguaccia di fuori. Ogni compleanno postavo la foto della torta con quel sorriso allegro ma fasullo. Come a molti, compiere gli anni mi metteva di cattivo umore. In fondo diventavo un anno più vecchio e mi avvicinavo alla grande nemica: la morte boia.

Con piacere ho disinstallato Instagram, X, Snapchat e TikTok. Quest’ultimo social cinese, con i suoi video brevi, era come il pifferaio magico. Scrollavo un video dietro l’altro come un robot. Mi ricordo che ci fu una polemica su Flavio Briatore e la pizza a 65 € con il pata negra servita nelle sue pizzerie. TikTok propinava un fiume di video di Briatore, di pizzaioli napoletani e di chi ironizzava sul rampante imprenditore di Cuneo. Io, come un topo ipnotizzato, scrollavo video su video su questa diatriba tra la pizza da 65 € e la pizza Margherita venduta a Napoli a 5 €.

Beh, anche nella scelta della pizza pratico il minimalismo. Una pizza Margherita è un pasto da re: con 5 o 6 € soddisfi il tuo appetito ed è una botta di dopamina vertiginosa.

Il finto guadagno delle app e la realtà del Frecciarossa

Ho eliminato anche le app che ti promettono premi camminando. Ti fanno la carità di pochi centesimi al giorno, persino se completi i famosi diecimila passi. Queste applicazioni consumano tantissimo la batteria del telefono; quindi, quando raggiungerai il premio (un bonifico o i buoni Amazon) in un futuro remoto e lontanissimo, dovrai cambiare direttamente lo smartphone, ormai con la batteria in agonia pre-mortem.

Come social conservo solo LinkedIn, YouTube e Jetpack. Quest’ultima è la mia compagna perfetta per scrivere i miei racconti quotidiani da postare sul blog.

Sono le 12:35. Un odore di prosciutto cotto penetra nelle mie narici. Mi giro: è una donna manager milanese che trangugia una piadina, seduta al posto vicino al finestrino del treno Frecciarossa 9619. La signora ha una tavola rotonda a Napoli. Chissà quale sarà l’argomento del suo convegno di lavoro… Magari discuterà sul valore del “Minimalismo in Azienda”. Ha una voce ferma e autorevole; peccato che esca da una donna che gareggia in fascino con la figlia di Fantozzi.

La puntualità del ritardo

Il mio treno superveloce viaggia con un semplice ritardo di 35 minuti. Trenitalia si scusa per l’inconveniente. L’anno prossimo penso che sceglierò il minimalismo del viaggiatore. Nel giugno del 2027 farò a piedi la tratta Milano-Napoli. Camminando per 771 chilometri farò un buon allenamento fisico e salutare. La cosa più importante, però, sarà risparmiare alle mie povere orecchie il disco rotto di Trenitalia: “Ci scusiamo per il disagio”.

Ogni volta che viaggio in treno arrivo puntuale in ritardo. Grazie, Trenitalia, per il tuo servizio efficiente e per i tuoi spot in TV dal sapore nazionalistico.

Vi lascio, perché il mio stomaco urla rabbioso come un cane affamato.

Il Mio Film dell’Orrore in Corsia: Cronaca di un 2 Giugno di Sangue e Fragole

Qual è un momento della tua vita che sembrava uscito da un film?

Qual è un momento della tua vita che sembrava uscito da un film?

Ero in ginocchio, sanguinante, in attesa di essere ricoverato. Davanti alle proteste degli altri pazienti in fila per l’accettazione nella clinica, il primario rispose gelido: — Ha sofferto per trentacinque anni di emorroidi, può aspettare ancora qualche ora in fila. — Questo illustre medico era un primario in pensione che un tempo dirigeva un grande ospedale di Napoli. Era il 2 giugno del 2020, in piena pandemia di COVID-19. Il giorno prima, i miei bubboni trombizzati erano insorti in una ribellione violenta e sanguinosa. Il mattino del 2 giugno, festa della Repubblica, segnò l’inizio del mio personale film del terrore.

I dieci giorni dell’avversario interno

Mi ritrovai in questa clinica convenzionata con la mutua. Dopo una breve visita, il primario — cinico e magro come uno degli scheletri in plastica nel suo studio — sentenziò: — Ricovero immediato, emorroidi trombizzate al quinto stadio. — Mi avrebbero operato solo dopo una decina di giorni. In quel periodo, tanti nemici interni cospiravano contro di me: la pressione alta, il ferro basso. Durante quei dieci giorni ballavo nel letto, muovendomi in continuazione alla ricerca di una posizione che desse sollievo a un dolore ossessivo e continuo. Il cibo, poi, era una doppia tortura: orzo al mattino, pastina in brodo e una sola bottiglia d’acqua al giorno. Le mie piccole gioie quotidiane erano svanite: il caffè con il cornetto stracolmo di crema pasticcera, la pizza alla diavola e la Nutella erano ormai tesori proibiti. Purtroppo quella clinica infernale, con quel primario aguzzino che a pranzo mangiava solo carote, aveva bandito ogni cibo prelibato, considerato dall’illustre luminare della scienza come semplice “cibo spazzatura”.

L’angelo della mensa nella cella d’isolamento

L’unica nota positiva di questo horror medico fu Sonia, la cuoca della mensa. Era una donna di quarantacinque anni, ancora molto attraente e divorziata. Chissà come mai, le risultai simpatico. Eppure ero in condizioni da deportato in un campo di concentramento: barba lunga, l’alito tutt’altro che fresco di chi non lava i denti da tredici giorni e una zaffata di sudore che avvolgeva il mio corpo. Ero in condizioni così pietose che mi segregarono in una stanzetta da solo. Eppure Sonia, forse per pietà o forse per una strana simpatia, un giorno mi preparò di nascosto una bellissima crostata con la marmellata di fragole.

Il gran finale: luci, camera… anestesia!

Finalmente arrivò il giorno dell’intervento. L’anestesista mi fece una puntura a metà schiena. Nel giro di alcuni minuti il dolore, dopo tanti giorni di agonia, cessò. Non sentivo più le gambe: ero paralizzato, a gambe aperte sul lettino operatorio. Un assistente del primario mi bruciò i bubboni e poi il primario rimosse di netto i tessuti. Sembrava tutto finito; mi sentivo come un mare piatto dopo una tempesta durata settimane. Ma non appena gli effetti del potente anestetico svanirono, ricomparve un dolore atroce, forte come prima. Dopo qualche altro giorno di convalescenza, potei finalmente tornare a casa. La mia vita ritornò lentamente alla normalità e questo film del dolore terminò la sua proiezione a metà luglio 2020.

Il vuoto esistenziale di un precario in ferie

Fatti una passeggiata oggi e condividi una foto di qualcosa che ti colpisce.

Amedeo è seduto in una stanza dal soffitto basso. Un improvviso bisogno di aria fresca invade il cuore del nostro precario statale in ferie. Fissa una fila di sedie arancioni in plastica e, paradossalmente, sente la nostalgia del suo lavoro nell’inferno scolastico. Dopo appena una settimana di vacanza, è già sommerso da una tempesta di noia esistenziale.

I libri e il blog sono gli unici giochi che rallegrano le giornate del signor Triste. Trovarsi immerso in un mare infinito di tempo libero lo spinge a porsi domande spinose: “Ora, cosa faccio per passare il tempo?”. E ancora: “Perché la vita sembra un bicchiere bucato che non riesce a trattenere un briciolo di significato?”.

Il rito della donazione all’AVIS

La dottoressa, dallo sguardo severo dietro le lenti degli occhiali, gli lancia un’occhiataccia; forse Amedeo ha esagerato col profumo. Il nostro protagonista sta aspettando il suo turno per donare il sangue: è un donatore AVIS. Molti potrebbero pensare che il bidello sia un uomo generoso, ma la realtà è più sfumata.

Donare il sangue è un gesto che non costa nulla e, in cambio, garantisce una volta all’anno esami completi gratuiti. Soprattutto, ogni volta che il “macchinario vampiro” entra in azione, si ottiene una giustificazione per saltare il lavoro. Molti donatori giocano il jolly della donazione proprio per godersi un giorno di riposo dal lavoro dipendente. Eppure, in fondo, Amedeo ama sentirsi utile: per questo ha rinunciato a una mattina di relax per chiudersi in quel vecchio e freddo centro prelievi.

Incontri e contrasti in sala d’attesa

Dopo il controllo del peso (sempre fisso a 115 chili, nonostante le camminate e la pasta integrale condita con un filo d’olio) e la misurazione della pressione (con la minima a 130), la dottoressa dà il via libera. L’infermiera, dai tratti marcati, fatica a trovare la vena nel braccio di Triste per infilzare l’ago.

In quel momento, entra nella stanza una ragazza di diciotto anni alla sua prima donazione. Alla vista della giovane, Amedeo si risveglia dal grigiore circostante. Michela — questo è il nome della ragazza — sprizza vitalità, con il suo sorriso di chi crede ancora in un futuro luminoso. Rappresenta tutto ciò che quel luogo, popolato da personale stanco e sbrigativo, non è più.

La tentazione del buffet e il “caffè acquerello”

Ai donatori è riservata una colazione sostanziosa. L’addetta al buffet somiglia incredibilmente a una vecchia zitella che abitava a Cicciano, nel palazzo dell’infanzia di Amedeo, una nota ficcanaso che sparlava di tutto il condominio. L’infermiera mette davanti ad Amedeo panini al prosciutto, mozzarelle, merendine e confezioni di Nutella.

Qui inizia la crisi: Amedeo vorrebbe divorare quel panino, ma lo “spirito maligno della dieta” appare alla sua destra, fulminandolo con uno sguardo inceneritore. Sbuffando, il bidello ripiega su due fette biscottate integrali e un caffè “acquerello”, tipico di quelle latitudini del profondo Nord.

Il miraggio del mare nel grigio urbano

Terminato l’appuntamento, il precario statale esce per una passeggiata nel cemento. Vorrebbe trovare uno scorcio interessante da fotografare per rispondere al prompt giornaliero di WordPress: “Fatti una passeggiata oggi e condividi una foto di qualcosa che ti colpisce”.

Legge con una punta di invidia il racconto della blogger Lady J, che scrive direttamente dalla spiaggia. Le sue parole e la sua foto trasportano Amedeo lontano: sente quasi la sabbia sotto i piedi e il rumore rilassante del mare. I ricordi lo riportano a Sperlonga, nell’agosto del 1981, tra partite a pallavolo e giovinezza. All’improvviso, il clacson di un’auto e lo stridore dei freni lo riportano alla realtà. Non c’è nessuna spiaggia, solo una via trafficata circondata da palazzoni grigi. Triste e sconsolato, Amedeo capisce che oggi non avrà nulla di bello da condividere.

Qual è il primo libro che hai finito e che ricordi ancora oggi?

Qual è il primo libro che hai finito e che ricordi ancora oggi?

Un asinello, la poesia e nonno Federico

L’eroe del primo libro che lessi a sei anni, con l’aiuto di mio nonno Federico, era un asino. Il povero nonno amava i rospi, le cagnoline randagie e il canto dei grilli; era un uomo che amava profondamente la poesia. Di mestiere faceva l’elettricista per la vecchia Enel, ma il suo hobby preferito erano i libri antichi, che scovava sempre a buon mercato.

Ogni giorno nonno Federico leggeva tantissimo, soprattutto opere poetiche. Grazie a lui scoprii i mondi fantastici racchiusi all’interno di racconti e romanzi. La storia che preferivamo leggere insieme era triste: parlava di un povero asino maltrattato, picchiato e sfruttato dagli esseri umani. Ricordo però che questo asinello compì un’impresa eroica e, alla fine, il povero animale fu adottato da una bambina dai capelli rossi e ricci.

Le pagine perdute nel tempo

L’anno scorso, mentre svuotavo la mia vecchia casa d’infanzia, ho buttato via tanta roba. Cercavo disperatamente quel volume scolorito e con alcune pagine strappate, intitolato Le memorie di un asino, ma niente: è scomparso nel nulla. Anche il mio caro nonnino Federico, che amava i rospi e i grilli e leggeva poesie d’amore, se n’è andato da tempo. Un ictus lo colpì nel maggio del 1984, e si spense due anni dopo, proprio a Natale.

Il primo vero libro che ho letto da solo, a 15 anni, è stato Siddhartha di Hermann Hesse. La storia di un uomo che cerca la saggezza prima attraverso la rinuncia ai piaceri e poi abbandonandovisi completamente; un personaggio che vuole costruire da sé la propria dottrina.

Dal passato al taccuino digitale

Senza dubbio, è grazie a mio nonno Federico se ho scoperto il piacere della lettura. Ora che ho 55 anni, annoto nel mio taccuino digitale tutti i libri che finisco di leggere, insieme alla data in cui li ho terminati. Proprio il 28 maggio ho completato il saggio Deep Work di Cal Newport.

La domanda giornaliera di WordPress mi ha catapultato all’improvviso nel passato remoto della mia infanzia quasi felice. In fondo, bastava davvero poco per essere contenti: un libro di favole, un pezzo di focaccia e l’affetto sincero di un nonno straordinario come Federico.

Tra Murakami e Zeno Cosini: La mia corsa (in salita) verso il romanzo

Qual è il consiglio più profondo che ti abbiano mai dato? L’hai seguito?

Qual è il consiglio più profondo che ti abbiano mai dato? L’hai seguito?

Secondo Murakami, per scrivere un romanzo di un certo valore occorrono due qualità: concentrazione e perseveranza. Nel suo saggio L’arte di correre, racconta che dedica ogni mattina quattro ore alla scrittura. Mentre scrive, riflette. Paragona lo scrittore a un picconatore che scava senza sosta per trovare una fonte d’acqua o un filone d’oro: quell’idea originale che intesse una trama interessante e significativa per i lettori.

Murakami non si ritiene uno scrittore dal talento infinito e abbondante. In realtà, non per modestia, si vede come un operaio della scrittura, pieno di autodisciplina, che ogni giorno scrive con sforzo concentrato per dar corpo a un romanzo ben costruito. Una creazione piacevole come una pizza cotta al punto giusto, senza bruciature e con il cornicione croccante. La perseveranza dello scrittore nipponico è straordinaria: ogni giorno, ogni anno, scrive con una regolarità asfissiante.

I miei 115 chili di perseveranza contro la pigrizia

Murakami è famoso anche per un’altra sua capacità: ogni giorno corre per 10 chilometri. Ha partecipato a molte maratone e una volta ha persino corso l’ultramaratona di 100 chilometri nel nord del Giappone. Con il suo esempio, ben evidenziato nel suo saggio, Murakami è per me un consiglio vivente, un suggerimento in carne e ossa. Soprattutto vista la mia fissazione di voler scrivere un romanzo prima della mia morte terrena.

Scrivere è faticoso. Correre 10 chilometri per un soggetto sedentario come me, con un “peso forma” di 115 chili, è forse ancora più sfiancante. Finora ho scritto il mio racconto giornaliero per il blog di WordPress, ma il mio sogno è scrivere almeno un romanzo interessante, un testo ironico e riflessivo. Questo è il mio obiettivo.

Come Murakami, mi sveglierò alle 4 del mattino e scriverò per 4 ore con profonda concentrazione. Per quanto riguarda la corsa, beh, ho iniziato a camminare svelto in salita. Sudo, e un lago d’acqua salata sgorga da tutto il corpo; fare attività fisica in questo fine maggio estivo è una vera prova di resistenza.

Tra la seduzione della Nutella e i santi protettori

Un consiglio che sento spesso riguarda l’autodisciplina: per raggiungere grandi traguardi bisogna fare ogni giorno esercizi noiosi e ripetitivi, rinunciando alle gratificazioni immediate per ottenere gratificazioni future migliori e di ottima qualità. Meglio rinunciare oggi a quel cucchiaio di Nutella, per avere domani un fisico asciutto e snello. Questi consigli banali e monotoni sono sempre validi, e io scelgo di seguirli. In questo momento sono perseverante… chissà quanto dureranno i miei buoni propositi!

Più passano gli anni e più mi riconosco in Zeno Cosini, l’inetto protagonista del romanzo La coscienza di Zeno. Da sempre devo fare i conti con la mia pigrizia: questo difetto, paragonabile a una donna seducente in minigonna e con una maglietta scollata, riesce sempre a travolgermi.

Pregherò San Francesco di Sales, protettore degli scrittori, di darmi la forza e il coraggio di perseverare nell’arte nobile della scrittura; e invocherò San Cristoforo, affinché mi dia la forza per continuare la mia corsa giornaliera con regolarità.

Se avessi un budget illimitato per 24 ore, cosa faresti?

Se avessi un budget illimitato per 24 ore, cosa faresti?

Ciao, sono Frate Agostino, il priore del convento della Sapienza Divina. La mia istituzione, con un fondo illimitato di euro per 24 ore donato dalla Divina Provvidenza, farebbe milioni di cose. La prima sarebbe l’acquisto di una villa a due piani in pieno centro. Al primo piano nascerebbe una biblioteca privata aperta al pubblico. Con una pioggia di banconote gialle da duecento euro 💶, io, Frate Agostino, ordinerei libri da Roi Edizioni, Apogeo, Feltrinelli e Mondadori.

Vedo già gli scaffali. Ogni scaffale sarebbe dedicato a uno scrittore, e una foto grande come un poster farebbe da segnale per l’angolo delle sue opere. Una corsia tutta per Milan Kundera, un’altra per Georges Orwell e un’altra ancora per Haruki Murakami. Una stanza della nostra biblioteca privata sarebbe dedicata ai saggi di crescita personale: Wayne Dyer, Dale Carnegie, James Clear, Cal Newport. Ognuno di questi autori avrebbe il suo poster e il suo angolo. Questi uomini, che hanno partorito con la loro mente opere letterarie fuori dall’ordinario, possono sul serio cambiare la visione della realtà di un lettore.

Tu che hai comprato l’ultimo modello di iPhone, tu che scrolli i reel di Instagram e i video shorts di TikTok. Tu che ti masturbi con i video di Pornhub. Tu che hai scelto di dare tutta la tua attenzione a Facebook e Snapchat, segui questo consiglio: butta il cellulare nei rifiuti speciali nel centro di nettezza urbana del tuo comune e corri in una biblioteca pubblica a scrollare le pagine stampate di un romanzo di Georges Simenon o Italo Calvino!

Per realizzare una vita più felice e piena non hai bisogno di nessun budget illimitato per 24 ore. Sviluppa invece queste sane abitudini:

  1. Leggi ogni giorno un libro (quelli della biblioteca pubblica sono gratis).
  2. Cammina o corri ogni giorno (attività fisiche che sono gratuite come la prima).
  3. Fai un Digital Detox: disconnettiti per molte ore da Internet, liberati dalla schiavitù delle notifiche e dalla tirannia delle email.

La cosa più preziosa che abbiamo è la nostra attenzione e concentrazione. Gli squali dei colossi tech vogliono colonizzare la nostra mente per guadagnare sempre più soldi. La vera dittatura è quella del piacere. I grandi CEO dei social media vogliono creare un allevamento di uomini e donne zombie: esseri sempre chini sul display dello smartphone, individui col cervello atrofizzato dallo scrolling compulsivo e incapaci di riflettere in profondità. Persone grasse e flaccide che fanno l’amore solo in webcam, consumatori passivi di ogni sciocchezza digitale e analogica; persone drogate di tecnologia, con gli occhi rossi e assonnati dopo una lunga notte a navigare su internet o a consumare in modo automatico un episodio dopo l’altro di una serie Netflix.

Per realizzare questi aggiornamenti non serve un fondo illimitato di denaro per 24 ore. Dopo la predica, io, Frate Agostino, prendo congedo da voi, tossici della rete, ricordandovi che la vera pandemia che rischia di annichilire l’umanità è “il COVID IA”. L’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo e prenderà il controllo della società. Gli esseri umani saranno schiavi dei robot, avranno il cervello ridotto a quello di un pulcino. Vedremo file di omini trascinati al guinzaglio come cani da robot umanoidi con un cervello artificiale più saggio di Socrate, Platone e Marco Aurelio messi insieme!

La Serie TV che Non Finisce Mai

Qual è una serie TV con un finale perfetto?

Un finale apocalittico

“E vissero felici e contenti”. Un finale da favola, tipo Cenerentola.

La morsa del caldo improvviso a fine maggio stringe tutta l’Italia del Nord. Gaspare Sorriso è sul letto disfatto a scrollare i video Shorts su YouTube. Un senso di sonnolenza gli chiude gli occhi. In un mese appena, la sua serie TV personale si è conclusa, e il finale è apocalittico: il 7 maggio è stato licenziato dal suo impiego come lavapiatti in un ristorante svizzero; dopo soli sette giorni, la sua compagna Luana lo ha mollato. La realtà, per Gaspare, è una serie TV horror con una fine tragica nel cimitero pubblico di Como.

Fantasie londinesi e nostalgie televisive

Gaspare ricorda quella fiction italiana con quel grande spilungone dagli occhi a mandorla, il figlio d’arte del grande Vittorio. Sì, Alessandro Gassmann, nel ruolo di un originale professore di filosofia: un gran dongiovanni che seduce colleghe e presidi senza ritegno. Questa serie non è ancora finita; visti gli ascolti alti, è già in cantiere Un Professore 4.

Nel frattempo, una ragazza londinese di nome Sherry lancia messaggi a raffica su X. Gaspare ha in testa solo il sesso, ma la londinese è una broker di criptovalute. Vuole convincere il disoccupato Sorriso a investire i suoi ultimi due spiccioli sul tavolo da roulette delle crypto. Gaspare fantastica: immagina di essere a Londra, nel letto di Sherry, a dare vita a una serie comica tipo Sandra e Raimondo. Sherry, però, ha sempre in bocca il Bitcoin; la ragazza britannica pensa solo ai soldi che si possono generare con le monete virtuali.

Il potere delle storie infinite

Gaspare si butta nella vasca da bagno. In ammollo nell’acqua, torna con la mente a quando, da ragazzino, in TV trasmettevano Dallas. Com’era cattivo J.R. Ewing! Anche lui è morto, e Gaspare non ricorda nemmeno più come sia finita quella serie.

Il caldo è ancora forte in questa serata di fine maggio. La sirena di un’ambulanza spezza il silenzio serale. Gaspare Sorriso pensa agli intrighi di Marina alle spalle del marito Roberto Ferri in Un Posto al Sole, una soap opera campana che vedeva fin da ragazzino insieme a sua mamma Gertrude.

La miglior serie TV con il finale perfetto è proprio quella che non finisce mai!

La via è dura (soprattutto se cerchi un ristorante)

Gaspare fissava la salita ripida. I cartelli disseminati lungo la montagna continuavano a ripetere la stessa domanda: “È dura la via?”.
“Sì, è decisamente una faticaccia!” rispose ad alta voce, asciugandosi il sudore dalla fronte.
Gaspare non cercava il paradiso, aveva soltanto seguito le indicazioni errate del suo navigatore satellitare per raggiungere il ristorante panoramico.
Superò rocce, spine, lapidi filosofiche e persino una pergamena appesa ad un albero che ribadiva il concetto.
Giunto stremato in vetta, davanti alla maestosa croce splendente, non trovò nessun cameriere, ma solo nuvole.
Sconsolato, prese il telefono per scrivere una recensione molto negativa: “Il posto offre una vista davvero celestiale, tuttavia la strada per arrivare è un vero incubo. Servizio clienti del tutto inesistente. Mai più”.

Se potessi cenare con un filosofo qualsiasi, chi sceglieresti?

Se potessi cenare con un filosofo qualsiasi, chi sceglieresti?

Lunga e faticosa è la via di Cristo. Stretta è la strada di montagna che conduce alla luce e al canto melodioso degli uccellini. Il volto di Amedeo è una cascata di sudore. Le narici inspirano ed espirano vogliose, di bombole d’aria fresca.

Nel suo secondo giorno di ferie dal suo stupido lavoro, ha deciso di mettere in pratica quello che i guru della crescita personale formulano nei loro trattati di miglioramento. Alle 5:00 si è svegliato dopo un sogno meraviglioso: era in compagnia di Lara, una ragazza alta e rossa con un fisico da atleta. La sua dote principale era la dolcezza. Parlava come una sirena e faceva sentire Amedeo – il piccolo uomo Amedeo – come l’uomo più importante del mondo. Peccato che al risveglio ci fosse al suo fianco Windy, la gatta-ippopotamo che russava come due pentole a pressione.

La via dura e il falegname di Nazareth

Un pensiero nasce spontaneo, come un’erba selvaggia, nel cranio rasato di Amedeo. Deve lasciare la strada piana e comoda e salire per il sentiero di ghiaia tra i monti che conduce al Cielo. Deve percorrere la via dura e faticosa. Mentre arranca, gli tornano in mente i versi sentiti una volta:

È dura la via? È quella di Cristo, è la via del cielo.
Credi: non vi è un sentiero comodo dalla terra al cielo.
Qual è la vera via? Se segui Cristo, questa è la sola via.
Se è di Cristo, perché la via ti è dura?

“Credi: non vi è un sentiero comodo dalla terra al cielo.”

Amedeo vorrebbe cenare proprio con quel filosofo ebreo che faceva di mestiere il falegname. Quel saggio stoico che non aveva una casa e un cuscino per poggiare il capo. Quel signore che parlava di amore e fratellanza. Un tizio strambo che blaterava di amore per i nemici (vallo a dire a Trump, che è in guerra con tutti; scommetto che in cuor suo darebbe una bella bombardata con i caccia americani al Vaticano e al parlamento italiano). Il filosofo ebreo, il figlio di Giuseppe e Maria. Il bambino che il Putin dell’epoca (Erode) voleva sgozzare.

Sarebbe bello, per un precario statale, cenare con Gesù e parlare di felicità. Chi è estremamente felice per Gesù? “Beati i miti perché erediteranno la terra, i puri di cuore perché vedranno Dio, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”. Questo è l’elenco delle beatitudini del discorso della montagna, nel capitolo 5 del Vangelo di Matteo.

Il ristorante perfetto per il Re dei Re

Il problema per Amedeo sarebbe trovare il ristorante perfetto per mangiare in compagnia del filosofo di Nazareth. Ci sarebbe il fast-food, con il suo bel cibo spazzatura e un menu economico. Paghi poco. Il signor Amedeo accarezza l’idea, vista la sua proverbiale avarizia. Gesù è umile, certo, ma non dimentichiamoci che è il Re dei Re. Un re dovrebbe mangiare in un ristorante stellato, magari con uno chef importante come Cannavacciuolo. Ma il filosofo Gesù capirà che Amedeo non può vendersi un rene per cenare con lui.

La soluzione migliore è la pizzeria. Però, in questo profondo Nord, la pizza che sfornano assomiglia all’ostia consacrata che ti dà il prete alla comunione: una pizza sottile sottile, senza cornicione.

Amedeo guarda la chiesa ancora chiusa; è presto per la prima messa del mattino. Sente solo il canto degli uccelli. Una calma improvvisa invade l’inquieto precario. Sì, ha trovato! Inviterà Gesù a cena nella pizzeria casalinga di Amedeo: pizzaiolo mancato e, di professione, bidello precario. Una bella pizza Margherita per Gesù Cristo, il filosofo dell’amore, e per Amedeo – incallito peccatore, goloso e lussurioso – una pizza diavola piena di salame piccante, provola affumicata e mozzarella, con tanto, tanto olio! Margherita Diavola 🔥

“Qual è la vera via? Se segui Cristo, questa è la sola via.”

Il piacere e il ritorno alla realtà

All’improvviso, una ragazza corre sulla strada in salita. Avrà avuto una ventina d’anni. Amedeo la guarda e pensa che, se potesse scegliere, quasi quasi opterebbe per cenare con questa fresca filosofa epicurea, così da approfondire l’argomento: il piacere in tutte le sue forme e le sue molteplici declinazioni.

Voi, amici lettori, con quale filosofo vorreste cenare? Se vi va, potreste scriverlo nei commenti qui sotto. Li leggerò con un piacere grande come un bel pezzo di cioccolato fondente al 70%.

Sono le sette del mattino. Amedeo ridiscende il sentiero per tornare nel suo monolocale. Oggi dovrà finire di leggere “Deep Work”: mancano solo 50 pagine alla fine del saggio sulla concentrazione profonda.

Il Bidello Precario e la Principessa di un Altro Mondo

Come gestisci la paura e i dubbi su te stesso/a?

Come gestire la paura e i dubbi su se stessi?

Un digiuno di coraggio tra cibo spazzatura e sogni di gloria

Il fatto che Amedeo si ritrovi in questo ristorante americano di cibo spazzatura è il suo modo personale per festeggiare il primo giorno di libertà dopo un lungo anno scolastico. Come al solito, il nostro bidello precario si è imposto dei buoni propositi che, con la puntualità di un cronometro svizzero, tradirà. Amedeo si sente quasi stordito sotto i fumi di un bicchierone di Coca-Cola ghiacciata; un leggero torpore pesa sul suo sguardo. La digestione del panino con lo pseudo-pollo è ufficialmente iniziata.

All’improvviso entra nel locale la principessa di Guerre Stellari. Questa ragazza è un’alunna dell’ultimo anno della scuola superiore dove proprio ieri Amedeo ha svolto il suo ultimo giorno di servizio. La giovane ha i capelli neri e lisci, e vanta un fisico da modella da passerella. La sua qualità predominante è l’aria di chi è perfettamente consapevole del proprio fascino seduttivo. Amedeo finge di non vederla: ormai lei e la scuola superiore appartengono interamente al suo passato.

Il trillo del dovere e lo specchio dell’anima

Proprio in quel momento, il suo maledetto smartphone emette il trillo di una notifica di WordPress. Il prompt giornaliero di oggi sembra quasi una seduta di psicanalisi a cui Amedeo deciderà di sottoporre se stesso per scoprire la verità sulla sua reale natura. La paura e i dubbi sono stati i compagni di viaggio indesiderati che hanno accompagnato il nostro precario statale fin da quando, da bambino, si metteva il pollice destro in bocca.

Amedeo guarda di nascosto la principessa di Guerre Stellari. Lui non ha mai avuto una ragazza bella come questa studentessa dell’ultimo anno. Amedeo era timido… ed è tuttora timido con le donne; con quelle belle, poi, diventa letteralmente muto, con la lingua impastata. Il nostro bidello di fronte alla bellezza femminile si blocca, anzi, fugge a gambe levate. La donna rappresenta un mistero che ha sempre intimorito il nostro timidone. I dubbi su se stesso sono stati gli ulteriori veleni che hanno finito per autosabotarlo nel corso degli anni.

L’illusione dei manuali e il vero campo di battaglia

Eppure la natura era stata generosa con Amedeo: gli aveva regalato una voce calda e baritonale, uno sguardo profondo alla Richard Gere e un’altezza di quasi un metro e novanta. Peccato, però, che non gli abbia donato anche il coraggio, l’autostima e la fiducia in se stesso. In campo amoroso, Amedeo fa aperta concorrenza al celebre personaggio di fantasia creato da Paolo Villaggio: Fantozzi. Il “Signor Triste” ha sedotto nel tempo solo donne brutte, tozze e basse; ragazze grasse e racchie sono state le sue uniche e scarse conquiste amorose.

“Chi tene paura, nun se cocca cu ‘e femmene belle”. Questo proverbio napoletano è un distillato puro di saggezza partenopea. La paura frena, i dubbi arrestano il cammino. Come gestire e sconfiggere, dunque, dubbi e paure? Amedeo cerca disperatamente il coraggio e le certezze nei video e nei libri di crescita personale. Legge e rilegge con ostinazione questi testi motivazionali per trovare sicurezza. Da un libro vorrebbe attingere quel coraggio audace capace di trasformarlo in un superuomo: un uomo che non deve chiedere mai (per citare un vecchio slogan pubblicitario di un dopobarba). Un maschio alfa capace di sedurre la principessa di Guerre Stellari e tutte le donne affascinanti del mondo; questo è il miracolo trasformativo che il nostro piccolo uomo brama con disperazione.

I libri e i video possono ispirare, certo, ma il vero coraggio si conquista sul campo della vita, affrontando a viso aperto la paura della sconfitta e del rifiuto. Riuscirà il “Signor Triste” Amedeo a diventare un campione di coraggio e di certezze? Forse sì, chissà.


    Tra Levi e i Tagli: L’Ultimo Giorno del Bidello Amedeo

    Qual è stato un momento che ti ha fatto dubitare della realtà?

    Qual è stato un momento che ti ha fatto dubitare della realtà?

    «Primo Levi nasce a Torino nel 1919. Nel 1944 viene arrestato dai nazisti e internato nel campo di concentramento di Auschwitz. Le sue opere letterarie principali sono Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati».

    Lo scrittore ebreo, scampato ai nazisti, morì suicida a Torino nel 1987.

    Un Futuro Incerto

    Il Corridoio e il Ripasso

    Questa era la lezione che Ilary stava ripassando nel corridoio del secondo piano. Amedeo ascoltava con attenzione la ragazza quando lei, all’improvviso, si ferma e lo guarda dritto negli occhi esclamando: «Ti vedo triste, sei giù». Amedeo nega, ma in fondo al cuore sente una malinconia strisciante. Il nostro bidello precario non conosce il suo futuro destino lavorativo. Chissà se ritornerà in questa scuola. Il prossimo anno scolastico, il 2026-27, sarà ricordato come l’anno dei tagli: 2174 bidelli in meno nelle scuole superiori. Il “Signor Triste”, anche volendo, chissà se troverà posto in questa scuola matta.

    Il Saluto di Mattia

    Mattia è un alunno di quarta; è triste perché la sua ragazza (una ragazzina di prima) lo ha mollato proprio oggi. Amedeo prova stima per questo ragazzo estremamente educato. Amedeo lo saluta con affetto, perché oggi è il suo ultimo giorno di servizio. Mattia elogia il nostro bidello precario: «Amedeo, tu sei un uomo sensibile. È stato un piacere avere un bidello come te. Spero che ritornerai in questa scuola. Comunque, ovunque andrai a lavorare, un giorno voglio venirti a trovare». Amedeo è contento per queste parole gentili, ma si chiede fino a che punto siano vere.

    Il Senso del Dovere e la Fuga nella Lettura

    In questo anno scolastico, il Signor Triste si è impegnato mettendoci il corpo, ma anche il cuore. Con certezza, ha commesso molti sbagli. Il suo unico pregio è il senso del dovere, un valore inculcatogli da mamma Carmela. Il signor Amedeo ha preso servizio il 1° settembre 2025 e lavorerà fino al 25 maggio 2026. In questo lungo periodo non ha mai fatto un’assenza per malattia. Amedeo è un bidello fuori dalla realtà: il collaboratore scolastico “classico”, durante l’anno, è colpito da svariate malattie, quindi è costretto ad assentarsi dal lavoro, giustificato dal suo cagionevole stato di salute.

    Il Sogno della Fuga e dei Libri

    A volte Amedeo vede la realtà come una prigione con sbarre doppie, un posto da cui è impossibile fuggire. Vorrebbe dubitare della propria realtà, immaginarne una diversa, fatta di pace e armonia, dove gli uomini siano veri fratelli. Invece, la realtà è sempre la stessa cosa, monotona e ripetitiva. L’unico modo per mettere in dubbio la realtà è guardare il mondo con occhi diversi. Gli scrittori, con i loro libri, ci aiutano a guardare la realtà, la vita e il mondo da angolazioni diverse. Amedeo, in questa pausa lavorativa, leggerà tanto, proprio per trovare una realtà migliore e più felice, che lo aiuti a diventare un uomo migliore e un collaboratore scolastico esemplare.

    Ernesto Titubante e il Miracolo di “Glitter & Motoseghe”

    Qual è un film che pensavi di odiare e invece hai finito per amare?

    La caduta dello snobismo intellettuale

    Un Cinefilo Troppo Impegnato

    Ernesto Titubante non guardava film. Ernesto Titubante analizzava opere visive. Aspirante scrittore di romanzi in cui non succedeva assolutamente nulla per trecento pagine (il suo capolavoro inedito si intitolava “L’Immobilità del Pulviscolo”), Ernesto disprezzava profondamente tutto ciò che fosse a colori, durasse meno di quattro ore o, Dio non voglia, contenesse una trama comprensibile.

    Alla domanda “Qual è un film che pensavi di odiare e invece hai finito per amare?”, Ernesto avrebbe risposto con una risata gelida. “L’odio è un sentimento troppo passionale per l’intrattenimento di massa”, soleva dire, sorseggiando tisane al tarassaco non zuccherate. Fino a quel fatidico martedì sera.

    La Trappola del Multisala

    Il calvario del multisala

    La sua fidanzata, Clara — una donna dotata di una pericolosa tolleranza per la gioia di vivere — lo aveva trascinato al cinema con l’inganno. Gli aveva promesso un documentario muto svedese sulla lavorazione del legno. Invece, Ernesto si ritrovò bloccato nella poltrona VIP della sala 4 per l’anteprima di “Glitter & Motoseghe: Il Musical sui Pattini”.

    Le luci si abbassarono. Ernesto tirò fuori la sua Moleskine nera, affilò la matita come un sicario affila il pugnale, e si preparò a massacrare il film. Voleva distruggerlo. Voleva scrivere una stroncatura così feroce che il regista si sarebbe ritirato in un monastero tibetano.

    Il Taccuino del Disprezzo

    I primi venti minuti furono una sofferenza fisica. I protagonisti, un gruppo di boscaioli canadesi appassionati di pattinaggio artistico, cantavano in rima baciata mentre abbattevano sequoie giganti. Ernesto scriveva furiosamente alla debole luce dello schermo:

    • “Regia puerile. Fotografia paragonabile a un’esplosione in una fabbrica di evidenziatori.”
    • “I dialoghi sono un insulto all’intelligenza umana. Chi mai direbbe ‘Il mio cuore fa ciak-ciak come la mia motosega’?”
    • “Mi sanguinano gli occhi. Considerare vie legali per danni morali.”

    Eppure, mentre rileggeva i suoi appunti carichi di veleno, qualcosa cominciò a scricchiolare nella sua corazza da intellettuale. Un motivetto. Un dannatissimo, insistente motivetto pop.

    La Rivelazione Scintillante

    L’illuminazione trash

    A metà del secondo atto, il protagonista maschile, Jacques, eseguì un triplo axel con la motosega accesa, cantando la ballata “Tagliami l’Anima (Ma Salva i Paillettes)”. Ernesto sentì un fremito. Il taccuino gli scivolò dalle mani. La sua gamba destra iniziò a muoversi a tempo.

    Non è possibile, pensò. Io leggo Proust in lingua originale. Io non batto il piede a tempo per un taglialegna in calzamaglia.

    Ma il ritmo era inesorabile. La sincerità pacchiana di quel film stava abbattendo le sue difese snob come, beh, una motosega su un ramoscello. Quando l’intera compagnia di boscaioli iniziò una coreografia sincronizzata sul ghiaccio circondati da fuochi d’artificio, Ernesto si ritrovò in piedi. Stava piangendo. Le lacrime rigavano le sue guance pallide mentre cantava a squarciagola il ritornello, afferrando le mani dei perfetti sconosciuti seduti accanto a lui.

    Epilogo: Da Snob a Fanboy

    Quando le luci si riaccesero, Clara lo guardò sbigottita. Ernesto aveva il papillon slacciato, i capelli spettinati e un sorriso folle stampato in faccia. Aveva dimenticato la Moleskine sul pavimento, calpestandola nell’entusiasmo dell’ultimo numero musicale.

    «Ernesto?» chiese Clara, preoccupata. «Stai bene? Vuoi che andiamo a cercare un saggio sulla cinematografia russa degli anni ’20 per disintossicarti?»

    «Clara,» sussurrò Ernesto, con gli occhi che brillavano di una nuova, spaventosa luce. «L’immobilità del pulviscolo è una cavolata. Il mondo ha bisogno di movimento. Ha bisogno di canzoni! Ha bisogno di attrezzi da ferramenta e glitter!»

    Quella notte, Ernesto Titubante buttò via le sue trecento pagine di noia esistenziale. Aprì un nuovo file sul computer e iniziò a digitare freneticamente. Il titolo provvisorio del suo nuovo romanzo? “Il Martello Pneumatico dell’Amore (In Do Maggiore)”. E per la prima volta nella sua vita, fu felice di scrivere.

    Il Senso della Vita, tra Dogmi Sacri, Desideri Profani e una Pizza Diavola

    Qual è il senso della vita?

    Un Sabato Mattina da Filosofo Precario

    Qual è il senso della vita? Una domandona filosofica in questo sabato mattina di fine maggio ci viene lanciata dal blog di WordPress. Amedeo, filosofo mancato, cerca la risposta in ogni angolo. La gatta Windy risponderebbe che il significato della vita è starsene a pancia all’aria, ricevere le carezze di Amedeo e fare le fusa. Per Amedeo, invece, il senso della vita è disperso. Chissà dove si è nascosto questo significato misterioso. Il nostro bidello precario lo cerca in un video su YouTube. Dopo appena due minuti, la voce del creator si rivela ideale per chi soffre d’insonnia: Amedeo chiude gli occhi e russa come un trombone stonato.

    IL DOGMA E LA TENTAZIONE

    La Verità Assoluta in una Borsetta

    All’improvviso compare Matteo il Geovita che, con fare solenne, estrae dalla sua borsetta la Verità: “Lo scopo della vita è fare la volontà di Dio”. Amedeo cerca di scoprire cosa desideri e cosa pretenda il buon vecchio Dio dagli uomini. Matteo, lo zelante Testimone della Verità Assoluta, prende la Bibbia e va al libro dell’Esodo. I Dieci Comandamenti sono i precetti di Geova che dovevano osservare gli ebrei liberati dalla schiavitù egiziana: non desiderare la donna d’altri, non commettere atti impuri, ricordati di santificare le feste, non rubare, non mentire. “Se osserverai tutti i miei comandi, vivrai a lungo e felice”. Matteo, con rapidità, passa poi al primo libro della Bibbia, la Genesi. Adamo ed Eva erano felici e immortali nel giardino dell’Eden, e potevano mangiare tutti i frutti che potevano. Invece quei due furboni dei nostri progenitori mangiarono il frutto proibito dell’albero della conoscenza del bene e del male. L’albero di cui Dio aveva vietato di cogliere i frutti. Il Dio della Bibbia è il Dio dei divieti. Il significato della vita è obbedire a Dio. “I suoi comandi sono giusti e sono per il nostro bene”, esclama Matteo insieme alla moglie Cristina.

    Fantasticherie Erotiche e Comandamenti Infranti

    Amedeo è incantato dopo questa frase dello zelante Geovita. Forse il nostro bidello è pronto per convertirsi e battezzarsi come Testimone della Verità Pura e Assoluta? No, Amedeo è perso nelle sue fantasticherie erotiche. Guarda ammirato il seno sodo e prosperoso che sembra voler bucare la camicetta di Cristina. Il signor Triste immagina Cristina in ginocchio davanti a lui. La moglie di Matteo, nel suo sogno a occhi aperti, è nuda con la Bibbia in mano. Legge ad alta voce il giusto comandamento “non devi commettere adulterio” e poi, subito dopo, pratica una fellatio al nostro Amedeo, bidello precario e sempre voglioso di amore carnale.

    La Filosofia del Piacere e l’Assolo Fallico

    Forse il senso dell’esistenza è fare molto sesso. Secondo la pornoattrice e filosofa del piacere Valentina Nappi, lo scopo dell’uomo è copulare ogni giorno con uno o più esemplari umani di sesso diverso o del proprio. Se poi, come nel caso del nostro sfigato Amedeo, si è soli o in compagnia soltanto di una scopa per spazzare per terra, la pornofilosofa Valentina consiglia di guardare un video porno (il suo è preferibile) e praticare la ginnastica a una mano, in un perfetto assolo fallico.

    IL VERO SENSO DELLA VITA!

    La Soluzione Tragicomica: Pizza, Birra e un Rutto Liberatorio

    Il vero senso della vita è mangiare una pizza diavola e bere una birra bionda gelata, per poi emettere un sonoro rutto in faccia a tutti quegli esauriti che cercano una risposta a una domanda assurda. La vita è uno scherzo tragicomico che dura, per i più fortunati, appena 80 o 90 anni!

    Le parole che danno sui nervi: diario di un venerdì di fine maggio a scuola

    Qual è una parola o un’espressione che ti dà sui nervi?

    Ore 08:30 – L’ansia prima della campanella

    Il corridoio del secondo piano è occupato da due giovani alunne che camminano avanti e indietro con un foglio in mano. Un’altra è seduta e ripete con velocità tra sé e sé la lezione imparata poco prima dell’interrogazione. Amedeo, il bidello precario, le spia dietro il vetro in plexiglas della sua postazione. La ragazza seduta si scioglie i bei capelli lunghi e ondulati; ha due occhi verdi caratterizzati da un taglio orientale. Le due compagne di classe, che continuano a camminare in tondo per il corridoio, s’interrogano a vicenda. Chissà quale materia stanno studiando? Italiano, Storia o Filosofia?

    All’improvviso Francesca, una ragazza autistica, si avvicina alla postazione per lamentarsi del bagno delle femmine, ancora guasto: “I bagni vanno aggiustati, eh Amedeo!”. Nel frattempo Luigi, un alunno di quarta informatica dal viso perfettamente sbarbato e un volto da bravo bambino, vuole offrire una bottiglietta d’acqua alla sua nuova fidanzata Nadia, che frequenta la prima superiore. Il ragazzo si avvicina ad Amedeo e gli chiede 50 centesimi per le macchinette automatiche.

    L’ansia da interrogazione nei corridoi scolastici

    Ore 08:50 – L’arte del rimorchio e i disturbi della mente

    In questo momento, alle 8:50, è arrivato Omar. Omar è un ragazzo marocchino di 18 anni che ama poco la scuola; arriva sempre con assoluta puntualità in ritardo. Si ferma di botto non appena vede una delle ragazze ripetere la lezione. Il giovane è decisamente scarso nella conoscenza dell’algebra, ma si rivela un maestro nell’arte del rimorchio. Con un grande sorriso bianco, stile Colgate a 32 denti, si avvicina alla studentessa dichiarandosi un esperto in matematica: se lei vuole, lui può aiutarla. La ragazza lo guarda e, con estremo candore, esclama: “Sei bravo anche in psicologia, segaiolo?”.

    Lisa – questo è il nome della ragazza – riprende a camminare avanti e indietro a pochi centimetri dalla postazione di Amedeo. È una fanciulla non molto alta, ma ha due occhi azzurri, un naso alla francese e un sedere rotondo e ben curvato (quest’ultimo dettaglio lo aggiungerebbe Omar alla descrizione del bidello).

    Il corridoio del secondo piano è un viavai continuo di alunni e professori. È un luogo dove regnano incontrastate sette macchinette automatiche, due divanetti e due tavolini neri con quattro sedie. Un posto di relax nei due intervalli scolastici, ma anche un punto di ritrovo per ripassare la lezione prima della fatale interrogazione. Ormai l’anno giunge al termine e si vedono tanti alunni studiare all’ultimo minuto per salvarsi dalla bocciatura o dai debiti formativi, una vera sciagura che costringe a passare l’estate sui libri.

    Amedeo si alza. La noia, come un sonno improvviso, gli appesantisce gli occhi. Si sente costretto a bere quella ciofeca di acqua colorata del distributore automatico che i non napoletani osano chiamare caffè. Poco distante, la ragazza si prepara a essere interrogata sul DOC, il disturbo ossessivo-compulsivo. Amedeo sorride tra sé: lui sa bene cosa sia il DOC. Pensa a che gioia sarebbe poter cancellare dal dizionario la parola “Doc”, depennare il disturbo ossessivo-compulsivo dai manuali di medicina ed eliminare per sempre questa patologia psichiatrica dalla vita dell’uomo.

    Il peso dei ricordi e i profumi moderni

    Poco più in là, la professoressa siciliana – una docente di sostegno dall’accento marcato, il viso cosparso da un tappeto di lentiggini e due occhi verdi intensi – sta aiutando a studiare una ragazza allampanata con la coda di cavallo. La spilungona mostra un cattivo lessico italiano e non riesce a comprendere un particolare disturbo psicologico: la tricotillomania.

    Questa patologia è caratterizzata dall’impulso irresistibile e ricorrente di strapparsi capelli o peli da qualsiasi parte del corpo. Spesso considerata parte dei disturbi ossessivo-compulsivi, viene utilizzata dal cervello come meccanismo per gestire lo stress, l’ansia o la noia, causando la perdita di capelli e un forte disagio emotivo.

    Amedeo, ascoltando quelle parole, si sente turbato, improvvisamente catturato da un ricordo d’infanzia. In prima elementare, quel bambino triste che era stato un tempo si attorcigliava i capelli per sfizio e, quando si formava un nodo ben aggrovigliato, li strappava con gusto dalla testa. “Tricotillomania” è un’altra parola irritante e disgustosa che il nostro caro bidello precario dissolverebbe volentieri nell’acido.

    Un profumo di “Puff” investe improvvisamente Amedeo, che come un cane segugio annusa l’aria per capire da dove provenga quel sentore intenso di sigaretta elettronica. Kevin, un ragazzo ciccione e insolente, grida sghignazzando in faccia al bidello: “Mi sembri un cane da tartufo che annusa l’aria!”. Questo ragazzo è una trottola in continuo movimento. Amedeo lo sopporta come si sopportano quei mocciosi di cinque anni che fanno le boccacce. “Amedeo, stai male con il cranio rasato, eri meglio prima!” lo provoca Kevin, un giovane adolescente con un futuro assicurato da rompiscatole professionista.

    Ore 13:30 – Verso la fine della giornata

    Uno squillo forte della campanella annuncia la fine della terza ora di lezione. Il professor Aglio, un docente di sostegno, si lamenta nei corridoi dei genitori troppo permissivi di oggi, raccontando un aneddoto della sua giovinezza a Catania: “Un giorno tornai a casa alle quattro di notte. Appena varcai la soglia, un ceffone a mano aperta mi colpì in pieno volto. ‘Alle quattro di notte girano per le strade solo i ladri, i magnaccia e le prostitute!’, questo ringhiò mio padre in faccia a me, che allora studiavo psicologia”.

    Più tardi, mentre Amedeo aiuta a cambiare il pannolone a Marco, un ragazzo diversamente abile, quest’ultimo lo investe a colpi di rotolo celeste (i sacchetti piccoli della spazzatura) in pieno cranio rasato. Marco, affetto da autismo grave, ride e nomina Amedeo “Primo collaboratore scolastico”. Ormai manca poco alla fine dell’ultimo venerdì di lavoro in questa schizofrenica scuola. Tre ragazze arabe parlano tra loro a voce alta nella loro lingua; una di loro, Agar, soprannominata “la miss Egitto”, traduce ad Amedeo che la sua amica è stata picchiata dal fidanzato marocchino, aggiungendo con amarezza: “Sai, gli arabi picchiano le loro donne”.

    Alle ore 13:30, Amedeo versa mezza bottiglia di candeggina nel bagno dei maschi. Una collega impicciona corre subito a avvisarlo che l’odore del liquido disinfettante arriva fin nel corridoio. Amedeo, con calma serafica, replica: “Collega cara, i bagni erano inondati da un mare di piscio. Meglio il profumo acre della candeggina che la puzza di pipì”.

    “Ficcanaso” è una parola – e una categoria di persone – che il nostro Amedeo farebbe scomparire con piacere da tutte le lingue e dalle tribù umane. Odia gli impiccioni che devono sempre sapere e commentare il comportamento altrui. Un’altra parola schifosa per lui è l’invidia, quel sentimento naturale provato da molte “galline vecchie” che esercitano il lavoro di collaboratrice scolastica.

    Quante parole e quanti concetti provocano sentimenti di disgusto e ribrezzo in Amedeo. Chiudiamo qui il racconto di un venerdì di fine maggio, ambientato in una scuola pericolante che andrebbe restaurata o direttamente rottamata. A quelli del futuro l’arduo giudizio.

    Diario di un bidello precario: l’ultimo giorno e il viaggio verso casa

    Come organizzi il road trip perfetto?

    L’addio a un anno scolastico al vetriolo

    Il 3 giugno Amedeo partirà per il lungo viaggio di ritorno a casa. È sopravvissuto a un altro anno scolastico in un ambiente al vetriolo. Con immenso piacere dirà arrivederci al covo di vipere con cui ha condiviso ben otto mesi di intensa passione lavorativa. La vita è un clown pazzo che tira brutti scherzi al nostro bidello precario, il quale proprio il 19 maggio – termine ultimo di scadenza – ha presentato la domanda di aggiornamento dei 24 mesi in prima fascia.

    Una nube di malinconia grava sull’anima del collaboratore scolastico. Buffo a crederci, ma sentirà la mancanza di questa gioventù bruciata che ha affollato i corridoi del suo secondo piano.

    I volti impressi nella memoria

    Con certezza, Amedeo ricorderà la giovane Illary, che ripeteva ad alta voce la lezione sul disturbo bipolare e le sue classificazioni: maniacale, ipomaniacale e depressivo (a sua volta diviso in maggiore e minore).

    Un altro elemento indimenticabile è Gianni, il corridore di montagna che lascerà la scuola per imparare l’arte del panificatore. Il signor Triste non potrà cancellare dalla mente nemmeno i due gemelli hooligans, Roby e Denny: due visi bellissimi, da angeli al contrario. Nel loro sguardo c’era sempre accesa una luce sinistra e violenta, pronta a spaccare qualcosa da un momento all’altro.

    Un posticino nella memoria di Amedeo è riservato anche a Jacopo, che ha frequentato solo tre mesi di scuola e poi è scomparso. Adesso fa l’aiuto elettricista per una ditta del suo paese di montagna. Jacopo, con la sua pettinatura dal doppio taglio e una Puff sempre accesa di nascosto nel bagno dei maschi.

    Il miraggio del ritorno a casa

    Amedeo ha pianificato il viaggio di ritorno nei minimi dettagli. Ha scelto la strada ferrata e un treno superveloce per tornare in quel paesino di campagna vicino a Napoli. Rivedrà finalmente la mamma Carmela dopo sette mesi di separazione. In sette ore e un quarto, Amedeo sbarcherà a Cicciano, un paesone di campagna a trenta chilometri dalla città partenopea.

    Un caldo quasi estivo ha investito la cittadina del Nord dove Amedeo presta servizio in qualità di stimato collaboratore scolastico. In questo 21 maggio si respira già l’aria dell’estate e la gioia di una prossima vacanza al mare.

    Un bizzarro incontro in biblioteca

    Per trovare un po’ di pace, Amedeo si è rifugiato nella biblioteca pubblica di D. Intorno a lui, diversi studenti universitari sono intenti a studiare con lo sguardo incollato al portatile. Un utente della biblioteca, vestito in jeans e maglietta nera a maniche corte, attira la sua attenzione. In testa ha uno strano copricapo verde militare e sta leggendo un libro decisamente inquietante: Mein Kampf. La mia battaglia di Adolf Hitler.

    Amedeo, incuriosito, si avvicina all’uomo dai gusti filonazisti. Il suo nome è Arturo ed è un tipo molto ciarliero. Parla di tutto. All’improvviso, racconta ad Amedeo la storia di un uomo del suo paese, Marco, detto “Cavallo”.

    Questo signore girava sempre con le tasche piene di preservativi, infilati uno dentro l’altro. Lo vedevi correre tra i viali della fabbrica trottando come un destriero ed emettendo un vero nitrito, in perfetto stile Furia il cavallo del West. Era un uomo diversamente abile con una totale fissazione per il sesso. Veniva in fabbrica più per rimorchiare le operaie che per lavorare nel settore delle pulizie. Aveva sempre una manciata di profilattici in tasca perché, non si sa mai. Se qualche operaia fosse stata colpita da un improvviso turbamento di libidine, il signor Cavallo sarebbe stato pronto a spegnerne rapidamente gli ardori erotici.

    La biblioteca, però, sta per chiudere. Amedeo deve sgombrare in fretta il tavolo rettangolare bianco, prima che il gentile bibliotecario lo cacci a scarpate nel di dietro. Quindi, caro Amedeo, stoppiamo qui il racconto: lo si riprende domani!

    Il DENARO ti trasforma in RAMBO? 💰 Il prezzo della forza!

    Dall’impresa di pulizie a Ischia per 5€ all’ora, fino ai guadagni folli di chi vende il proprio corpo… Il denaro può darti il coraggio di fare qualsiasi cosa?Guarda come un innocuo orsacchiotto di pezza si trasforma in un soldato d’acciaio davanti a una valigetta piena di soldi. La forza ha davvero un prezzo o stiamo sbagliando tutto? Scopri l’incredibile verità nel video shorts su YouTube:

    Il DENARO ti trasforma in RAMBO? 💰 Il prezzo della forza!

    Le Mille Facce della Forza: Il Soliloquio di Ernesto Titubante

    Qual è stato un momento in cui hai capito di essere più forte di quanto pensassi?

    «Mai!», risponderebbe nel suo solito soliloquio Ernesto Titubante. Il nostro aspirante scrittore ha in comune con Don Abbondio proprio il carattere… debole! Ernesto è audace quanto un topolino nella bocca del gatto Silvestro.

    Come diventare temerari? Esiste un corso per diventare coraggiosi? Possiamo darci forza da soli? Queste sono le domande ossessive che martellano la mente di Ernesto.

    Come diventare temerari?

    Il mito della resilienza

    I libri di crescita personale parlano con foga della virtù della resilienza. La descrivono come la capacità di non spezzarsi di fronte agli schiaffoni della vita; di andare avanti nonostante grandi traumi psicologici e dolori emotivi intensi. La ragazza ti butta nel cestino della spazzatura, perdi il lavoro odioso che però ti faceva pagare le bollette, il tuo investimento in criptovalute viene azzerato dalla volatilizzazione del mercato. Molti sono forti e resistenti, li vedi quasi allegri dopo tutte queste bastonate in serie; altri, invece, si sdraiano sconfitti sulle rotaie del treno.

    Il potere del denaro

    «Ci vuole la forza per pulire una villa intera a Ischia». Questo ripeteva come un mantra la Signora Olio Cecilia a Ernesto Titubante, quando lui lavorava per l’impresa di pulizie come uno schiavo per 5 euro all’ora. Il denaro può dare forza e coraggio per compiere certi lavori? Forse dipende dall’importo guadagnato all’ora.

    Prendiamo Alessia: è una ragazza di venticinque anni, seno rifatto, il sedere sodo e atletico dopo una routine giornaliera in palestra. “La studentessa”, questo è il suo nome d’arte, guadagna 300 euro all’ora. È una ragazza piena di iniziativa: riceve nella sua stanza, in un bed and breakfast, cinque clienti al giorno. Cinque ore di lavoro per la sommetta quotidiana di 1500 euro. Lei ha una forza immensa per copulare con vecchi di sessant’anni e oltre, bavosi e con l’alito cattivo, pieni di fantasie originali sul sesso.

    Certo, il denaro può rendere forti e audaci anche certi uomini stile peluche. Morbidi orsacchiotti di pezza che li sballottoli dove vuoi ma che, di fronte a una valigetta piena di biglietti gialli da 200 euro, si trasformano improvvisamente in Rambo fatti d’acciaio, pronti a sterminare un intero esercito di vietcong.

    La forza ha un prezzo?

    Scorciatoie e fedi incrollabili

    Molti uomini cercano la forza nella cocaina. «Una striscia di farina bianca e ti senti un leone», ripeteva Orlando Rega, un biondo ragazzo palermitano che faceva il cameriere in un bar all’interno della stazione ferroviaria di Napoli Centrale. Chissà che fine ha fatto quest’uomo che affrontava la vita con la sua forza in polvere bianca?

    Per Emanuele, invece, un fervente credente, la forza risiede nella fede in Dio. Ripete spesso a Ernesto questo versetto della Bibbia: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza».

    La vera fonte del coraggio

    Ma alla fine del suo vagare mentale, per Ernesto la vera forza dell’uomo risiede altrove: si trova nella conoscenza profonda. Una consapevolezza che sboccia unicamente attraverso lo studio instancabile della realtà e la lenta, silenziosa lettura dei grandi testi della saggezza umana.

    La vera forza è la conoscenza

    Il sapore della terra: i piaceri semplici di Luigi Francesco

    What’s a simple pleasure in life that brings you joy?

    In risposta al prompt giornaliero di WordPress: “Qual è un piacere semplice della vita che ti dà gioia?”

    “Qual è un piacere semplice della vita che ti dà gioia?” Per Luigi Francesco, ex legionario, la risposta era racchiusa nella terra. Dopo la guerra era diventato contadino. Era un uomo coraggioso, convinto che le cose fatte da soli venissero meglio. Un giorno Luigi si cavò due denti con le pinze; la grappa era il suo unico anestetico. Faceva gli sciacqui con il liquore e non lo sputava, ma lo inghiottiva con regolarità.

    Un temperamento d’acciaio

    Un giorno, mentre tagliava la legna, si squarciò la gamba destra con la falce. Luigi Francesco, il combattente eroico, si cucì la ferita tutto da solo, con ago e filo. Era un uomo semplice, che godeva di piaceri elementari. La sua vera passione era la grappa: per lui quel liquore aveva poteri quasi magici. Con un bicchierino poteva affrontare la dura giornata di lavoro nei campi.

    “Le cose fatte da soli sono fatte meglio: coraggio d’altri tempi.”

    Il pranzo da re e il rifiuto dei demoni

    Un altro piacere che confortava la sua vita da contadino era il formaggio stagionato di Crodo. Un panino imbottito di formaggio e salame paesano, accompagnato da un fiasco di vino, era il pranzo da re che Luigi si concedeva nella sua lotta quotidiana con la terra. I piaceri semplici della tavola erano le gioie più grandi per Luigi Francesco, un uomo rude e illetterato. A stento aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare. Per lui i libri erano oggetti malefici, veri e propri strumenti del diavolo: scatole di carta e cartone che mettevano strane idee in testa, corrompendo la mente con folli teorie e filosofie demoniache.

    “Un pranzo da Re: pane, salame, formaggio di Crodo e un fiasco di vino.”

    L’onestà non ha prezzo

    Nel granaio custodiva un unico vecchio libro consumato: la Bibbia di suo padre, morto a Caporetto durante la prima guerra mondiale. Se il padre era un fervente credente, Luigi odiava la Chiesa, che considerava piena di “pretacci”. Nel buon Dio ci credeva poco e, spesso, lo mandava al diavolo. Un giorno, un trafficante di diamanti gli propose di trasportare un carico di contrabbando in Svizzera. Quindici milioni erano il compenso per quel trasporto illegale in terra elvetica, ma Luigi rifiutò nettamente.

    Molti ritengono che il denaro sia tra i piaceri più grandi in grado di allietare l’uomo. Per Luigi, invece, la vile pecunia era proprio come i libri: uno strumento del diavolo per corrompere l’uomo onesto e lavoratore. A lui bastavano pochi soldi per comprare un pezzo di pane, del formaggio e un fiasco di vino. In fondo, la felicità è fatta proprio di questo: piccoli piaceri semplici e genuini.

    “IL SEGRETO DI LUIGI FRANCESCO: PICCOLI PIACERI, GRANDE FELICITÀ.”

    Cogliere l’Attimo o Vivere nella Quieta Disperazione? La Lezione del Professor Keating

    If you could erase one movie from your memory and watch it again for the first time, which one would it be?

    Valentina è un’alunna di quarta superiore. Oggi indossa un maglione marrone chiaro e un paio di jeans Levi’s 501. Edoardo non riesce a smettere di fissarla; prova una forte attrazione per questa ragazza bionda e solare. Valentina è una studentessa esemplare, sempre attenta alle lezioni d’italiano.

    Sì, Edoardo è un giovane professore di trent’anni, al suo primo anno come docente di lettere e storia in questo istituto superiore di Milano. Valentina ha appena compiuto diciotto anni a marzo, festeggiando la maggiore età durante l’anno scolastico insieme ai suoi compagni e a Edoardo. Il “professorino”, fresco di studi, ricorda ancora quel giorno di risate e festeggiamenti. Edoardo, da qualche tempo, ha iniziato a fantasticare su di lei. La vede come una rosa di maggio da ammirare e custodire con cura.

    Tra la Cattedra e il Grande Schermo: La Fantasticheria di Edoardo

    La lezione di giovedì 3 maggio è particolare. L’aula è buia e sulla LIM viene proiettato un film immortale. Edoardo guarda insieme alla classe un vero cult: “L’attimo fuggente”. Sullo schermo scorrono le immagini di John Keating, il leggendario professore che insegna ai suoi alunni a inseguire i propri sogni, a vivere nel presente cogliendo l’attimo fuggente, lottando con vigore per realizzare i propri obiettivi.

    “Noi siamo cibo per i vermi”… “Non vivete vite di quieta disperazione”… “Oh Capitano, mio Capitano”: è questa la frase conclusiva pronunciata dal timido Todd Anderson che, salito in piedi sul banco, viene seguito dai compagni, mentre il conformista e ottuso preside sbraita e minaccia espulsioni contro quegli alunni che salutano, riconoscenti, il loro amato professore.

    Il Suicidio del Talento: Tra Finzione e Realtà

    Un film straordinario che parla di libero pensiero, anticonformismo e della lotta per concretizzare i propri desideri. Il pensiero di Edoardo va poi all’attore protagonista, Robin Williams, morto suicida l’11 agosto 2014. L’alcool e la cocaina erano stati per anni, per l’attore americano, i soli conforti per affrontare la dura lotta dell’esistenza. Nel film, uno degli alunni del professor Keating si toglie la vita perché non può realizzare il sogno di diventare attore, ostacolato da un padre rigido e autoritario che lo vuole medico. Edoardo riflette sulla fragilità dell’alunno che si suicida nella finzione e sulla fragilità di Robin Williams, che si toglierà la vita nella realtà a 63 anni, impiccandosi nella propria casa. Un grande attore che sceglie la via più tragica.

    Riemerso da queste riflessioni, Edoardo guarda Valentina, seduta al primo banco, mentre osserva con occhi commossi la scena finale del film. Se un’amnesia irreversibile cancellasse ogni ricordo dalla mente profonda di Edoardo – tutti i libri letti, i film visti scomparsi dall’archivio della memoria – e lui avesse un’unica possibilità per riacquistare un solo ricordo del passato, quale sceglierebbe?

    La risposta è semplice: rivedrebbe per la prima volta “L’attimo fuggente”.

    Cambiare Set per Salvare la Propria Vita

    Edoardo sorride a questa fantasticheria, ma un’ombra di tristezza avvolge il giovane prof. Lui, in quel film, ci aveva creduto davvero. Voleva vivere con coraggio come i “poeti estinti”, succhiando il midollo della vita. Voleva realizzare il sogno di diventare il nuovo Georges Simenon, un grande scrittore di gialli psicologici. Invece, a trent’anni, è un precario della scuola che aspira a una cattedra di ruolo per insegnare italiano a una massa di alunni spenti, annoiati e rincitrulliti dalla dipendenza dallo smartphone. Legioni di studenti intenti a scrollare video brevi su TikTok.

    Edoardo capisce di dover girare un nuovo film per la sua vita. Se vuole vivere con gioia e passione, deve cambiare set e abbandonare il lungometraggio della “quieta disperazione”, fatto di insegnamento pubblico e stipendio sicuro a fine mese.

    Gustavo Tentativo e il Teorema del Cucchiaio di Gomma

    How do you stay motivated when learning something new?


    Gustavo, sommerso dal caos dei suoi mille progetti mai finiti – violini rotti, torte bruciate, codici falliti – sorride trionfante mentre stringe l’UNICA cosa che ha portato a termine: un cucchiaio piegato. La motivazione non è finire tutto, ma finire UNA cosa.

    Gustavo Tentativo aveva un superpotere: l’entusiasmo iniziale. Era capace di accendersi come un fiammifero davanti a qualsiasi novità. Nel corso degli anni, aveva accumulato un kit per la produzione casalinga di formaggio (mai aperto), un abbonamento annuale a un corso di sanscrito (frequentato per 12 minuti) e un set professionale di scalpelli da scultura (attualmente usati come ferma-porte). Gustavo non imparava cose nuove; Gustavo collezionava l’intenzione di impararle. Ma questa volta, assicurava a se stesso, era diverso. Questa volta, la sfida era suprema. Questa volta, Gustavo Tentativo avrebbe imparato l’antica e nobile arte della Piegatura Telecinetica dei Cucchiai per Principianti.


    L’area di massimo impatto: dove la concentrazione incontra l’acciaio inossidabile… e lo piega a volte. Gustavo, sudato e con la fascia in testa, tenta la fusione mentale mentre il cestino ‘FALLIMENTI’ trabocca.

    Il Primo Trauma: La Durezza dell’Acciaio (e della Realtà)

    Il giorno uno iniziò con una cerimonia sacra. Gustavo, indossando una fascia antisudore e una vestaglia di seta viola che faceva molto “maestro orientale”, dispose sul tavolo da cucina dodici cucchiai da dessert in acciaio inossidabile 18/10. Aveva letto un manuale PDF di tre pagine, intitolato “Mente vs. Metallo: Chi Vince?”. Il manuale diceva: “Rilassati, visualizza il metallo come burro, e credi.” Gustavo si rilassò così tanto che quasi si addormentò. Poi passò alla visualizzazione. Guardò il primo cucchiaio. Immaginò che fosse burro salato della Normandia. Credette. Credette con tutte le sue forze. Afferrò il cucchiaio e applicò la sua forza telecinetica (che somigliava moltissimo a una brutale pressione del bicipite).

    CRACK.

    Il cucchiaio non si piegò a parabola. Si spezzò in due, di netto. Una metà volò via, colpendo il gatto di ceramica della zia Esmeralda, decapitandolo. L’altra metà rimase nella mano di Gustavo, tagliandogli leggermente il palmo.

    “La neuroplasticità richiede sacrificio,” mormorò Gustavo, medicandosi con un cerotto dei Minions. La motivazione, quel fiammifero glorioso, aveva appena subito un acquazzone. Il giorno due, fissò il cucchiaio spezzato e il gatto decapitato. Il desiderio di ordinare una pizza e guardare serie TV era schiacciante. Come restare motivati quando il tuo unico risultato è un atto di vandalismo domestico?

    La Svolta: Il Maestro Luigi e la Teoria del “Quasi-Piegato”

    Mentre puliva i cocci, Gustavo si rese conto che gli mancava una struttura strategica. Aveva bisogno di un mentore. Lo trovò in un forum online di “Risveglio Spirituale e Bricolage”: il Maestro Luigi. Luigi non viveva in un tempio sull’Himalaya, ma in una roulotte vintage parcheggiata dietro un autolavaggio. Quando Gustavo arrivò, Luigi stava cercando di riparare un tostapane usando la sola forza del pensiero (e un cacciavite).


    Il Maestro Luigi insegna che l’arte non sta nella forza, ma nella prospettiva. Mostra a Gustavo un cucchiaio perfettamente a spirale, mentre Gustavo stringe un cartoccio di metallo inutile. Il poster recita: ‘IL METODO: PICCOLI PASSI, MOLTE RISATE’.

    “Tu vuoi piegare il metallo, giovane Tentativo, ma il metallo sente la tua insicurezza,” disse Luigi, offrendogli un tè tiepido. “Il segreto per restare motivati non è vincere subito. È festeggiare la direzione del fallimento.”

    Luigi mostrò a Gustavo la sua collezione di “Opere Prime”. Non erano cucchiai piegati. Erano cucchiai leggermente ammaccati. Uno era quasi arrotolato come un fusillo. “Questo,” disse Luigi con orgoglio, indicando un cartoccio di metallo indefinito che sembrava uno spaghetto urlante, “l’ho fatto quando ho accettato che la mia mente è, fondamentalmente, goffa.”

    La teoria del Maestro Luigi era rivoluzionaria: la Micro-Motivazione attraverso l’Assurdità. Invece di puntare al cucchiaio ad arco perfetto, Gustavo doveva puntare a risultati ridicoli ma misurabili.

    “Oggi,” istruì Luigi, “il tuo obiettivo non è piegare il cucchiaio. Il tuo obiettivo è fargli un complimento così sincero che la sua struttura molecolare si ammorbidisce per l’imbarazzo.”

    Gustavo tornò a casa con una nuova prospettiva. Non doveva essere bravo. Doveva solo essere persistente nell’assurdo.

    Il Grande Successo: L’Arte della Persistenza Goffa

    Gustavo abolì la vestaglia viola. Si mise una comoda tuta. Invece di visualizzare burro, decise di visualizzare il cucchiaio come un vecchio amico un po’ rigido che aveva bisogno di un abbraccio.

    Giorno 15. Gustavo prese un cucchiaio. Lo guardò. “Sei un ottimo cucchiaio,” disse a voce bassa. “Hai una lucentezza che molti invidiano. E la tua capacità di contenere il brodo è… leggendaria.” Sentì una leggera resistenza mentale, ma continuò. Accarezzò il manico. Applicò una pressione laterale, non con la forza grezza, ma con un movimento delicato, quasi rotatorio, che Luigi chiamava “La Carezza del Bruco stanco”.

    Mmmmmm.

    Non fu un crack. Fu un lamento. Lentamente, dolorosamente, l’acciaio 18/10 cedette. Non creò una curva elegante. Si piegò in un angolo di 45 gradi, storto, brutto, e con una piccola crepa nel mezzo. Sembrava un dito mignolo dopo una brutta caduta.

    Gustavo Tentativo esplose in un urlo di trionfo. Aveva creato l’oggetto più inutile del mondo: un cucchiaio con cui non potevi mangiare nulla senza versarlo. Ma l’aveva fatto lui.

    Mentre guardava il suo capolavoro storto, capì il segreto della motivazione. Non era la perfezione. Non era la neuroplasticità gloriosa. Era la capacità di ridere del proprio fallimento mentre lo si commetteva, e di trovare la forza di fare un altro tentativo, anche se l’unica cosa che si piegava era la propria dignità. Gustavo Tentativo non avrebbe mai piegato cucchiai con la mente, ma aveva appena imparato la lezione più importante: come non piegarsi lui davanti alla difficoltà dell’apprendimento.

    E poi, c’era sempre quel kit per il formaggio da aprire.

    Come un libro sull’Essenzialismo ha salvato Gustavo Tentativo dal proprio caos (e dai gatti arrabbiati)

    What’s a book that completely surprised you?

    Il potere della scelta: come “Dritto al sodo” ha illuminato la vita di Gustavo.

    Il Caos del ‘Sempre di Più’: La vita di Gustavo prima di Greg McKeown

    Gustavo Tentativo era un uomo che viveva la vita come un “yes-man” compulsivo, un collezionista di impegni, un accumulatore di cose “che potrebbero servire”. La sua esistenza era una sinfonia di notifiche incessanti e di scadenze che gridavano. Il suo sacco del “superfluo” non era solo pieno; era sul punto di scoppiare, come un vulcano di vestiti goffi, gadget obsoleti e sensi di colpa non digeriti.

    Immaginatelo nella sua piazza italiana, circondato non solo dalla bellezza, ma da oggetti che avevano acquisito una vita propria, stressandolo. Una sveglia che, non contenta di suonare, urlava “DRIIIN!” come un generale infuriato. Una calcolatrice tablet che, anziché fare conti, gridava “COMPRA! COMPRA!”. Un maglione che, da solo, sembrava pronto a farti un placcaggio.

    Il caos del “superfluo” prima che Gustavo scoprisse il segreto della semplicità.

    La vita di Gustavo era così affollata che persino il suo gatto arancione, l’unico essere minimamente calmo, lo guardava con un’espressione di sdegnosa pietà, chiedendosi se il sacco del superfluo contenesse anche del cibo extra. Gustavo era sommerso, un tentativo fallito di onniscienza.

    Il Momento dell’Illuminazione: Gustavo, ‘Dritto al sodo’ e la scoperta della vera felicità

    In una giornata particolarmente caotica, Gustavo inciampò su una pila di manuali per l’auto-aiuto che aveva comprato ma mai aperto. Sotto una polverosa copia di “Come conquistare il mondo con un post”, trovò un libro dal titolo sorprendentemente semplice: Dritto al sodo (De Agostini): Come scegliere ciò che conta e vivere felice di Greg McKeown.

    Lo aprì con scetticismo, aspettandosi un’altra dose di “fai di più, sii di più”. Ma ciò che trovò lo scioccò profondamente: McKeown gli diceva di fare di meno, ma di farlo meglio. La filosofia dell’Essenzialismo, ovvero il “perseguimento disciplinato del meno”. Gustavo quasi cadde. Meno? Ma lui aveva sempre pensato che “più” fosse l’unica opzione.

    Mentre leggeva, una luce iniziò a brillare nella sua mente e, magicamente, anche nella piazza. Capì che il suo sacco non era pieno di necessità, ma di decisioni non prese. Si rese conto che dire “no” a ciò che non conta era l’unico modo per dire “sì” a ciò che conta davvero.

    Prese una decisione drastica. Aprì il sacco del superfluo in mezzo alla piazza.

    Gustavo, finalmente libero, si gode l’essenziale e la saggezza di McKeown.

    Il risultato fu immediato e comico. Gli oggetti stressanti fuggirono, piccoli e insignificanti sullo sfondo. Il gatto arancione si fece strada e si accoccolò ai piedi di Gustavo, finalmente sereno. Sopra di lui, la nuvola felice (che forse era McKeown sotto mentite spoglie) sorrise. Gustavo, con una tazza di caffè fumante e un libro aperto (il vero libro della sua vita), capì che l’essenzialismo non era privazione, ma libertà.

    Routine di Allenamento: Tra Discipline Orientali e Astuzie Scolastiche

    How can you build a regular fitness routine?

    “Come puoi costruire una routine di allenamento regolare?”

    Il Babbeo in tutina arancione durante la sua improbabile routine nel suo ufficio.

    La Routine Mattutina del “Babbeo”

    Il preside, soprannominato “il Babbeo”, beve ogni giorno un caffè ristretto amaro. Una brodaglia nerastra che il sommo dirigente scolastico ingurgita ogni santo giorno. È il primo passo della sua routine di allenamento. Il secondo passo, dopo aver sputato un saluto tra i denti al suo sottoposto, il bidello Amedeo, è fare cinque minuti di yoga nel suo ufficio di presidenza.

    Il terzo passo del Babbeo è leggere per 15 minuti un saggio di crescita personale. Il libro in questione ha un titolo accattivante: Come dirigere con successo una scuola. Il Babbeo ha un problemino di autorevolezza. Gli alunni della sua scuola lo ritengono un deficiente puro, distillato nell’acido della codardia.

    Il quarto passo del Babbeo è indossare una tutina arancione e fare una corsetta leggera sul tapis roulant di 30 minuti. Il preside è un omino magro, spelacchiato, che cammina curvo per i corridoi scolastici. Come sportivo è una mezza calzetta, come dirigente scolastico è un disastro. Il Babbeo è la statua scolpita della mediocrità. Il preside è una poesia tragica del peggior Montale mentre componeva versi sulla tazza del water.

    L’Esempio di Murakami contro la Mediocrità

    Se proprio uno deve costruire una routine di allenamento, conviene imitare Murakami. Lo scrittore giapponese si sveglia alle 4 del mattino, scrive per 4 ore. Nel pomeriggio Murakami fa una corsetta di 10 chilometri. La sera legge e poi va a nanna, puntuale, alle 9. Questa routine lo scrittore nipponico la ripete con regolarità da anni.

    L’astuta Gertrude, alias Mister 5000, trionfa dopo la sua annuale causa per diffamazione.

    Il Metodo Amedeo: Tra TikTok e Dubbi Amletici

    Anche Amedeo ha la sua routine. Sveglia alle 4. Mezz’ora di scrolling compulsivo di video shorts su TikTok. Un’ora di lettura profonda dell’ultimo saggio di crescita personale. Un’altra ora è dedicata alla stesura del racconto costruito in risposta al prompt giornaliero di WordPress. Il prompt è ora in inglese. Amedeo, che è poliglotta, potrebbe scrivere l’articolo in inglese, tedesco e arabo.

    Chiaramente è un’iperbole, si sa, i bidelli sono acculturati come una capra di montagna. Amedeo sbaglia con piacere il congiuntivo, ha dubbi amletici sulle doppie e parla in maniera fluente il napoletano. L’italiano è una lingua masticata a fatica dal nostro bidellaccio precario.

    La Strategia Vincente di Gertrude

    La routine migliore è quella di Gertrude, collaboratrice scolastica di ruolo. Ogni giorno stuzzica presidi, bidelli e segretari. Una volta all’anno Gertrude centra l’obiettivo. Vince una causa per diffamazione. Una povera preside ha dovuto sborsare 5000 € sul conto corrente di Gertrude, alias Mister 5000.

    Il metodo infallibile di Gustavo Tentativo per non allenarsi mai (con regolarità)

    How can you build a regular fitness routine?

    Il vero significato del fitness moderno: l’attaccapanni da 1000 euro.

    Gustavo Tentativo era un uomo dalle mille risorse, ma soprattutto dalle mille scuse. Quando, in una piovosa mattina di novembre, il suo sguardo incrociò il prompt giornaliero di WordPress: “Come puoi costruire una routine di allenamento regolare?”, Gustavo sentì un brivido scorrergli lungo la schiena. Non era un brivido di freddo, ma il risveglio di quell’antico demone che alberga in ognuno di noi: la motivazione improvvisa e completamente ingiustificata.

    Fase 1: L’equipaggiamento fa l’atleta (e svuota il portafoglio)

    Il primo passo per costruire una routine, pensò Gustavo accarezzandosi il mento con aria da filosofo del wellness, era la preparazione. Non puoi semplicemente uscire di casa in pantaloncini vecchi e una maglietta scolorita. Serve la tecnologia.

    Nel giro di quarantotto ore, il citofono di Gustavo suonò dodici volte. Furono consegnati: scarpe da running in carbonio (ideali per abbattere record mondiali, o per andare al supermercato), pantaloncini traspiranti aerodinamici, una borraccia motivazionale che gli urlava “Bevi!” ogni ora, e un orologio satellitare in grado di misurare il battito cardiaco, i livelli di ossigeno e la propensione alla pigrizia.

    L’attrezzatura fa l’atleta, o almeno fa piangere il conto in banca.

    Fase 2: L’alba dei morti viventi (Il giorno 1)

    La sveglia suonò alle 5:30 del mattino. Gustavo aveva letto sul blog di un sedicente guru miliardario che “il mattino ha l’oro in bocca e il sudore sulla fronte”.

    Con gli occhi ancora incollati, Gustavo si infilò il suo equipaggiamento spaziale. Il piano era semplice: una corsa leggera di cinque chilometri. Appena aprì la porta di casa, una folata di vento gelido lo colpì in pieno viso. Il termometro segnava due gradi. L’orologio satellitare vibrò, suggerendo: “Battito irregolare. Stai subendo un trauma?”.

    Gustavo fece esattamente tre passi fuori dal portone, valutò le sue scelte di vita, si voltò e tornò dentro. Aveva appena completato la sua prima “Corsa ad Ostacoli Mentali”, bruciando ben 4 calorie. Un successo clamoroso.

    Fase 3: La riprogrammazione “Smart”

    “Forse la corsa non fa per me”, rifletté Gustavo la sera stessa, sprofondato nel divano con un pacchetto di patatine (light, ovviamente, per bilanciare). “Bisogna essere flessibili. Costruire una routine significa adattarla al proprio stile di vita”.

    Decise di passare all’allenamento casalingo. Srotolò il tappetino da yoga, acquistato durante un viaggio spirituale in centro commerciale, e cercò un video su YouTube intitolato “Yoga per principianti assoluti che odiano la fatica”.

    Posizione del Loto Dormiente: padronanza livello maestro.

    Il video iniziò con una dolce voce suadente: “Svuotate la mente. Ascoltate il vostro corpo. Rilassate ogni muscolo”. Gustavo prese questa istruzione molto alla lettera. Al minuto 3, durante la “Posizione del Bambino Felice”, i suoi occhi si chiusero. Si risvegliò due ore dopo, indolenzito, ma profondamente rilassato. La sua routine stava prendendo forma: si chiamava “Pisolino Tattico sul Pavimento”.

    L’epilogo: La perfezione della routine

    Dopo un mese di tentativi, Gustavo Tentativo aveva finalmente trovato la risposta perfetta al prompt di WordPress. Come si costruisce una routine di allenamento regolare?

    Semplice: abbassando drasticamente le aspettative finché non coincidono con le proprie abitudini attuali. Oggi Gustavo ha una ferrea routine quotidiana:

    1. Sollevamento pesi: porta le casse d’acqua dal bagagliaio all’ascensore.
    2. Cardio ad alta intensità: corre verso il microonde quando mancano tre secondi alla fine.
    3. Stretching dinamico: recupera il telecomando sotto il divano senza alzarsi.

    È una routine rigorosa, non salta mai un giorno, e l’equipaggiamento fosforescente torna utilissimo per farsi notare dal fattorino della pizza nelle serate nebbiose. Obiettivo raggiunto.

    Il Nemico Bianco di Ernesto Titubante: Cronaca di una Recensione Disastrosa

    What’s a classic book that you think is overrated?

    L’insostenibile peso dei mattoni letterari

    Un Caffè Freddo e una Domanda Pericolosa

    Ernesto Titubante fissava lo schermo del suo portatile con l’intensità di un artificiere davanti al filo rosso e al filo blu. Sul monitor, il cursore lampeggiava beffardo sotto il prompt giornaliero di WordPress: “Qual è un libro classico che secondo te è sopravvalutato?”.

    Ernesto, aspirante scrittore con due romanzi nel cassetto (che il cassetto stesso si rifiutava di aprire per l’imbarazzo), sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Era il momento. Il momento di dimostrare al web di non essere uno scribacchino qualunque, ma un intellettuale controcorrente, un corsaro della critica letteraria. Bevve un sorso del suo latte di soia matcha, ormai a temperatura ambiente, e iniziò a scervellarsi.

    Attaccare Dante? Troppo rischioso, i professori di liceo lo avrebbero linciato nei commenti. Sminuire Manzoni? Scontato, lo fanno tutti dal 1827. Serviva un bersaglio grosso. Un mostro sacro, intoccabile, mastodontico.

    Il Bersaglio Perfetto: Melville e il Pesce Troppo Cresciuto

    Il blocco del blogger e la finta illuminazione

    All’improvviso, l’illuminazione. Moby Dick. Certo! Herman Melville era perfetto. Ernesto scrocchiò le dita e iniziò a digitare con la furia di un Beethoven sulla tastiera.

    “Signori miei,” scrisse Ernesto, sentendosi già candidato al Premio Strega, “è giunto il momento di sgonfiare il mito del cetaceo. Moby Dick è sopravvalutato. È un libro dove un tizio inquietante insegue un pesce gigante per seicento pagine, intervallato da capitoli interminabili su come si scuoia una balena o su che tipo di nodi marinari usare per annoiare a morte il lettore. È un manuale di biologia marina travestito da romanzo epico!”

    Mentre scriveva, Ernesto si sentiva invincibile. Argomentava con sarcasmo sulla gamba di legno di Achab, prendeva in giro Ismaele per il suo nome da hipster ante-litteram e demoliva la metafora dell’ossessione umana. C’era solo un piccolissimo, trascurabile dettaglio: Ernesto non aveva mai letto Moby Dick. Ne aveva letto il riassunto su Wikipedia tre anni prima, mentre aspettava l’autobus sotto la pioggia.

    L’Epica Pubblicazione e la Caduta dell’Eroe

    Affondato dai commenti di WordPress

    Con un clic trionfale, Ernesto premette il pulsante “Pubblica”. Si appoggiò allo schienale della sedia, attendendo l’ondata di like e commenti di ammirazione per il suo coraggio intellettuale.

    I commenti non tardarono ad arrivare. Il primo fu di un utente chiamato CapitanFindus82: “Post divertente, caro Ernesto. Peccato solo che Moby Dick non sia un pesce, ma un mammifero. E più precisamente un capodoglio, non una balena. E comunque Achab non lo voleva mangiare. Bella recensione per uno che ha palesemente guardato solo un cartone animato muto dell’opera.”

    Il sangue di Ernesto si raggelò. Seguirono altri dieci commenti che smontavano ogni sua singola inesattezza con la precisione di un chirurgo. L’aspirante corsaro della letteratura era stato appena affondato nel porto sicuro del suo stesso blog.

    Ernesto Titubante fissò lo schermo. Fece l’unica cosa sensata che un intellettuale fiero e controcorrente avrebbe fatto in quella situazione: cliccò su “Sposta nel cestino”, si alzò, e andò a cercare la sua vecchia copia di Topolino. Per oggi, la letteratura mondiale era salva.

    Eroi in camice blu: chi sono le persone davvero sottovalutate nella storia?

    Who are some underrated people in history?

    L’ultimo atto di un bidello precario

    L’attesa nell’atrio verde è terminata: è arrivato il momento del rifornimento dei prodotti per la pulizia. Amedeo Triste è alla fine della sua supplenza annuale come bidello precario. Dopo un lungo anno scolastico passato a pulire i bagni dei maschi e a spazzare aule ridotte a discariche, è giunto il momento dell’addio. Il 30 maggio sarà l’ultimo giorno di lavoro in questo enorme edificio scolastico dal colore dell’intonaco ormai sbiadito.

    Sul tavolino nero, davanti alle macchinette degli snack, qualcuno ha inciso un grosso fallo bianco con la colla. Un’alunna di prima superiore, vestita in modo appariscente, osserva il disegno e ride in maniera sguaiata e convulsa davanti alla faccia stupita di Amedeo. Nel frattempo, i ragazzi di quinta pensano già alla maturità. Omar, uno di loro, è buio in viso: la notizia che temeva è arrivata proprio oggi. I professori hanno deciso all’unanimità: non è ammesso all’esame. Omar è un bravo ragazzo, un lavoratore che fa il cameriere per mantenersi, eppure dovrà ripetere l’anno.

    Amedeo, dal cuore buono, cerca di incoraggiarlo: “Il diploma ci vuole, Omar. Purtroppo oggi in Italia, anche per pulire un cesso, serve il pezzo di carta. Persino per fare il mio lavoro”.

    IL CUORE OLTRE LA SCOPA

    Tra colleghi e paradossi quotidiani

    Mentre Amedeo consola Omar, la vita della scuola scorre. Arianna, la figlia della collega pignola Elisa, si sposa sabato prossimo e tutti stanno raccogliendo i soldi per il regalo. C’è poi il professor Enrico Giusti, trentenne che insegna matematica e ride allo scherzo di Ilaria, una ripetente di quinta. Enrico confessa ad Amedeo che, sebbene gli alunni siano divertenti, certi colleghi sono dei veri “rompicoglioni”. Amedeo ride tra sé: in fondo, sono spesso i colleghi i veri guastafeste. Quest’anno ha dovuto sopportare persone piacevoli quanto un attacco di emorroidi, come quella bionda ossigenata che comanda a bacchetta senza mai chiedere scusa.

    Riscrivere la storia: la dignità del lavoro umile

    Dopo aver chiuso il diario della giornata, è ora di rispondere al prompt di WordPress. La storia ha spesso sottovalutato persone di valore, sopravvalutando invece uomini mediocri. I bidelli sono tra le figure più sottovalutate della società. Eppure, un collaboratore scolastico onesto e instancabile è fondamentale.

    EROI SILENZIOSI

    Una scuola pulita e ordinata, gestita da persone che si fanno in quattro per assistere docenti e alunni, è merito di eroi silenziosi che non vengono mai celebrati. Anzi, la società spesso li sbeffeggia, etichettandoli come fannulloni. È tempo che una “storia umana” diversa inizi a celebrare queste figure: professionisti del lavoro manuale, umile ma essenziale per il futuro di tutti.

    Il Ruggito del Silenzio: Ernesto Titubante e i Miracoli della Vita Minimalista

    What are the biggest benefits of minimalist living?

    Quando togli il superfluo, la vita ricomincia a parlare (e il demone dello shopping finalmente tace).

    Ernesto Titubante aveva un problema grande quanto la sua collezione di tazze termiche: voleva scrivere il Grande Romanzo del Secolo, ma non riusciva a superare la prima riga. Il motivo? La sua stanza era un buco nero che risucchiava l’attenzione, un ecosistema autosufficiente di cianfrusaglie comprate alle tre di notte su internet.

    L’Ecosistema della Distrazione

    La scrivania di Ernesto non era un mobile, era un sito archeologico. C’erano appunti di tre anni fa, penne che non scrivevano dal 2018, e un maglione verde pisello, infeltrito e dall’aria vagamente minacciosa, che la zia Clotilde gli aveva regalato per Natale. Ma il vero nemico era la tecnologia.

    L’apocalisse sulla scrivania di Ernesto: dove vanno a morire le buone intenzioni.

    Il prompt giornaliero di WordPress lampeggiava beffardo sullo schermo: “Quali sono i maggiori benefici della vita minimalista?”

    Ernesto guardò il prompt. Poi guardò il suo tablet incastrato sotto una pila di libri mai aperti. Il tablet, con lo schermo acceso per colpa di una notifica pop-up, sembrava urlargli: “Compra! Acquista ora! Offerta a tempo!”. Accanto a esso, la sua sveglia antropomorfa ticchettava nervosamente, pronta a esplodere in un “DRIIIIN!” capace di svegliare i morti e stroncare qualsiasi barlume di creatività.

    Il Decluttering Estremo e il Tablet Posseduto

    “Basta,” sussurrò Ernesto. La parola suonò estranea in quella stanza piena di rumore visivo. “Se voglio capire i benefici del minimalismo, devo agire.”

    Prese un sacco nero per la spazzatura, grande quanto una mongolfiera. Con la determinazione di un gladiatore nell’arena, iniziò la grande purga. Afferrò la sveglia ansiogena e la lanciò nel sacco. Sbam. Prese il maglione verde pisello animato da vita propria e lo cacciò dentro. Fwump. Infine, con un sospiro di sollievo, prese il tablet urlante, disattivò le notifiche e lo seppellì sul fondo del sacco, silenziando per sempre il demone dello shopping compulsivo.

    Il Silenzio, un Gatto e l’Ispirazione Ritrovata

    Quando finì, si asciugò la fronte. La stanza sembrava raddoppiata di volume. Guardò fuori dalla finestra: perfino una nuvola paffuta nel cielo sembrava sorridergli, approvando il suo lavoro.

    Il vuoto cosmico: nient’altro che caffè, un gatto sornione e il flusso puro dei pensieri.

    Ernesto si sedette. Sulla scrivania ora c’erano solo tre cose: il suo computer, una tazza di caffè fumante e un gatto rosso e sornione, entrato chissà come dalla finestra aperta, che ora faceva le fusa acciambellato accanto alla tastiera.

    Ed eccolo lì, il più grande beneficio della vita minimalista: il silenzio. Togliendo il superfluo, la vita aveva ricominciato a parlare. Non c’erano più oggetti a reclamare la sua attenzione, non c’erano distrazioni a frammentare i suoi pensieri. C’era solo lo spazio vuoto, pronto per essere riempito dalle sue parole.

    Ernesto posò le dita sulla tastiera. Il gatto miagolò in segno di incoraggiamento. E, per la prima volta da mesi, l’aspirante scrittore iniziò a scrivere, scoprendo che a volte, per trovare l’ispirazione, non serve aggiungere nulla. Basta togliere tutto il resto.

    Di che cosa eri completamente ossessionato da bambino? Il caso Gustavo Tentativo

    What’s a thing you were completely obsessed with as a kid?

    Di che cosa ero completamente ossessionato da bambino? Non era il calcio, non erano le figurine, e nemmeno le avventure spericolate sui motorini truccati. La mia ossessione aveva sessantaquattro case e profumava di legno vecchio e salsedine: gli scacchi.

    Un Chiodo Fisso tra il Porto e il Sogno Americano

    Il mio obiettivo era modesto, si fa per dire: volevo diventare il primo campione del mondo di scacchi italiano. Vivevo per quel gioco. Volevo essere più forte di Bobby Fischer, quel campione americano così strano e geniale, e sognavo di essere un prodigio come l’ungherese Judith Polgár. Mentre i miei coetanei rincorrevano un Super Santos, io Gustavo Tentativo vivevo solo per la scacchiera.

    Ogni giorno mi rintanavo nel circolo scacchistico del porto di Napoli. Un luogo dove l’aria era densa di fumo di sigaro e racconti di mare, ma dove per me esistevano solo arrocchi e difese siciliane.

    Il Giudice Basile e la Furia della Legge

    La mia vittima preferita era il giudice in pensione Basile Vincenzo. Un uomo tutto d’un pezzo, ligio al codice civile e penale fino al midollo, che non accettava deroghe nemmeno a tavola. Eppure, davanti a quel “pestifero bambino” (io), la sua autorità vacillava miseramente. Lo battevo senza pietà. Ogni mossa che facevo era una picconata alla sua dignità di magistrato.

    Il povero giudice s’incazzava come una iena. Lo vedevo diventare viola per la rabbia; se avesse potuto, mi avrebbe scaraventato giù dalla finestra del circolo, invocando magari qualche oscuro articolo sulla legittima difesa contro l’umiliazione scacchistica. Ogni volta che pronunciavo la parola magica — “Scacco Matto” — il magistrato rischiava l’apoplessia.

    Un Finale in Paradiso?

    Il giudice Basile Vincenzo ora sarà morto. Mi chiedo spesso se stia giocando ancora a scacchi in Paradiso o se stia cercando di denunciare San Pietro per un arrocco non regolamentare. Quanto a me, resto Gustavo Tentativo: non sono diventato Fischer, ma ho imparato che la vita, proprio come gli scacchi, non guarda in faccia a nessuna toga quando il talento scende in campo.

    Il Giorno in cui Fui Aggredito da un Formaggio: L’Usanza di Pietrapiccina

    What’s the most interesting local custom you’ve encountered?

    L’accettazione dell’imprevisto: quando la vita (o il borgo) ti lancia un formaggio, impara a schivarlo.

    L’Arrivo di Gustavo e il Mistero del Borgo

    Se c’è una cosa in cui Gustavo Tentativo eccelleva, era la sua incredibile capacità di trovarsi nel posto sbagliato al momento più follemente inopportuno. Quando si imbatté nel prompt giornaliero di WordPress, “Qual è l’usanza locale più interessante che hai incontrato?”, Gustavo non dovette nemmeno pensarci. Un brivido gli corse lungo la schiena, portando con sé un vago odore di latte stagionato. La sua mente volò subito a Pietrapiccina, uno sperduto paesino dell’Appennino dove il GPS si rifiutava categoricamente di funzionare per questioni di orgoglio tecnologico.

    Gustavo era arrivato in piazza in un pigro martedì pomeriggio. Il sole brillava, le cicale cantavano e i vecchietti del paese lo fissavano con un’intensità che lo faceva sentire come un pezzo di prosciutto caduto nella gabbia dei leoni. Non sapeva che, proprio in quel giorno, si celebrava la festa patronale.

    L’ignaro Gustavo a Pietrapiccina, un attimo prima del disastro caseario.

    L’Incontro Fatale con il Prodotto Caseario

    Mentre Gustavo ammirava il campanile, riflettendo sulla pace dei piccoli borghi antichi, sentì un fischio fendere l’aria. Non fece in tempo a girarsi che un oggetto sferico, compatto e dalla consistenza paragonabile al granito, lo colpì in pieno petto, facendolo ruzzolare indietro sulla ghiaia.

    Rimase a terra per qualche secondo, l’aria nei polmoni improvvisamente sostituita da un forte aroma di caglio. Quando riaprì gli occhi, vide il sindaco del paese, con la fascia tricolore, che lo guardava dall’alto in basso sorridendo. “Complimenti, forestiero! Sei stato ufficialmente battezzato dal Lancio del Caciocavallo a Tradimento!”

    La Regola del Caciocavallo a Tradimento

    Gustavo, massaggiandosi le costole, scoprì l’usanza locale più interessante (e dolorosa) d’Italia. A Pietrapiccina, per allontanare la sfortuna e celebrare l’abbondanza, i locali si appostano negli angoli bui e lanciano caciocavalli stagionati contro i turisti ignari.

    Le regole erano semplici, gli spiegò il sindaco: se riesci ad afferrare il formaggio al volo, sei benedetto con dieci anni di fortuna e una cena offerta all’osteria. Se, come nel caso di Gustavo, il formaggio ti usa come birillo da bowling, sei tenuto a pagare da bere all’intero paese.

    Gustavo tenta il Contro-Lancio per integrarsi, dimostrando che la gravità è un’opinione.

    Il Contro-Lancio di Gustavo: Una Tragedia Annunciata

    Non volendo passare per il classico cittadino permaloso, Gustavo decise di abbracciare la cultura locale. “Se è questo che fate qui, allora parteciperò!” esclamò, comprando un caciocavallo da tre chili dal droghiere.

    Si nascose dietro la fontana, aspettando il passaggio del postino. Quando arrivò il momento, Gustavo Tentativo fece onore al suo cognome: tentò. Con un urlo di battaglia, lanciò il formaggio. Purtroppo, la sua coordinazione occhio-mano era paragonabile a quella di un pinguino ubriaco. Il caciocavallo scivolò dalla presa, rimbalzò sul bordo della fontana, colpì il cappello del maresciallo dei carabinieri e infranse fragorosamente l’insegna al neon dell’unica farmacia del paese.

    Silenzio. Tutti si voltarono verso Gustavo. “Questa,” disse il sindaco sospirando, “è un’usanza che non avevamo ancora inventato: il Risarcimento Danni Immediato.”

    Alla fine della giornata, Gustavo aveva il portafoglio vuoto, un livido a forma di formaggio sul petto e una nuova, incrollabile consapevolezza: le tradizioni locali sono il cuore pulsante di un paese, ma a volte è meglio ammirarle da dietro un vetro antiproiettile.

    La Vita Ideale di Gustavo Tentativo: Un’Utopia Orizzontale

    If you had to describe your ideal life, what would it look like?

    Il trionfo dell’ambizione orizzontale: Gustavo nel suo habitat naturale.

    Il Prompt del Destino

    Gustavo Tentativo di nome, e ancor di più di fatto, fissava lo schermo del suo portatile. Il prompt giornaliero di WordPress lampeggiava con l’insistenza di un semaforo guasto: “If you had to describe your ideal life, what would it look like?” (Se dovessi descrivere la tua vita ideale, come sarebbe?).

    Gustavo sospirò. La sua vita attuale assomigliava più a un file Excel corrotto che a un’opera d’arte. Lavorava come “Assistente Junior al Coordinamento delle Cose che gli Altri Non Vogliono Fare”, aveva un mutuo che sarebbe scaduto nell’anno 3024 e una pianta grassa che era riuscito, contro ogni legge della botanica, a far seccare.

    Ma la vita ideale… ah, quella era tutta un’altra storia. Le dita di Gustavo iniziarono a volare sulla tastiera.

    L’Alba dei Sopravvissuti (ovvero: l’abolizione della sveglia)

    Nella vita ideale di Gustavo Tentativo, il concetto stesso di “mattina presto” è stato dichiarato incostituzionale. Non esistono sveglie, né cicalini, né galli canterini. Ci si sveglia esclusivamente quando il corpo, di sua spontanea volontà, decide di aver immagazzinato abbastanza energia per affrontare l’apertura delle palpebre.

    L’unico suono del mattino dovrebbe essere il silenzio di una sveglia sconfitta.

    Il risveglio ideale non prevede il salto dal letto per evitare il traffico. Prevede un macchinario intelligente che, rilevando il mutamento del respiro, prepara automaticamente un caffè con la schiuma perfetta e te lo teletrasporta sul comodino. La colazione è rigorosamente a base di cornetti caldi a zero calorie, grazie a una piega spazio-temporale nel forno a microonde.

    La Carriera: Collaudatore di Ozio Professionista

    Nella sua utopia, Gustavo non è un CEO di successo, non fa trading online e non è un influencer che scatta foto a ciotole di açai. Il suo lavoro ideale è “Collaudatore Senior di Divani e Materassi”.

    Il suo ufficio è il salotto. Le riunioni si tengono esclusivamente in posizione supina, e i KPI (Key Performance Indicators) si misurano in base alla profondità del riposino post-prandiale. Quando gli viene richiesto uno sforzo creativo, Gustavo si affaccia al balcone per praticare l’antica arte dell’ Umarell, commentando i lavori in corso del quartiere con una tazza di tè in mano, venendo per questo stipendiato dal Comune come “Ispettore Onorario dei Cantieri”.

    L’Ecosistema Domestico e il Gatto “Giudizio”

    Una vita ideale non è tale senza la giusta compagnia. Niente coinquilini rumorosi o vicini che suonano il trapano la domenica mattina. La casa si pulisce da sola tramite piccoli robot invisibili che odorano di pino silvestre.

    L’unico convivente ammesso è un gatto grasso e cinico di nome “Giudizio”.

    Gustavo e Giudizio mentre affrontano le responsabilità quotidiane con la giusta dose di pragmatismo.

    Giudizio non chiede cibo miagolando alle tre di notte. Giudizio appare solo per guardare Gustavo con aria di superiorità quando quest’ultimo decide di guardare l’ottava puntata di fila della sua serie TV preferita. Uno sguardo che non è di condanna, ma di profonda e solidale complicità.

    Epilogo: Il Click Finale

    Gustavo rilesse il suo capolavoro. Una vita senza file in posta, senza chiamate perse dai call center, e con un metabolismo che permette di mangiare pizza a mezzanotte mantenendo gli addominali scolpiti (una piccola licenza poetica che si era concesso nell’ultimo paragrafo).

    Sorrise, un sorriso vero. Cliccò su “Pubblica”.

    Poi, il suono stridulo del telefono lo riportò alla realtà. Era il suo capo.

    «Tentativo! Hai mandato quel report?»

    Gustavo guardò il suo letto sfatto, la tazza di caffè freddo sulla scrivania, e sospirò. «Ci sto provando, capo. È tutto un tentativo.»

    In fondo, pensò, la bellezza della vita ideale è che non esiste. Se esistesse, finirebbe per annoiarsi persino di stare sul divano. O forse no. Ma nel dubbio, era meglio non rischiare.

    Il Miglior Concerto della Mia Vita (Ovvero: Sopravvivere al Liscio Acrobatico)

    What is the best concert you have been to?

    Se mi avessero chiesto dieci anni fa quale sarebbe stato il miglior concerto della mia vita, avrei risposto senza esitare: “I Metallica nel ’91 a Mosca”. Oppure i Daft Punk dentro una piramide di neon. Invece no. Il destino, che ha un senso dell’umorismo decisamente discutibile, ha deciso che il picco musicale della mia esistenza si sarebbe svolto a Poggio Caciotta Inferiore.

    Io, Gustavo Tentativo, ero partito con le migliori intenzioni e un outfit nero pece che assorbiva il calore di tre soli.

    L’Equivoco Iniziale e il Navigatore Traditore

    Tutto iniziò con un acquisto frettoloso su un sito di biglietti che nel logo aveva un teschio e un font illeggibile. Ero convinto di aver comprato l’ingresso per i “Death Sentence”, una band death metal nota per suonare chitarre fatte con ossa di drago. Avevo preparato tutto: anfibi pesantissimi e un’espressione da duro che nascondeva a stento la mia miopia.

    Impostai il navigatore. La voce metallica mi disse: “Tra cento metri, svolta a destra verso l’ignoto”. Dopo due ore di strade sterrate e mucche che mi guardavano con commiserazione, arrivai a destinazione. Ma non c’erano fiamme. C’era un odore meraviglioso di carne alla brace.

    Gustavo Tentativo e l’infallibile deviazione verso l’ignoto.

    Guardai il cartello all’ingresso, illuminato da lampadine a forma di peperoncino: “73ª Sagra del Cinghiale. Stasera: I Nipoti dell’Aia in concerto!”. Il mio stomaco, traditore quanto il navigatore, decise che il cinghiale era meglio del metal. Mi sedetti su una panca di legno scricchiolante e fu allora che la musica iniziò.

    Il Pogo Estremo della Terza Età

    Sul palco, “I Nipoti dell’Aia” (età media: 82 anni) attaccarono con una mazurka a una velocità che avrebbe fatto impallidire un batterista dei Megadeth. Il cantante urlò: “E ADESSO, TUTTI IN PISTA!”. Quello che successe dopo fu puro caos primordiale.

    Venni travolto da un’onda anomala di signore con la permanente. Una signora di nome Erminia mi afferrò con una presa d’acciaio e mi trascinò nel “mosh pit” delle mattonelle lisce. I miei anfibi non erano fatti per l’agilità, ma la paura di deludere Erminia mi diede riflessi sovrumani.

    Il pogo estremo della terza età: sopravvivere alla mazurka.

    Dopo tre ore di sudore, liscio acrobatico e due porzioni di polenta concia, capii tutto. “I Nipoti dell’Aia” chiusero con una cover a fisarmonica di “Highway to Hell”. La folla era in delirio. Nessuno aveva il cellulare in mano; erano tutti lì, vivi e felici.

    È stato il miglior concerto della mia vita perché mi ha insegnato che la musica non è lo spettacolo, ma la connessione. E anche perché al concerto dei Death Sentence non ti danno il bis di cinghiale incluso nel prezzo.

    Oltre il confine: il rifugio di Amedeo tra libri e scacchi

    Which is the best thing to do in your city?

    Qual è la cosa migliore da fare nella tua città? In questo paese di frontiera è finalmente ritornato il sole. Amedeo Triste scava nel suo archivio mentale per trovare il tesoro più prezioso che possa offrire questa cittadina di confine.

    Un’isola felice nel profondo Nord

    Sì, una cosa c’è, ed è ciò che rende più dolce la condizione di immigrato napoletano nel profondo Nord: la biblioteca pubblica gratuita, animata da due bibliotecari gentili e competenti. In questa isola felice, Amedeo legge tutti i libri che desidera, compresi gli ultimi titoli appena arrivati sugli scaffali.

    La battaglia sulle 64 caselle

    In un angolo della biblioteca è piazzato un tavolino con sopra una grande scacchiera, i pezzi già allineati e pronti per la battaglia sulle sessantaquattro caselle. Amedeo gioca spesso con Claudio, un pensionato di 74 anni che ne ha passati 42 in acciaieria come operaio metallurgico. Claudio è uno scacchista esperto, e per Amedeo rappresenta un avversario duro da battere.

    Il porto sicuro nel caos

    Amedeo va tutti i giorni nel posto migliore della città. La biblioteca è la sua seconda casa, il luogo dove trovare quiete e pace dopo l’inferno del suo ambiente lavorativo: una scuolaccia frequentata da ragazzi sballati. In quel luogo freddo e pesante, il nostro stanco bidello cerca rifugio nel porto sicuro dei libri, perfettamente catalogati da Dario, il bibliotecario.


    Il superpotere della speranza: il sogno del Professor Calogero

    What super power do you wish you had and why?

    IL CONTROLLO A TAPPETO: LUNA TRA GLI ZAINI SOTTO LA PIOGGIA

    Un controllo a tappeto sotto la pioggia

    Luna, il pastore tedesco, annusava con attenzione lo zaino scolastico di Omar. Era un controllo a tappeto nella scuola superiore X, in un grigio giorno piovoso di primavera. Tre ragazzi venivano perquisiti dai carabinieri fuori dalle aule, nel lungo corridoio del secondo piano del grande edificio scolastico. Il preside, soprannominato “la mummia”, si trascinava timidamente per i corridoi con passo circospetto. Tra gli studenti circolavano piccole bustine bianche contenenti una polvere simile al bicarbonato. Il professor Calogero esclamò ad alta voce: “A schifio finisce, qui!”.

    Mentre un temporale imperversava sui tetti del vecchio e obsoleto edificio, un cane nero, tenuto al guinzaglio da una marescialla, annusava con insistenza lo zaino di Pietro, un alunno di prima. Il cane trovò un panino al prosciutto invece della temuta bustina bianca. Nonostante ciò, il bilancio della retata a sorpresa dei carabinieri è stato proficuo: quindici alunni sono stati trovati in possesso di sostanze stupefacenti, tra i quali un recidivo già fermato l’anno precedente e Osama, un ragazzo egiziano di diciannove anni già agli arresti domiciliari nel 2025.

    Il dolore di Calogero e il suo desiderio

    IL SOGNO DI UN MONDO SENZA DROGA: CALOGERO COME SUPERMAN

    Il professor Calogero, siciliano di Caltanissetta, insegna italiano e storia in questo vecchio istituto. Da uomo all’antica, non riesce a concepire lo sballo della droga. La mancanza di significato, il crollo dei valori, la ricerca continua di facili scariche di dopamina e la depressione dilagante sono tutte cause che, secondo lui, spiegano l’uso di sostanze chimiche per “tirarsi su”.

    Se il professor Calogero avesse dei superpoteri, eliminerebbe la droga dalla faccia della terra. Con i suoi poteri da Superman farebbe sparire la cocaina, l’eroina, la marijuana e l’ecstasy. Spazzerebbe via tutte le droghe sintetiche e ogni sostanza chimica che altera la mente e crea dipendenza. Calogero odia la droga: suo fratello Carmelo morì a Palermo a soli quindici anni, ucciso da un’overdose di eroina.

    Il crimine organizzato ha creato il suo impero con questo traffico. Sarebbe bello poter distruggere tutti i criminali che prosperano vendendo la morte e la schiavitù della droga ai giovani. Magari Calogero avesse questo potere speciale: la droga non esisterebbe più nel mondo degli umani.

    L’Enigma dell’Esistenza: Dalla Scintilla della Vita alla Vanità dei Potenti

    What’s a mystery from your own life that you’ve never solved?

    Prompt giornaliero di WordPress: “What’s a mystery from your own life that you’ve never solved?” (Qual è un mistero della tua vita che non hai mai risolto?)

    Il Lancio Involontario nel Mondo

    Il mistero stesso della vita. All’improvviso vieni gettato nel mondo in un punto preciso della storia umana. Nasci piangendo, cresci con una curiosità profonda per tutto quello che ti sta intorno. Vai a scuola e ti riempiono di dati e informazioni. Alcuni ti dicono che Dio ha creato tutto, altri parlano del Big Bang e dell’evoluzione. Noi umani, in fondo, siamo tutti parenti delle scimmie.

    Qual è lo scopo della vita?

    L’Ombra dell’Egoismo Umano

    L’altro mistero insoluto è il dominio dell’egoismo. Ci sono pochi ricchi e milioni di poveri. Uomini che maltrattano o uccidono gatti, cani e altri animali per il semplice piacere sadico di farlo. Uomini che ammazzano con gusto i propri simili. I trafficanti di esseri umani che speculano per portare in Italia, in Europa e nel mondo ricco occidentale migliaia di africani e asiatici poveri, i quali sognano solo una vita libera e ricca di beni materiali. A cosa serve vivere? Qual è lo scopo della vita? Queste domande sono dei rebus irrisolti.

    Mentre scrivo questo articolo, costruito intorno al prompt giornaliero di WordPress, stanno morendo persone, gatti, cani e altri animali. Contemporaneamente nascono nuovi uomini, gatti, cani e altri animali. Il ciclo nascita, vita e morte è un sistema rigido, monotono, che si ripete da quando è iniziato il mondo e la vita su di esso.

    L’Illusione dell’Eternità e la Realtà della Polvere

    La religione cerca di dare una risposta al significato dell’esistenza, getta nel cuore dell’uomo la speranza di una vita dopo la morte. Eppure, finora, non ho conosciuto nessuno che sia ritornato in vita dopo essere morto. Il mio gatto Oscar è morto; per lui non c’è nessuna speranza di risurrezione o immortalità dell’anima. È deceduto ed è condannato alla polvere per sempre.

    Solo il presuntuoso essere umano è convinto di ritornare in vita dopo la morte o di possedere un’anima immortale destinata a stare da qualche parte in cielo. Magari l’uomo avrà lo stesso destino del mio micio Oscar: ritornerà in polvere per l’eternità. Dio esiste? Noi, che viviamo per 70 o 80 anni, avremo ancora la possibilità di rivivere dopo la morte?

    La vanità dei vivi

    La Frenesia dei Vivi e l’Inevitabile Fine

    Questi sono i misteri della vita arcana, che a volte viviamo come sonnambuli. Corriamo come pazzi in una quotidianità frenetica per diventare ricchi e famosi. Cerchiamo i piaceri con avidità. Putin e Trump fanno guerre assurde. Questi due grandi personaggi politici non pensano alla morte? Forse vogliono passare alla storia come Napoleone, Mussolini e Hitler.

    Questa è la vanità dei vivi. Cari Donald e Vladimir, non sapete che i morti dormono e non sono più consci di nulla? Sono solo un mucchietto di cenere! Anche voi due, che vi considerate i padroni del mondo, diventerete carne in putrefazione, pasto per famiglie di vermi.

    Il Brainstorming Disastroso di Gustavo Tentativo: A Chi Chiedere Consiglio?

    Elenca le persone che ammiri e a cui ti rivolgi per un consiglio…

    La complessa arte di complicarsi la vita con le persone sbagliate

    Rappresenta la paralisi da analisi e il peso comico dell’indecisione cronica umana.

    C’era una volta, e c’è tuttora nei meandri di un modesto ufficio contabile, Gustavo Tentativo. Il cognome, nel suo caso, non era solo un’eredità anagrafica, ma una vera e propria vocazione. Gustavo non faceva le cose; lui, al massimo, le tentava.

    La sua giornata era un campo minato di decisioni insormontabili: “Caffè macchiato o normale?”, “Calzino blu notte o nero abisso?”, “Rispondo ‘Ok’ o ‘Va bene’ alla mail del Direttore?”. Di fronte a questi abissi esistenziali, Gustavo faceva quello che il prompt del giorno di WordPress suggerisce di fare: elencava le persone che ammirava e a cui si rivolgeva per un consiglio.

    Il problema era la sua personalissima giuria.

    L’Oracolo del Bar e la Saggezza Agricola

    La prima grande crisi della giornata avvenne alle 10:14. Il Direttore gli aveva scritto: “Gustavo, il report è pronto?”. Il report, ovviamente, non era pronto. Era una bozza a malapena abbozzata.

    Preso dal panico, Gustavo decise di chiamare la prima persona della sua lista di mentori: Lello, il barista sotto casa. Lello era un uomo che aveva visto il mondo da dietro una macchina espresso, una figura mitologica mezza uomo e mezza lancia vapore.

    “Pronto, Lello? Sono Gustavo. Il capo vuole il report. Che gli dico?”

    “Eh, Gustavo mio,” sospirò Lello, con in sottofondo il rumore di tazzine sbattute, “in tempo di carestia, ogni buco è galleria. Offrigli un cornetto vuoto e digli che la vita è un soffio.”

    “Lello, è una mail aziendale, non posso allegare un cornetto.”

    “Allora mettici una GIF di un gattino. I gattini salvano sempre tutto. Ciao Gù, c’ho il banco pieno.”

    Lello il barista: l’unico uomo capace di risolvere una crisi aziendale con i carboidrati.

    Il Consulto Intergenerazionale

    Non convinto dalla via dei carboidrati, Gustavo passò al secondo pilastro della sua saggezza: Nonna Genoveffa. Nonna Genoveffa ammirava Gustavo, ma riteneva che il suo lavoro di “pigiatore di tasti” fosse una copertura per la disoccupazione.

    “Nonna, ho un problema con un superiore. Mi mette fretta.”

    “Gustavino, ascolta a nonna. Quando la terra è secca, non serve tirare la piantina per farla crescere più in fretta. Si rompono le radici!”

    “Nonna, io faccio fogli Excel, non coltivo zucchine.”

    “Appunto! È perché non hai la terra sotto le unghie che ti stressi. Rispondigli che la luna è calante e il raccolto dei dati deve riposare.”

    Gustavo riattaccò, fissando il cursore che lampeggiava beffardo sullo schermo. “La luna calante dei dati”. Un tocco di poesia che al Direttore, notoriamente allergico a tutto ciò che non fosse un numero, avrebbe fatto venire un travaso di bile.

    I Silenziatori e la Via dell’Azione

    Rimanevano le ultime due “persone” della lista, anche se il concetto di “persona” era, per Gustavo, molto flessibile.

    Si rivolse al suo gatto, Aristotele, che sonnecchiava sulla stampante. “Aristotele, maestro di stoicismo. Cosa devo fare? Lo ammetto che sono in ritardo o invento un guasto tecnico?”

    Aristotele aprì un occhio giallo, fissò Gustavo con il disprezzo che solo i felini riservano agli esseri inferiori, si stiracchiò e premette accidentalmente la zampa sul tasto di spegnimento della stampante.

    “Il silenzio… spegnere tutto. Una mossa audace, Aristotele,” mormorò Gustavo, prendendo appunti mentali.

    Ma l’insicurezza era troppa. Doveva consultare il vertice assoluto della sua piramide motivazionale. Il poster anni ’80 di Chuck Norris appeso dietro la porta del bagno di casa (ora visualizzato mentalmente).

    “Chuck,” sussurrò Gustavo tra sé e sé, “tu cosa faresti?”

    La risposta, formatasi nel suo cervello cibato di action movie, fu cristallina: Chuck Norris non invia report. È il report che si invia da solo per paura di Chuck Norris.

    Quando la saggezza felina incontra la risoluzione dei problemi tramite arti marziali.

    L’Epilogo del Tentativo

    Alla fine, caricato dalla saggezza combinata dei suoi mentori, Gustavo prese la sua decisione. Unì il cornetto di Lello, la luna calante di Nonna Genoveffa, il nichilismo di Aristotele e l’aggressività di Chuck Norris.

    Rispose alla mail del Direttore con queste esatte parole:

    “Caro Direttore, a causa della luna calante i dati devono riposare. Se preme per averli, sappia che i gattini sono tristi e io spegnerò la stampante con un calcio rotante. Va bene?”

    Inviò.

    Un secondo dopo, si rese conto di aver appena distrutto la sua carriera.

    Guardò Aristotele. Il gatto sbadigliò e si addormentò. In fondo, Lello aveva ragione: la vita è un soffio. Magari era l’ora di aprire un bar.

    L’Illusione del Voto: Perché ho Smesso di Credere nella Politica Italiana

    Hai votato alle elezioni politiche?

    Il prompt giornaliero di WordPress è un invito a nozze: hai votato alle elezioni politiche?

    L’anno scorso, a giugno, ho votato ai referendum. Ora che scrivo, ho completamente dimenticato i quesiti referendari del giugno 2025. Il referendum sulla giustizia di marzo non mi ha suscitato nessun desiderio di votare, né sì né no. Le elezioni politiche sono una perdita di tempo. In Italia, che si voti o non si voti, non cambia nulla.

    Sarò un qualunquista, forse, ma a 54 anni non mi aspetto più nulla dalla classe politica italiana. Silvio Berlusconi doveva creare un milione di posti di lavoro, Renzi doveva rottamare i vecchi politici della Prima Repubblica, Beppe Grillo doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Il comico genovese che mandava a quel paese la politica stantia e corrotta è scomparso nel nulla; sì, Renzi è ancora in Parlamento, ma lui non rappresenta certo il nuovo. Ora abbiamo la Meloni e il suo governo. Con franchezza, è il solito governo che parla e dichiara, ma nella sostanza nulla muta.

    Le solite promesse…

    Gli stipendi italiani sono da fame e condannano milioni di italiani alla povertà. Una classe politica seria dovrebbe garantire una vita decorosa ai lavoratori. Per non parlare delle pensioni da fame che ricevono tante persone dopo più di quarant’anni di lavoro. Ho già scritto del futuro pensionistico della mia collega: 545 € dopo 25 anni di contributi, contro i 3580 € di un parlamentare che ha fatto 5 legislature.

    Dopo tutte queste ingiustizie, io non ho voglia di votare persone che faranno sempre i propri interessi e quelli dei loro cari. Sono stanco di credere alle bugie del nuovo carrierista politico che ti promette l’abolizione della povertà e della disoccupazione se scegli di votarlo. In Italia prospera il furbo, mentre la persona onesta cambia nazione. La Gran Bretagna, il Belgio e i Paesi Scandinavi funzionano meglio. La soluzione migliore è scappare dall’Italia.

    Un’apparenza ingannevole

    Il nostro è un Paese bellissimo, ma rimarrà sempre indietro rispetto agli altri Paesi europei. L’Italia è una donna bella, con un vestito elegante. Una donna giovane e colta con un corpo atletico. Peccato che, al suo interno, sia piena di metastasi, colpita da un cancro in stadio terminale.

    Ritornerei a votare solo se mi puntassero una pistola alla tempia.

    La Bussola Rotta di Ernesto Titubante: Odissea di un Aspirante Scrittore

    Cosa ti indirizza nella vita?

    Ernesto Titubante fissava il cursore lampeggiante sullo schermo del suo portatile. Il cursore, a sua volta, sembrava fissarlo con un misto di pietà e derisione. Sulla pagina bianca troneggiava il prompt giornaliero di WordPress, una domanda apparentemente innocua ma in realtà carica di un’ansia esistenziale devastante: “Cosa ti indirizza nella vita?”.

    Per Ernesto, aspirante scrittore con il senso dell’orientamento di un calzino spaiato in una lavatrice, la parola “indirizzare” era già di per sé un insulto personale. Ernesto si perdeva persino nel tragitto tra il divano e il frigorifero, finendo regolarmente nello sgabuzzino delle scope a chiedere scusa al mocio.

    Ernesto affronta il demone della pagina bianca e il prompt filosofico.

    Il Blocco dello Scrittore e il GPS Spirituale

    «Cosa mi indirizza?» mormorò Ernesto, grattandosi la testa. «La passione? No, la passione mi fa solo venire sonno dopo pranzo. L’ambizione? L’ultima volta che sono stato ambizioso ho provato a fare il pane in casa e ho dovuto chiamare gli artificieri.»

    Il suo gatto, un soriano obeso di nome Baudelaire, lo guardò dal cuscino, emise un miagolio che suonava esattamente come un giudizio critico letterario, e tornò a dormire. Ernesto capì che non poteva rispondere a una domanda del genere stando seduto. Doveva uscire. Doveva trovare la sua bussola interiore. O, in mancanza di essa, almeno un trancio di pizza alle patate.

    La Spedizione Punitiva verso l’Ignoto (e il Panificio)

    Uscì di casa armato del suo inseparabile taccuino. Decise di affidarsi all’istinto. «Lascerò che sia l’universo a indirizzarmi!» dichiarò a un piccione, che in risposta gli rubò un pezzo di biscotto caduto dalla tasca.

    Al primo incrocio, Ernesto chiuse gli occhi, girò su se stesso tre volte e puntò il dito. Aprì gli occhi: aveva indicato un signore anziano che portava a spasso tre barboncini. Convinto che fosse un segno del destino, Ernesto iniziò a seguirlo. Forse l’uomo nascondeva il segreto della direzione cosmica. Forse era una metafora vivente della narrativa contemporanea.

    Ernesto alla ricerca della direzione perduta, guidato dal caos.

    Dieci minuti dopo, l’anziano si voltò. «Senta, giovanotto,» disse, brandendo il guinzaglio come una frusta, «se sta cercando di rubarmi i cani, sappia che Fuffi morde, e io ho la cintura nera di briscola!»

    Ernesto balbettò una scusa incomprensibile, farfugliando qualcosa sui prompt di WordPress e l’allineamento dei pianeti, e fuggì nella direzione opposta, finendo in un vicolo cieco. Tirò fuori lo smartphone. «Ok Google, cosa mi indirizza nella vita?» chiese al telefono.

    L’assistente vocale ci pensò un secondo, poi rispose con voce metallica: “Ho trovato tre ristoranti cinesi nelle tue vicinanze. Vuoi le indicazioni?”

    Epifania tra gli Involtini Primavera

    Seduto a un tavolo appiccicoso del ristorante ‘Il Dragone Disorientato’, con in mano un involtino primavera, Ernesto ebbe finalmente la sua epifania. Aprì il taccuino e iniziò a scrivere furiosamente.

    La rivelazione finale: la vera bussola è l’assenza di coordinate.

    Cosa lo indirizzava nella vita? Il caso. La fame. La paura di fare brutta figura con i pensionati. I suggerimenti sbagliati del correttore automatico. Il miagolio giudicante di Baudelaire. Ernesto capì che la sua vita non era una linea retta tracciata con il righello, ma uno scarabocchio fatto da un bambino su un muro appena dipinto.

    E andava bene così. Uno scarabocchio era pur sempre una storia. E a volte, le storie migliori si scrivono proprio quando si è clamorosamente, inesorabilmente e felicemente persi.

    Chiuse il taccuino, pagò il conto e si diresse verso casa. Ovviamente, prese l’autobus sbagliato.

    1 Maggio: La festa della schiavitù

    Windy dorme sul mio letto disfatto; è già il suo terzo pisolino. Un sole tiepido di primavera illumina e scalda questo venerdì di primo maggio. Windy è tranquilla e serena, non deve lavorare per vivere: le basta solo dimostrare il suo affetto nei confronti del suo amico umano. Il suo umano, invece, riposa in questo giorno di festa dei lavoratori dopo una settimana dura e faticosa, in cui ha faticato come un mulo.

    Se potessi scambiarmi con la mia gatta

    A volte vorrei diventare un gatto e trasformare Windy in una donna che va ogni giorno al lavoro. Io dormirei beato sul divano. Croccantini in una ciotola e acqua fresca in un’altra. Con due fusa e qualche miagolio farei le feste alla mia padrona umana, svolgendo così il mio unico, vero dovere quotidiano. Beata vita da gatto! Un felino che vive in una famiglia umana fa una vita da re. Servito e riverito dai suoi amici umani, un gatto casalingo vive come un imperatore sul trono.

    Purtroppo, gatto non sono e mai lo diventerò. Forse, con la reincarnazione, potrebbe succedermi di rinascere micio. Per ora sono umano e mi tocca lavorare cinque giorni alla settimana per otto ore.

    La dura realtà della routine

    Aspetto con ansia il sabato, la domenica e le feste religiose e laiche solo per oziare e dormire come la mia gatta Windy. Odio il lavoro, odio la produttività. Meglio non fare niente che stancarsi per più di quarant’anni in un lavoro faticoso, noioso e in un ambiente pieno di veleni. La maggioranza delle persone detesta il proprio impiego ed è costretta a svolgerlo solo per pagare le bollette, l’affitto e il cibo. La vera fregatura, poi, è la pensione da fame che ti danno dopo una vita intera di schiavitù.

    Il Primo Maggio: un’ora d’aria

    Per me la Festa del Lavoro è come il giorno di libera uscita di un carcerato da San Vittore: un breve periodo di 24 ore libero da qualsiasi costrizione. Odio il lavoro, detesto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e non sopporto i privilegi di tanti parassiti politici che non fanno un tubo per quarant’anni e ricevono pensioni e vitalizi d’oro. Il Primo Maggio, in fondo, festeggia la schiavitù del negriero Lavoro sul miserabile essere umano, condannato da Dio in persona a mangiare il pane col sudore della propria fronte.

    L’Oceano, gli Alisei e un Caffè al Ginseng: La Vera Storia di Ernesto Titubante

    Hai una citazione sulla base della quale vivi la tua vita o a cui pensi spesso?

    “Levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri… o almeno provateci.”

    Ernesto Titubante, di nome e di fatto, aveva un problema: viveva la sua vita come se fosse la bozza di un romanzo di cui aveva troppa paura per scrivere il finale. Sulla parete della sua camera campava un poster sgualcito con una frase che si ripeteva ogni mattina, mentre si lavava i denti con lo spazzolino a setole extra-morbide (le medie erano troppo rischiose):

    “Tra venti anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto… ma da quelle che non avete fatto. Levate dunque l’ancora, abbandonate i porti sicuri. Esplorate. Sognate. Scoprite.”Mark Twain.

    Ernesto amava questa citazione. La venerava. Il problema era che, per lui, “levare l’ancora” significava solitamente cambiare marca di cereali.

    Il Rito del Mattino (e l’Ansia da Prestazione)

    Quel martedì, Ernesto decise che era giunto il momento. Da cinque anni lavorava a un romanzo fantasy di 800 pagine intitolato “Il Signore degli Acari”, la storia epica di un eroe allergico alla polvere. Il manoscritto era pronto. L’indirizzo email della casa editrice era inserito. Mancava solo il clic sul pulsante “Invia”.

    Ernesto affronta il suo più grande nemico: il tasto sinistro del mouse.

    Ma Ernesto esitava. “E se poi mi pubblicano? E se divento famoso e devo andare in TV e mi viene il singhiozzo in diretta?” pensò, sudando freddo. Decise quindi di spostarsi al bar all’angolo per “catturare il vento degli alisei” (o almeno un cornetto).

    Il Destino Ci Mette lo Zampino

    Seduto a un tavolino traballante, ordinò un caffè al ginseng bollente per darsi tono. Aprì il portatile. Il cursore lampeggiava. “Tra venti anni…” sussurrò. “Devo esplorare!”. Avvicinò il dito al touchpad. Poi lo ritrasse. “Forse nel capitolo 12 ci sono troppi avverbi?”

    L’intervento del fato sotto forma di una pacca amichevole del barista Gualtiero.

    Proprio in quel momento di massima indecisione, Gualtiero, il barista da cento chili, passò di lì. “Forza Ernesto, scrivi questo capolavoro!” tuonò, rifilandogli una poderosa pacca sulla spalla. Il colpo fece sobbalzare Ernesto. Il suo dito indice si schiantò sul touchpad. Click. Messaggio inviato.

    Venti Anni Dopo (o quasi)

    Ernesto rimase a fissare lo schermo, pallido. L’ancora era stata levata con la forza. La barca era in mare aperto e lui non sapeva nuotare. Ma dopo dieci minuti di panico, un calore strano gli invase il petto. Bevve un sorso di quel ginseng imbevibile e sorrise.

    Guardò fuori dalla vetrina verso la strada trafficata che, per un attimo, gli sembrò un oceano sterminato. “Avevi ragione, Mark,” sussurrò. “Non sono affatto deluso. Sono solo terrorizzato. Ma è un inizio fantastico.”

    La vacanza sul divano con un libro in mano per un mese, senza vedere in TV il buffone americano!

    Qual è la tua vacanza preferita? Perché è la tua preferita?

    Il caos fuori, la pace in una pagina.

    Un imprevisto piccante a Nizza

    Lo spray al peperoncino aveva invaso tutta l’auto della famiglia Pirozzi. I due ladri, appostati all’incrocio al semaforo rosso, avevano puntato l’ennesima famiglia di turisti italiani. Dopo aver aperto la portiera del guidatore, rimasta sbadatamente senza sicura, i due ladruncoli di Nizza volevano agguantare la borsa di Giulia Pirozzi. Giulia è una donna minuta, ma agile come una gatta equilibrista. Con uno scatto ha chiuso la portiera e ha abbassato la testa, vedendo i due criminali francesi mettere la mano nella tasca del giubbotto. Invece di una pistola, hanno tirato fuori lo spray al peperoncino, spruzzando tutto l’interno della macchina. Giulia e il resto della famiglia sono riusciti a scappare a tutto gas con la Panda turbo rossa. Unici effetti collaterali: labbra gonfie e rosse per tutti i componenti della famiglia Pirozzi, dovute al peperoncino.

    Un imprevisto piccante in Costa Azzurra!

    Il ritorno a casa e la saggezza del Maresciallo

    Giulia doveva andare in vacanza a Nizza come meta finale del suo viaggio estivo. Ma il destino ha scelto per lei. Ha fatto subito inversione di marcia: direzione Italia, con meta finale il tranquillo divano di casa, in stile Gustavo Tentativo. Questo episodio è accaduto realmente vent’anni fa alla mia amica Giulia. Il lato buffo della storia è che, durante il viaggio di ritorno in Italia, fu fermata dai Carabinieri per un controllo di routine. Giulia raccontò la sua disavventura a Nizza al maresciallo Gennaro Gargiulo, originario di Casal di Principe. Un tutore dell’ordine serio e professionale. Il comandante, ascoltandola, esclamò con un sorriso amaro: «Noi campani portiamo la “nominata” di ladri, truffatori, borseggiatori, camorristi e scansafatiche… e poi vedi che tutto il mondo è “mariolo”!».

    La villeggiatura alternativa: dal divano alla biblioteca

    Sentendo questa storia, mi convinco sempre di più che la vacanza perfetta sia quella di un noto personaggio di Pirandello, che faceva la villeggiatura nelle chiese. Entrava in un luogo di culto non per pregare un buon Dio nel quale ormai dubitava di credere, ma solo per godersi il fresco delle navate contro il sole caldo di luglio all’esterno. Quest’anno devo fare una villeggiatura diversa: il “biblioteca tour”. Faccio il giro delle biblioteche, leggo libri, parlo con i bibliotecari. Scopro i segreti per essere un bibliotecario bravo e preparato. Devo fare una vacanza culturale. Mi devo riempire di libri fino a essere satollo, per poi ritornare a settembre al mio lavoro, bello e buono come una minestrina riscaldata coi tubetti e tanto brodo. Il solito brodo di babbei in ambienti di lavoro ottusi e monotoni, che non cambiano mai… un po’ come Trump, che è il peggior scherzo della storia recente.

    Gustavo Tentativo e la Vacanza Perfetta (Quella in cui ha rischiato la vita)

    Qual è la tua vacanza preferita? Perché è la tua preferita?

    La salvezza domestica di Gustavo dopo il trauma della natura.

    Se chiedete a Gustavo Tentativo – un uomo la cui intera esistenza è, come suggerisce il cognome, una serie di prove ed errori – quale sia la sua vacanza preferita, non vi risponderà “Maldive” o “Parigi”. Vi fisserà con gli occhi sgranati di chi ha visto l’abisso e sussurrerà: “Il Ritiro Spirituale Detox in Val di Lacrime del 2023”.

    Ma procediamo con ordine.

    L’illusione del “Digital Detox”

    Tutto iniziò quando gli amici di Gustavo, individui salutisti con un’insana passione per l’avena cruda, lo convinsero che aveva bisogno di “staccare la spina”. Gustavo, che usava la spina principalmente per alimentare la macchina dei popcorn mentre guardava le repliche di Mistero, accettò. Si ritrovò così iscritto a una settimana di riconnessione con la natura, dove il Wi-Fi era bandito e i telefoni venivano confiscati all’ingresso da un signore con la barba lunga e lo sguardo di chi non mangia carboidrati dal 1998.

    Il drammatico momento in cui Gustavo Tentativo realizza che “Detox” significa “Niente meme sui gattini per una settimana”.

    Il risveglio muscolare e la dieta della disperazione

    La giornata tipo della “vacanza preferita” di Gustavo iniziava alle 4:30 del mattino, un orario in cui, secondo lui, persino i galli dovrebbero avere il diritto di premere il tasto snooze. L’attività principale era il “risveglio muscolare”, che consisteva nel farsi pungere da zanzare grandi come elicotteri Apache mentre si cercava di assumere la posizione del “Loto Sofferente” sull’erba bagnata.

    Il cibo? Un trionfo di minimalismo estremo. Il pranzo tipico era composto da una radice di topinambur bollita e un bicchiere di rugiada. Gustavo perse tre chili in due giorni, sviluppando la capacità di comunicare telepaticamente con i cinghiali, implorandoli di portargli un pezzo di focaccia.

    L’attacco della Capra Esistenzialista

    Il culmine della vacanza fu raggiunto durante la “Passeggiata del Silenzio Interiore”. Gustavo, stremato dalla fame e dalle vesciche (aveva portato mocassini di camoscio al posto degli scarponcini da trekking, fedele al suo cognome), rimase indietro. Fu allora che venne puntato da una capra selvatica locale.

    Non era una capra normale. Era una capra con un evidente problema di gestione della rabbia. L’inseguimento durò tre chilometri, durante i quali Gustavo batté il record regionale di corsa a ostacoli, saltando ruscelli, cespugli di rovi e due compagni di ritiro in meditazione trascendentale.

    Il famoso sprint dei 3000 metri ostacoli, specialità non olimpica introdotta dalla “Capra Esistenzialista”.

    Perché, dunque, è la sua vacanza preferita?

    A questo punto la domanda sorge spontanea: perché diavolo questa tragedia è la sua vacanza preferita in assoluto? Semplice. È tutta una questione di rendita.

    Da quel momento in poi, ogni volta che la sua fidanzata, i suoi genitori o i suoi amici iperattivi provano a proporgli una gita fuori porta, un weekend in barca a vela o un’escursione in collina, Gustavo abbassa lo sguardo, lascia tremare leggermente il labbro inferiore e mormora: “Non lo so, ragazzi… sapete che il trauma del Val di Lacrime è ancora fresco. La capra… il topinambur… io non me la sento.”

    I suoi interlocutori, impietositi, ritirano immediatamente la proposta e lo lasciano in pace. Quella vacanza disastrosa gli ha comprato l’immunità a vita. Gli ha regalato il diritto inalienabile di passare ogni futuro ponte, festività o ferie estive spalmato sul suo divano, con l’aria condizionata a palla, ordinando pizza a domicilio senza alcun senso di colpa.

    Il Ritiro Zen è stato un incubo, certo. Ma è stato il sacrificio di una settimana che ha garantito a Gustavo Tentativo un’eternità di perfetta, meravigliosa e pigrissima pace casalinga.

    Il Richiamo (Sbagliato) della Foresta: Gustavo Tentativo in Campeggio

    Se mai stato in campeggio?

    L’incompatibilità assoluta tra l’uomo moderno e l’essenzialità della natura: Gustavo e il fuoco tecnologico.

    Gustavo Tentativo era un uomo che viveva di solide, incrollabili certezze: il Wi-Fi a cinque tacche, il caffè macchiato caldo alle 8:00 in punto e l’aria condizionata costantemente impostata su 22 gradi. La natura, per lui, era quel pittoresco salvaschermo di Windows XP con le collinette verdi.

    Tuttavia, dopo aver letto un articolo dal titolo “Ritrova te stesso allontanandoti dalla civiltà”, Gustavo decise che era giunto il momento. Avrebbe fatto campeggio. Svuotò il conto in banca in un negozio di articoli sportivi, acquistando attrezzatura sufficiente per scalare il K2, e partì alla volta del “Camping Pino Solitario”, un luogo dove il segnale telefonico andava a morire.

    L’illusione del “Ritorno alla Natura”

    Il primo vero scontro con la realtà avvenne al momento di montare la tenda. Il commesso gli aveva assicurato che si trattava di un modello “Pop-Up 2 Secondi”. La tiri fuori, la lanci in aria e voilà, la tua casa vacanze è pronta.

    La tenda “2 secondi” al suo terzo giorno di montaggio: Gustavo perde il primo round.

    La Tenda Automatica e Altre Bugie del Marketing

    Gustavo la lanciò. La tenda rimbalzò a terra con un tonfo sordo, assumendo la forma di un gigantesco taco di nylon stropicciato. Seguirono due ore di lotta greco-romana in cui Gustavo cercò di inserire i picchetti nel terreno, scoprendo a sue spese che la terra, a differenza del parquet del suo salotto, sotto la superficie nasconde rocce dure come il titanio. Quando finalmente riuscì a erigere una struttura vagamente abitabile, assomigliava più a un ombrello rotto dopo un uragano che a un rifugio sicuro.

    La Notte dei Mille Insetti e dei Rumori Fantasma

    La vera odissea, però, iniziò col calare del sole. Gustavo scoprì che la natura non è affatto silenziosa. Al contrario, è un rave party non autorizzato di fauna locale. Infilatosi nel sacco a pelo (progettato per temperature artiche, motivo per cui Gustavo iniziò a sudare come in una sauna finlandese), chiuse gli occhi. Crack. Un rametto spezzato. Nella mente di Gustavo, non era un innocuo riccio in cerca di bacche, ma un grizzly geneticamente modificato pronto a sbranarlo.

    La rilassante quiete della natura, misurata in circa 120 decibel di panico e ombre giganti.

    Poi arrivarono le zanzare. Insetti grandi come droni militari che non si facevano scoraggiare dalle tre lattine di repellente spruzzate da Gustavo. Il concerto andò avanti fino all’alba: grilli tenori, rane baritono e Gustavo che pregava sommessamente per il ritorno alla civiltà.

    La Fuga e la Redenzione

    Alle prime luci del mattino, Gustavo Tentativo uscì dalla tenda. Aveva occhiaie profonde fino alle ginocchia, i capelli scompigliati e 42 punture di zanzara censite. Guardò la rugiada sulle foglie, il sole che sorgeva maestoso dietro le montagne, inspirò l’aria frizzante e pura, e disse con voce ferma: «Mai più.»

    Non provò nemmeno a chiudere la tenda “2 secondi”. La infilò a forza nel bagagliaio dell’auto, ancora aperta e mezza distrutta, lasciando metà della sua costosa attrezzatura sul prato come offerta di pace agli spiriti del bosco. Due ore dopo, Gustavo era seduto nella hall di un hotel di lusso, stringeva tra le mani un cappuccino caldo e guardava il simbolo del Wi-Fi sul suo telefono brillare di luce propria. Aveva ritrovato se stesso. Ed era una persona che odiava profondamente il campeggio.

    La pensione da fame sospirata!

    LA PENSIONE SOSPIRATA

    Fatti i conti, lei andrà in pensione il primo settembre 2028 con 545 €. Dopo 25 anni di lavoro, la pensione contributiva viene superata dalla pensione sociale. Quest’ultima è di 570 €. I paradossi umani: chi non ha mai versato un contributo pensionistico prende 25 € in più sulla pensione. Questa è la legge statale sulla previdenza sociale.

    Il divario incolmabile tra cittadini e politici

    Per un parlamentare con 25 anni di contributi, il netto annuo risultante sarebbe di circa 43.000 €, corrispondenti a circa 3.580 € netti mensili. Questo dato conferma che, nel regime contributivo, la pensione di un parlamentare “veterano” di cinque legislature è elevata rispetto alla media nazionale. Il faticoso ed estenuante lavoro del politico italiano: sempre a discutere le leggi, a votare le mozioni… Le costose campagne elettorali. L’impegno profondo a fare gli interessi del cittadino comune. Sono campioni di altruismo i nostri rappresentanti politici, sempre a servire gli interessi degli elettori. Giustamente hanno diritto a una pensione generosa e grassa. Mica possiamo dare 545 € al mese a questi servitori pubblici, onesti e virtuosi, dediti alla cosa pubblica!

    Le vite degli altri: storie di pura sopravvivenza

    Sopravvivere con 545 Euro

    La mia collega Federica dovrà togliersi l’auto. La sua fortuna è che è sola, con un cane e un gatto a carico, e non paga l’affitto perché la casa è sua. Ditemi voi come camperebbe con 545 € di pensione se dovesse pagare anche l’affitto di casa. Anche così dovrà fare molti tagli sul riscaldamento. La pensione dovrebbe essere dignitosa. Dopo una vita di lavoro, una persona dovrebbe vivere una vita serena dal punto di vista economico. Con 545 €, una persona sola deve mangiare, pagare luce e gas, comprarsi le scarpe e i vestiti. Sarà una lotta per sopravvivere. In “Padre Ricco e Padre Povero”, l’autore parla della pallottola d’argento, riferendosi a quei pensionati americani indigenti che, se non ce la fanno a vivere, possono suicidarsi con un colpo di pistola.

    La grazia dopo 43 anni

    Io non mi preoccupo della pensione: con probabilità quasi matematica sarò già morto di fame prima di raggiungere il traguardo sognato della fine di quella schiavitù chiamata lavoro. Il mio amico Pietro è felice come un carcerato che, dopo aver scontato una pena di 43 anni di prigione dura, ha ottenuto la grazia. Il primo settembre 2026, Pietro andrà in pensione con un generoso assegno mensile di 1.200 €. Lui, sua moglie e i suoi due figli dovranno vivere con questa cifra ogni mese. Per fortuna anche Pietro non paga l’affitto e ha la casa di proprietà senza mutuo da pagare. Comunque, anche lui e la sua famiglia avranno una vita di pura sopravvivenza.

    Il premio finale

    Si parla anche della possibilità di aumentare l’età per andare in pensione. Settant’anni è l’età giusta per la pensione! Quando sei ormai stanco, vecchio e senza forze, un vero rottame umano: solo in quel caso sei perfetto per meritare la sospirata pensione. Queste sono le idee e le leggi dei nostri rappresentanti politici, altruisti e veri benefattori del cittadino. La classe politica con stipendi sostanziosi, vitalizi e pensioni ricche, e i cittadini comuni con 545, 570 o 1.200 € di pensione al mese.

    Grazie mille, egregi signori parlamentari, per le vostre leggi eque e giuste nell’interesse del cittadino. Siete dei campioni di onestà e altruismo puro. Sono fiero di essere un italiano povero e morto di fame, e di avere dei politici onesti e giusti come voi. Buona pensione a tutti!

    Il Metodo Tentativo: Alla Ricerca del Picco di Produttività Perduto

    Quando la tua produttività è al massimo?

    Il significato profondo della lotta quotidiana di Gustavo contro il tempo.

    L’Illusione del “Club delle 5 del Mattino”

    Gustavo Tentativo aveva un problema: leggeva troppi manuali di crescita personale. L’ultimo bestseller che aveva acquistato s’intitolava “Svegliati prima del sole e domina l’universo”. L’idea di base era semplice: i grandi CEO mondiali sono produttivi perché si svegliano alle 5:00 del mattino. Gustavo, che di mestiere faceva il copywriter freelance e faticava a svegliarsi prima delle 9:30, decise che quella era la soluzione alla sua proverbiale lentezza.

    Il lunedì mattina, la sveglia suonò alle 5:00. Gustavo balzò giù dal letto con l’agilità di un bradipo sedato. Si trascinò in cucina, preparò una moka da tre tazze e si sedette alla scrivania, pronto a dominare l’universo.

    Gustavo scopre che il “Miracle Morning” nel suo caso è solo un “Tragic Morning”.

    Alle 5:45, Gustavo aveva contato tutte le crepe sul soffitto. Alle 6:30, aveva annaffiato una pianta finta. Alle 7:15, aveva letto con estrema attenzione l’etichetta del detersivo per i pavimenti. Produttività: zero. La sua mente non stava dominando l’universo; stava cercando di capire come tornare a letto senza perdere la dignità.

    La Trappola del “Lavoro Meglio Dopo Pranzo”

    Abbandonata l’idea dell’alba, Gustavo elaborò una nuova teoria. Il problema era la mancanza di energie. “Per carburare, il cervello ha bisogno di zuccheri e carboidrati complessi”, si disse con tono accademico. Così, verso le 13:00, si preparò una modesta porzione di due etti di pasta alla carbonara.

    “Ora sì che sarò un treno in corsa”, pensò, sedendosi alla scrivania alle 14:00.

    Purtroppo, il treno deragliò quasi subito, scontrandosi con il famigerato Muro dell’Abbiocco. La digestione della pancetta richiamò tutto il sangue dal cervello di Gustavo verso lo stomaco. Le palpebre divennero di piombo. La produttività pomeridiana si tradusse in una sessione di due ore passate a fissare lo schermo con la bocca semiaperta, producendo solo tre parole: “Gentile cliente, purtroppo…”, prima di addormentarsi con la guancia sulla tastiera.

    Il Canto delle Sirene di Wikipedia (Il Picco Notturno)

    “Sono un gufo!”, concluse Gustavo quella sera. “Ecco perché fallisco di giorno. La mia creatività sboccia con il favore delle tenebre!”.

    Alle 23:30, con la casa silenziosa e nessuna distrazione, Gustavo aprì il suo documento. Era il momento. La produttività era nell’aria. Poi, un dubbio lo assalì: Ma i gufi veri, quanto dormono? Aprì una scheda sul browser per fare una rapida ricerca.

    La ricerca notturna: vitale per la cultura generale, fatale per le scadenze.

    Alle 3:15 del mattino, Gustavo non aveva scritto una riga del suo progetto, ma era diventato uno dei massimi esperti europei sulla storia evolutiva dei marsupiali e conosceva a memoria le regole del curling. La notte portava consiglio, sì, ma su argomenti totalmente inutili ai fini lavorativi.

    L’Epifania del Panico: Il Vero Segreto

    Il giorno successivo era quello della consegna. Ore 11:00: Gustavo fissava il cursore lampeggiante. Ore 11:30: Gustavo riordinava le sue matite per gradazione di colore, nonostante scrivesse solo al computer.

    Poi, scattò l’orologio. Le 11:55. Il progetto andava inviato a mezzogiorno in punto. Improvvisamente, il battito cardiaco di Gustavo accelerò. Le pupille si dilatarono. L’adrenalina inondò il suo sistema nervoso. Iniziò a digitare a una velocità supersonica.

    In quattro minuti e trentasette secondi, Gustavo produsse il lavoro di una settimana: brillante, conciso, perfetto. Inviò l’email alle 11:59 e 58 secondi.

    Si appoggiò allo schienale, trionfante. Aveva finalmente trovato la risposta. Quando era la sua produttività al massimo? Il picco assoluto si manifestava in un solo momento preciso: esattamente cinque minuti prima del disastro imminente.

    Il Babbeo: Anatomia di un Fantasma Sociale

    Di quali argomenti ami discutere?

    Di quali argomenti ami discutere?

    Il Babbeo è un fantasma che appare all’improvviso. È un fantasmino tonto, sciocco e citrullo che cammina nelle piazze delle città, nei corridoi delle aule scolastiche o nel Parlamento italiano. Ci sono due tipi di babbei.

    IL BABBEO DI TIPO A: INNOCUO E SOGNATORE

    Il Babbeo di Tipo A: L’innocuo credulone

    Il tipo A è innocuo, produce pochi danni alla collettività, dimostra scarsa intelligenza ma ha la scusante che la natura è stata ingiusta con lui. Il Babbeo A è buono e credulone; in fondo è un bambino che aspetta ancora i regali da Babbo Natale e crede ancora alla favola di Pinocchio 🤥.

    IL BABBEO DI TIPO B: L’ARROGANZA AL POTERE

    Il Babbeo di Tipo B: L’arroganza al potere

    Il più nefasto è il Babbeo di tipo B. Quest’ultimo è un pallone gonfiato con il gas Superbia con additivo Arroganza. È un soggetto pieno di sé, convinto di essere un pozzo di scienza e cultura. Ha frequenti deliri di onniscienza. Questo spirito di alterigia non cammina, ma striscia sui pavimenti come un lombrico silente. Coi suoi occhietti scruta ogni cosa e poi colpisce a tradimento l’umanità.

    Il Babbeo B è pericoloso quando gli viene conferito un certo grado di potere. In Italia abbiamo avuto un maestro elementare che era una brava persona; poi, posseduto dallo spirito maligno del Babbeo B, ha voluto fare il duce, governare un ventennio e portare l’Italia nella disastrosa sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. Il Babbeo B è un demone che ha posseduto parecchi uomini politici italiani. Un altro Babbeo B fu Bettino Craxi: un brillante decisionista socialista, e poi la rovina delle tangenti, la fuga e la morte in Tunisia. Lui era innocente, la colpa era dello spirito del Babbeo B che si era impossessato della sua anima.

    IL BABBEO IN DIVISA: BUROCRAZIA CIECA

    Il Babbeo in Divisa: La burocrazia cieca

    Un altro Babbeo B che incontrò il mio amico Rolando Bellezza è stato un poliziotto ferroviario, un tipo bassino e pelato come l’ispettore Kojak, che gli fece la multa al tempo del Covid-19. La colpa di Rolando? Voler assistere la moglie malata di virus cinese che si trovava in un’altra regione, lontana dalla sua 800 km.

    «Lei non può lasciare la sua regione per venire nella nostra!» strillava il poliziotto ferroviario (il Babbeo B).
    Rolando replicava: «Mia moglie è malata… devo assisterla. Poi c’è il ricongiungimento familiare».
    Niente da fare: il Babbeo B sanzionò Rolando con una multa di 240€.

    IL BABBEO SCOLASTICO: CULTURA SENZA REALTÀ

    L’invasione dei Babbei nella scuola pubblica

    Un posto dove ultimamente stanno proliferando i Babbei B, questi spiritelli malvagi e tonti, è la scuola pubblica. Legioni di Babbei B assumono le sembianze di professori, maestre e dirigenti scolastici. Vedi queste menti eccelse, piene di cultura e sapienza, che non camminano ma volano per i corridoi scolastici. Hanno quegli occhi alteri, pieni di conoscenza e presunzione. Guardano tutti con sufficienza, vogliono essere salutati e chiamati con il loro titolo culturale e professionale. Questa variante scolastica del Babbeo B è molto maleducata: molte volte non risponde ai saluti dei soggetti di “grado inferiore” per istruzione e ruolo.

    I danni si vedono: studenti disamorati della scuola, un’istruzione antiquata superata dall’intelligenza artificiale e da YouTube. Una scuola fatta di divieti giusti che non vengono applicati. Cosa insegnano questi Babbei B? L’ipocrisia?

    Pochi mesi fa sulla Rai abbiamo visto la serie televisiva La Preside. Narrava la storia vera di Eugenia Carfora, un dirigente scolastico brillante che ha combattuto con determinazione l’abbandono scolastico a Caivano. Un esempio luminoso di Preside. Peccato che anche in questo ruolo esistano i Babbei B.
    Il preside Babbeo B è colto, ama la letteratura russa e i quadri di Picasso, conosce Leopardi a memoria. Lo vedi volteggiare per i corridoi scolastici pieno di idee brillanti e innovative per migliorare la scuola. Peccato che non si accorga che gli alunni gli ridono in faccia e lo “apprezzano” con tante paroline gentili: “Il preside è un testicolo, è un subnormale”. Nelle scuole guidate dai presidi Babbei di tipo B succede di tutto, tranne che il miracolo dell’istruzione.

    Il Disastro Digitale di Gustavo Tentativo: Una Questione di Emoji

    Quali sono i tuoi emoji preferiti?

    L’incomunicabilità moderna: Gustavo di fronte al grande abisso digitale.

    L’uomo che sussurrava al dizionario

    Gustavo Tentativo non era tecnicamente un “boomer” per questioni anagrafiche, ma il suo spirito risiedeva stabilmente nel 1994. Per lui, la comunicazione si basava su un principio sacro: soggetto, verbo, complemento oggetto e, se proprio volevi osare, un aggettivo. Poi sono arrivate le emoji.

    Inizialmente, Gustavo le aveva snobbate, considerandole un vezzo per adolescenti incapaci di esprimere le proprie emozioni a parole. Ma quando il mondo intero ha iniziato a comunicare a colpi di faccine gialle, ha dovuto cedere. Se gli avessero letto il prompt giornaliero di WordPress – “Quali sono i tuoi emoji preferiti?” – Gustavo non avrebbe esitato un secondo. Aveva i suoi preferiti, e li usava con l’orgoglio di chi crede di aver padroneggiato una lingua straniera.

    La sacra triade: Melanzane, Pesche e Duro Lavoro

    Le scelte di Gustavo erano dettate dalla pura logica letterale e dalle sue passioni terrene. Il suo emoji preferito in assoluto era la melanzana (🍆). Gustavo, da buon buongustaio, andava pazzo per la parmigiana. Per lui, quel simbolo violaceo era un omaggio alla tradizione culinaria.

    Il suo secondo preferito era la pesca (🍑). Amava la frutta estiva, la freschezza, i mercati rionali. Il terzo era il simbolo delle goccioline d’acqua (💦), che Gustavo usava costantemente per indicare il “sudore della fronte”, l’impegno, la fatica del duro lavoro.

    Gustavo digita fiero il suo amore per la parmigiana.

    L’Apocalisse nella chat “Condominio Felice”

    Il dramma si consumò in un mite martedì di primavera. L’amministratrice di condominio, la severa e formale Dott.ssa Silvana, scrisse sul gruppo WhatsApp “Condominio Felice”:

    “Cari condomini, domani inizieranno i lavori all’impianto idraulico. Ci sarà da faticare e ci saranno disagi. Per farmi perdonare, domenica organizzerò un rinfresco in cortile a base di cibi estivi e verdure di stagione. Vi aspetto.”

    Gustavo lesse il messaggio. Si sentì subito chiamato in causa. Voleva esprimere tutto il suo entusiasmo per la fatica dei lavori idraulici, la sua passione per le verdure e il suo amore per la frutta fresca estiva. Era il momento di sfoderare le sue emoji preferite per sembrare un vicino moderno, brillante e sul pezzo.

    Digitò la sua risposta con foga e premette invio. Il messaggio di Gustavo, visibile a tutti i 48 membri del condominio, recitava: “Fantastico Dott.ssa Silvana! Io ci sono, sono pronto per lei! 💦🍆🍑”

    Il condominio riceve il fatidico messaggio di Gustavo.

    Epilogo: Il fascino indiscreto della punteggiatura

    Il silenzio che calò nel gruppo WhatsApp fu talmente denso che si sarebbe potuto tagliare con un grissino. Nessuno rispose. La signora del terzo piano abbandonò il gruppo senza dare spiegazioni. Il ragazzo del piano terra rispose solo con una serie di teschi (💀), che Gustavo interpretò come un preoccupante allarme per la sicurezza statica dell’edificio.

    Ci vollero tre ore di chiamate chiarificatrici, l’intervento del nipote diciottenne di Gustavo e una teglia di vera parmigiana consegnata alla Dott.ssa Silvana per sventare una denuncia per molestie condominiali.

    Da quel giorno, Gustavo Tentativo ha cancellato la tastiera emoji. Se gli chiedete quali sono i suoi emoji preferiti oggi, vi risponderà che non c’è nulla di più affascinante, sicuro e inequivocabile di un solido, rassicurante e banalissimo punto fermo.

    Geremia Lamentino e la nobile arte di non farsi mai andare bene niente

    Di quali argomenti ami discutere?

    Se esiste un uomo per cui l’anagrafe è stata una condanna profetica, quell’uomo è Geremia Lamentino. Nato sotto il segno del “ma chi me lo ha fatto fare”, Geremia non parla: lui recensisce negativamente l’esistenza. Se gli chiedi “Di quali argomenti ami discutere?”, lui non ti risponde con una lista, ma con un sospiro che sposta le tende del Rione Sanità.

    Un destino scritto all’anagrafe

    Il suo cognome non è un caso, è una diagnosi. Dopo quarant’anni passati in una fabbrica di panettoni e pandori nella nebbia della Pianura Padana, Geremia è tornato nella sua Napoli con i polmoni pieni di zucchero a velo e l’anima carica di rancore verso il lievito madre. “Quarant’anni a guardare l’uvetta che cade, guagliò, mi è venuto il diabete pure ai pensieri!”, ama ripetere ai passanti mentre controlla l’ora sul suo orologio vintage, ovviamente lamentandosi che “corre troppo”.

    Geremia analizza le accise con la precisione di un chirurgo e la rabbia di un tifoso allo stadio.

    Il bollettino di guerra delle 08:30

    Geremia ha una tabella di marcia rigorosa. Alle otto e mezza è già al bar, non per bere il caffè (che puntualmente definisce “un’acqua di pozzanghera”), ma per iniziare la rassegna stampa del dolore. Il suo argomento preferito? Il gasolio a €2.14. Anche se Geremia non possiede un’auto dal 1994 e si muove solo a piedi o con la minaccia di un ombrello, il prezzo del carburante è la sua personale crociata.

    “Ma vi rendete conto? Due euro e quattordici! Ma che ci mettono dentro, lo champagne? Le lacrime di San Gennaro? Con quello che costa un litro di diesel, ai miei tempi ci compravi una palazzina a Pozzuoli e ti avanzavano i soldi per le sfogliatelle!”

    Poi passa alle tasse. Per Geremia, il fisco è un’entità mitologica malvagia, simile all’Idra di Lerna, ma con più moduli F24. Le sue critiche sono articolate, acute, quasi poetiche nella loro ferocia. Ama discutere della decadenza dei costumi, del fatto che i panettoni moderni non hanno più “l’alveolatura di una volta” e che i giovani oggi usano troppi anglicismi invece di un sano e liberatorio “chi t’ha muorto”.

    Perché il lamento è un atto d’amore

    Ma non fatevi ingannare. Se chiedete a Geremia perché sia così critico, i suoi occhi piccoli e vispi brillano. In fondo, Geremia ama discutere di tutto ciò che non va perché è il suo modo di stare al mondo. Lamentarsi è la sua ginnastica mentale, il suo modo di dire che gli importa ancora della realtà.

    In un mondo di persone che fingono che vada tutto bene su Instagram, Geremia Lamentino è l’eroe di cui abbiamo bisogno: quello che ci ricorda che, finché avremo il fiato per lamentarci del prezzo della benzina o di un panettone troppo asciutto, saremo ancora vivi. E, soprattutto, avremo sempre qualcosa di cui parlare al bar della Sanità.

    25 Aprile

    Il crollo di un’illusione: l’ultimo volo di Francesco Saverio


    “Quel traditore di Badoglio ha sputato in faccia a Mussolini e Hitler.” Questo pensava il gerarca fascista Francesco Saverio in quel maledetto 8 settembre 1943. Francesco era stato un eroe nella prima guerra mondiale contro gli austriaci. Fin da ragazzino, quando giocava a nascondino nel quartiere Vomero di Napoli e poi durante il sabato fascista, sognava di diventare un grande della storia.

    Voleva essere potente come Alessandro Magno e conquistare il mondo intero. Per lui, Benito Mussolini era il nuovo condottiero macedone, pronto a costruire un grande impero sotto il simbolo dell’aquila imperiale. Questa fedeltà scorreva nel suo sangue: se il nonno era stato un fervente sostenitore dei Borbone, suo padre Attilio era, come lui, un fascista convinto. D’altronde, Francesco ne era certo: l’uomo è un predatore, non una tenera e innocua pecorella di un gregge vasto.

    Coerente con i suoi ideali, si unì alla Repubblica di Salò nata nel Nord Italia e combatté aspramente contro i partigiani. “Dei veri topi di fogna!” esclamava con rabbia ogni volta che un ponte veniva fatto saltare, bloccando i mezzi militari nazifascisti. Per lui, che aveva studiato il latino e la storia romana al liceo classico Antonio Genovesi di Napoli, quei “comunisti rossi” nascosti tra le montagne erano solo banditi che colpivano a tradimento. Il superbo camerata provava un disgusto profondo per il popolino e un odio viscerale per i traditori badogliani.

    Francesco combatté fino all’ultimo per il suo Duce. Tuttavia, il 25 aprile, dopo la fuga di Mussolini, si trovò davanti a un bivio. La prima opzione era quella scelta dalla maggior parte dei fascisti: cambiare casacca e indossare il vestito “puro” del partigiano. Ma per un uomo che celebrava con orgoglio il 21 aprile — il Natale di Roma e la rinascita imperiale — quella finzione era inaccettabile.

    Scelse la strada più difficile, la seconda. Si lanciò dal Monte Antola nel vuoto, morendo sfracellato il 28 aprile 1945. Fu lo stesso giorno in cui l’amato Duce morì fucilato, ponendo fine al sogno di quell’impero che Francesco aveva rincorso fin da bambino.

    L’Ultimo Grande Rischio di Gustavo Tentativo: La Torre Pendente di Panna Montata

    Qual è stata l’ultima volta che hai assunto un rischio? Com’è andata?

    Ogni rischio, anche il più piccolo, per Gustavo era una questione di vita o di morte.

    Un Uomo, Un Destino, Una Zona di Comfort

    Se il Nomen è davvero un Omen, i genitori di Gustavo Tentativo gli avevano rovinato la vita all’anagrafe. Gustavo non faceva mai nulla di definitivo. Lui non “cucinava”, tentava di preparare una cena. Non “andava in vacanza”, tentava di rilassarsi (fallendo miseramente a causa dell’ansia da smarrimento bagagli).

    La sua intera esistenza era un inno alla zona di comfort. L’ultimo vero rischio che aveva assunto risaliva al 2018, quando aveva deciso di bere un caffè macchiato freddo invece che caldo. Ne aveva parlato per tre settimane, lamentando lievi squilibri intestinali del tutto immaginari.

    Ma poi arrivò l’Invito. La figlia del Direttore Generale dell’azienda in cui Gustavo lavorava si sposava. E Gustavo, in un momento di totale obnubilamento della ragione causato forse dai fumi della stampante laser in ufficio, decise che non avrebbe comprato un noioso set di asciugamani dalla lista nozze. No.

    Avrebbe fatto di più. Avrebbe assunto un Rischio con la R maiuscola.

    L’Ideazione del Disastro Infornato

    “Le preparerò la torta nuziale!” annunciò al suo gatto, Aristotele, che lo guardò con un’espressione che mischiava pietà e rassegnazione.

    Gustavo non aveva mai preparato nulla di più complesso di un toast al formaggio. Ma YouTube era pieno di tutorial. Quanto poteva essere difficile? Bastava seguire le istruzioni, no? Farina, uova, burro, zucchero e un pizzico di follia.

    Gustavo scopre a sue spese che “un pizzico di lievito” non significa “l’intera bustina industriale”.

    La Sfida contro le Leggi della Fisica

    Il venerdì sera precedente al matrimonio, la cucina di Gustavo si trasformò in un laboratorio segreto degno del Progetto Manhattan.

    Il piano era ambizioso: una torta a tre piani, farcita alla crema chantilly e decorata con delicate rose di glassa. La realtà fu leggermente diversa. Il primo piano uscì dal forno con la consistenza del granito. Il secondo piano collassò al centro, formando un cratere perfetto per ospitare un piccolo ecosistema. Il terzo piano, semplicemente, prese fuoco.

    Ma Gustavo non si arrese. Ricorse all’arma segreta di ogni pasticcere disperato: la glassa. Chili e chili di glassa al burro spalmata a spatolate vigorose per coprire magagne strutturali che avrebbero fatto piangere un ingegnere civile. Alla fine, la torta si ergeva sul tavolo. Era asimmetrica, grumosa, e pendeva verso sinistra con un angolo di 15 gradi.

    Il Trasporto: Un Thriller Psicologico

    Il vero rischio, tuttavia, non fu la preparazione, ma il trasporto.

    Ogni dosso artificiale era una roulette russa per il capolavoro pendente di Gustavo.

    Guidare per venti chilometri con un grattacielo di zuccheri instabile sul sedile del passeggero trasformò Gustavo in un fascio di nervi. Ogni semaforo rosso era una frenata calcolata al millimetro. Ogni curva era affrontata a una velocità di 3 km/h, scatenando le ire dei clacson di mezza città.

    Com’è andata? La Gravità Non Perdona

    Arrivato alla villa del ricevimento, Gustavo scese dall’auto. Afferrò il vassoio. Fece un respiro profondo. Sentiva di avercela fatta. Il rischio aveva pagato! Si sentiva un uomo nuovo, un eroe moderno, un Indiana Jones dei carboidrati.

    E poi, successe.

    Mentre varcava la soglia del salone principale, la suola della sua scarpa destra decise di fare amicizia con una pozzanghera di spumante caduto a terra.

    Il tempo rallentò. Gustavo vide la sua creazione staccarsi dal vassoio e decollare con una grazia che non le apparteneva. La torta descrisse un arco perfetto nell’aria, superò il tavolo dei regali e andò a schiantarsi, con un tonfo sordo e umido, esattamente contro la scultura di ghiaccio a forma di cigno posizionata al centro della sala.

    Gelo totale. Il silenzio calò sui trecento invitati.

    Gustavo chiuse gli occhi, aspettando il licenziamento, la lettera degli avvocati, l’esilio.

    Ma poi, il Direttore Generale scoppiò a ridere. Una risata grassa, tonante. “Un’installazione di arte moderna! La decostruzione del matrimonio borghese! Geniale, Tentativo, geniale! E ha un profumo delizioso!”

    La sposa, complice forse qualche bicchiere di troppo, si avvicinò alla poltiglia di glassa e ghiaccio, ci infilò un dito e lo assaggiò. “Mmm, sa di burro e… disperazione. Mi piace!”

    Com’è andata l’ultima volta che Gustavo ha assunto un rischio? Bene, sorprendentemente bene. Non è stato licenziato e ha persino ricevuto un applauso. Ma, da quel giorno, è tornato felicemente nella sua zona di comfort. E se qualcuno nomina la parola “forno”, Gustavo ha un piccolo, incontrollabile tic all’occhio sinistro.

    L’Audacia Mancata: La Storia di Massimiliano Paura

    Descrivi un rischio che hai corso di cui non ti penti.

    Massimiliano Paura, alla sola parola “rischio”, corre a nascondersi sotto il letto come un gattino spaventato la notte di Capodanno, quando esplodono le batterie di fuochi d’artificio.

    Un’infanzia all’ombra del timore

    Sin da bambino, Massimiliano evitava i giochi pericolosi. Sua madre Cristina lo proteggeva dai bulli, ma non sempre era possibile. In terza elementare, tre ragazzi di quinta lo accerchiarono per dargli una lezione: Max aveva spifferato alla maestra che avevano rubato i soldi a Iero, un compagno senegalese.

    I bulli non sopportavano gli “spioni” e lo colpirono duramente nel cortile della scuola Giovanni Verga. Tornò a casa con un occhio nero e il grembiule blu strappato. Da quel momento, Massimiliano iniziò ad aver timore di tutto.

    L’amore segreto tra i banchi di scuola

    Durante l’adolescenza la timidezza divenne un muro invalicabile, specialmente con Emanuela. Lei era la prima della classe: una brunetta tutta lentiggini, occhi color nocciola e magliette che risaltavano la sua figura. Per Massimiliano lei era l’unico grande amore, ma la guardava solo da lontano.

    Emanuela era una vera playgirl, una ragazza che usava gli uomini come fazzoletti usa e getta e disprezzava i ragazzi imbranati. Per cinque anni di liceo scientifico, Massimiliano ha cercato il momento giusto per dichiararsi, ma la paura del rifiuto lo ha bloccato. Lei non ha mai saputo nulla di quei sentimenti teneri.

    La lezione della Dea Bendata

    Correre un rischio è spesso l’unica via per incontrare la fortuna. Gli audaci vengono premiati, eppure Massimiliano è rimasto immobile, paralizzato dal giudizio altrui. Per vivere con pienezza bisogna avere il coraggio di camminare verso l’ignoto, anche se è buio e spaventoso.

    “Chi non risica non rosica”.

    Massimiliano ha paura, io ho fifa a metà… e tu, amico mio lettore, hai il coraggio di rischiare?

    L’Eroica Immobilità di Gustavo Tentativo: Cronaca di una Tragedia in Scatola

    Scrivi di un momento in cui non hai agito ma vorresti averlo fatto. Cosa avresti fatto diversamente?

    Il Contesto: Una Calma Apparente nel Reparto Scatolette

    La vita di Gustavo Tentativo è sempre stata un monumento al condizionale. “Avrei dovuto”, “sarei potuto andare”, “se solo avessi parlato”. Ma c’è un episodio, scolpito negli annali del supermercato Discount La Spesa Felice, che perseguita le sue notti con il suono metallico di decine di barattoli che rotolano sul linoleum.

    Era un martedì pomeriggio qualunque. Gustavo si trovava nella famigerata Corsia 4: Legumi, Sughi e Sottaceti. Il suo carrello conteneva una triste confezione di fette biscottate e un senso di vaga inadeguatezza. Di fronte a lui si ergeva un capolavoro di ingegneria precaria: una piramide promozionale di Fagioli Borlotti “Il Gran Peto”, alta tre metri e costruita con l’arroganza di chi sfida le leggi della fisica.

    L’Avvicinamento del Ciclone col Ciuccio

    Ed è qui che entrò in scena l’Antagonista. Un bambino di circa due anni, sfuggito al controllo di una madre distratta dal banco frigo. Il piccolo camminava con quel tipico passo dondolante da ubriaco dei neonati, puntando dritto verso la base della piramide di fagioli. Negli occhi aveva la luce della pura anarchia.

    Il Calcolo delle Probabilità (Ovvero: Perché non ho fatto nulla)

    In quel frammento di secondo dilatato, Gustavo Tentativo ebbe la lucidità per agire, ma il suo cervello decise invece di convocare una tavola rotonda.

    • Opzione A: Lanciarsi in avanti, afferrare il bambino e salvarlo. Controindicazioni: La madre avrebbe potuto scambiarlo per un rapitore; un movimento brusco gli avrebbe sicuramente infiammato la sciatica.
    • Opzione B: Urlare “Fermo!”. Controindicazioni: Avrebbe attirato l’attenzione di tutto il supermercato su di sé, costringendolo a interazioni sociali non pianificate.
    • Opzione C: Sostituirsi al barattolo portante in stile Indiana Jones. Controindicazioni: Eccesso di sudorazione e probabile morte per schiacciamento da legumi.

    Mentre Gustavo ponderava i pro e i contro con la velocità di connessione di un modem 56k del 1998, il ditino paffuto del bambino toccò l’unico barattolo che non doveva essere toccato. La chiave di volta.

    Il Crollo dell’Impero Borlotto

    Fu un evento maestoso. Non produsse un botto secco, ma un rombo continuo, simile a una valanga sulle Alpi, ma al sapore di pomodoro e conservanti. Trecento barattoli di latta precipitarono a cascata. Il bambino, miracolosamente, si era già spostato di mezzo metro per inseguire una mosca rimanendo illeso, ma deliziato dal rumore.

    Gustavo rimase esattamente dov’era: a tre passi di distanza, con una fetta biscottata in mano e la bocca aperta a forma di “O”. Venne investito da un’onda anomala di barattoli che gli seppellì i mocassini di camoscio finto.

    Quando la polvere si diradò, la direttrice del supermercato corse sul posto, guardò il disastro, poi guardò Gustavo (l’unico adulto nel raggio di dieci metri, fermo immobile con un’espressione colpevole) e sospirò: “Di nuovo lei, signor Tentativo?”.

    Il Senno di Poi: La Versione di Hollywood

    Cosa avrebbe fatto diversamente Gustavo, se avesse potuto riavvolgere il nastro? Tutto.

    Nella sua mente, ora, la scena si svolge in slow motion, con la colonna sonora di Momenti di Gloria. Gustavo scatta in avanti. Con una capriola carpiata scivola sul linoleum appena lucidato. Afferra il bambino con il braccio sinistro, mentre con il destro, sfruttando le leggi della geometria non euclidea, riposiziona il barattolo portante un attimo prima del collasso.

    La piramide si stabilizza. La folla esplode in un applauso scrosciante. La madre del bambino lo ringrazia in lacrime, mentre la direttrice del supermercato gli consegna una tessera sconti VIP a vita. Invece, l’unica cosa che Gustavo ottenne quel giorno fu un cerotto per il mignolo del piede e il divieto assoluto di avvicinarsi alla Corsia 4 senza la supervisione di un adulto.

    Da quel giorno, Gustavo Tentativo ha imparato una grande lezione: l’immobilità può salvarti dalla brutta figura di un’azione sbagliata, ma ti lascerà sempre con un conto altissimo da pagare in fagioli e dignità.

    L’uovo di Pasqua avvelenato: riflessioni su cosa mi fa saltare i nervi

    Cosa ti innervosisce?

    L’APPARENZA INGANNA: QUANDO IL MONDO È UN UOVO TOSSICO

    L’arroganza del potere e dei falsi profeti

    Cosa mi innervosisce? Il potere arrogante che pretende rispetto ma tratta i suoi subalterni come schiavetti subnormali di grado inferiore. I capi mediocri affollano il settore pubblico. Non sopporto Trump, Putin e una classe politica che fa sempre i propri interessi opprimendo i popoli. Detesto con cordialità i superbi che hanno la certezza di avere la verità in tasca. Sono arcistufo dei detentori della verità che non mettono mai in dubbio le loro credenze. Più passano i giorni e più gli uomini mettono a dura prova la mia pazienza. I miei nervi, sempre più tesi, sono come un elastico tirato al massimo pronto a spezzarsi.

    I SUPERBI CON LA VERITÀ IN TASCA

    L’empatia negata e l’amore per gli animali

    Mi innervosisce chi maltratta i cani, i gatti e gli animali in generale. Le bestie soffrono, piangono e hanno bisogno di cure e amore esattamente come gli animali evoluti chiamati Uomini.

    L’UNICA CURA CONTRO LA QUIETA DISPERAZIONE

    L’ignavia e le apparenze di un mondo storto

    Mi fa rabbia questo mondo, che è tutto apparenza: è come un grosso uovo di Pasqua con una confezione colorata e sgargiante che al suo interno è colmo di diossina, cianuro e arsenico. Non sopporto chi vive un’esperienza di quieta disperazione, chi cerca solo una vita tranquilla. È comodo essere un ignavo che vive un’esistenza apatica e indifferente, che non prende mai posizione di fronte all’ingiustizia di un mondo sempre più storto e rovescio, proprio come una moneta da 2 euro ammaccata e arrugginita. Oggi mi sento come il mio amico Geremia Lamentino. Questo prompt è capitato in un giorno in cui sono molto nervoso, sarà che la mia misantropia cronica si aggrava ogni giorno di più!

    La Sinfonia del Nervosismo: Le Disavventure Quotidiane di Gustavo Tentativo

    Cosa ti innervosisce?

    Gustavo Tentativo alla vana ricerca del Nirvana quotidiano.

    Gustavo Tentativo non si considerava un uomo irascibile. Amava definirsi, piuttosto, un “fine analista del declino del buon senso umano”. Tuttavia, quando quella mattina aprì il suo blog su WordPress e lesse il prompt giornaliero – Cosa ti innervosisce? – una risata amara, simile al verso di un gabbiano a cui hanno rubato le patatine fritte, gli sfuggì dalle labbra.

    “Cosa non mi innervosisce?”, sussurrò al suo gatto, che per tutta risposta sbadigliò e gli girò le spalle. Gustavo decise che era il momento di mettere nero su bianco la sua personale e tragicomica odissea quotidiana.

    Il Mattino ha l’Oro in Bocca (e il Latte sui Pantaloni)

    La giornata di Gustavo iniziava sempre con un rito che aveva il 90% di probabilità di finire in tragedia: l’apertura della confezione del latte. C’è una precisa categoria di ingegneri del packaging che, secondo Gustavo, studia per anni con l’unico scopo di progettare linguette di plastica impossibili da tirare.

    Quel mattino, la linguetta si era spezzata a metà. Gustavo aveva dovuto usare un coltello, trasformando il tetrapak in un geyser di latte parzialmente scremato che aveva centrato in pieno i suoi pantaloni del pigiama preferiti.

    La gravità e la fluidodinamica complottano sempre contro l’uomo assonnato.

    “Mi innervosiscono le confezioni ergonomiche che richiedono la forza di un fabbro ferraio”, digitò furiosamente sulla tastiera. Ma quello era solo l’inizio.

    Il Nemico Pubblico Numero Uno: Il Pedone Immobile

    Uscito di casa, Gustavo dovette affrontare il vero campo minato della società moderna: il marciapiede. Gustavo camminava con un passo deciso, da uomo che ha uno scopo (o che è semplicemente in ritardo). E proprio lì incontrava la sua nemesi assoluta.

    Il Pedone Immobile.

    Si tratta di quella specifica tipologia di essere umano che, mentre cammina a passo spedito in una via affollata, decide improvvisamente di fermarsi di scatto. Non accosta. Non guarda indietro. Si pianta letteralmente in mezzo alla strada come una statua di sale, solitamente per leggere un messaggio sul telefono o per guardare una vetrina di scarpe ortopediche.

    Quella mattina, Gustavo aveva quasi tamponato una signora che aveva inchiodato per fotografare un piccione. “Mi innervosisce chi crede che i marciapiedi siano il soggiorno di casa propria”, borbottò, facendo uno slalom degno di uno sciatore olimpico.

    La Maledizione della Chiavetta USB

    Arrivato in ufficio, Gustavo si trovò di fronte al paradosso quantistico più grande del ventunesimo secolo: la porta USB.

    Doveva passare un file a un collega. Prese la sua fedele chiavetta. La inserì nel computer. Non entrava.
    Gustavo la girò. Non entrava nemmeno così.
    La girò di nuovo, nella posizione originale. Click. Entrata perfetta.

    La chiavetta USB: l’unico oggetto nell’universo ad avere tre facce.

    Come era possibile? Quale legge della fisica si applicava a quel pezzo di plastica e metallo? “Mi innervosisce la tecnologia che si prende gioco di me”, scrisse Gustavo nel suo post, ormai in preda a un fervore catartico.

    L’Apocalisse in Formato Audio: Il Messaggio Vocale

    Ma il vero apice della giornata arrivò alle 11:42. Il telefono vibrò. Era un messaggio da parte di sua madre. Gustavo guardò lo schermo e il sangue gli si gelò nelle vene.

    Messaggio vocale: 05:34.

    Cinque minuti e trentaquattro secondi. Una durata che superava la maggior parte delle canzoni dei Beatles. Una durata in cui si potevano cuocere degli spaghetti, leggere un capitolo di un libro o, forse, fondare una piccola repubblica indipendente.

    Gustavo premé play e accostò il telefono all’orecchio. I primi due minuti furono composti esclusivamente da rumori di traffico, colpi di tosse e la madre che chiedeva al panettiere se il filone fosse ben cotto. L’informazione cruciale del messaggio – “ricordati di comprare il pane” – arrivò al minuto quattro e cinquanta.

    “Mi innervosiscono i podcast amatoriali non richiesti spacciati per messaggi urgenti!”, urlò Gustavo (solo nella sua testa, per non farsi licenziare).

    Epilogo: La Rassegnazione di un Eroe Moderno

    La giornata terminò come era iniziata: con una profonda, ironica rassegnazione. Gustavo rilesse il suo post su WordPress. Aveva elencato le confezioni ribelli, i pedoni statue, le USB quantistiche e gli audio-fiume.

    Sorrise. In fondo, quelle piccole irritazioni quotidiane erano l’unica cosa che lo faceva sentire davvero vivo. Cliccò su “Pubblica”.

    Appena il post andò online, il computer si bloccò per un aggiornamento di sistema non rimandabile. Gustavo fece un respiro profondo, accarezzò il gatto e andò a farsi un tè. Rigorosamente sfuso, perché le bustine… be’, quelle lo innervosivano.

    L’Estremo Sport del Relax: Le Cronache di Gustavo Tentativo

    Come ti rilassi dopo una giornata impegnativa?

    Esistono persone che, dopo una giornata in cui l’universo ha chiaramente complottato contro di loro, tornano a casa, si tolgono le scarpe e scivolano con grazia in una bolla di pace zen. Poi c’è Gustavo. Gustavo Tentativo.

    La sua giornata lavorativa era stata un florilegio di disastri: la macchinetta del caffè che gli aveva sputato un liquido marroncino sui pantaloni chiari, il capo che aveva richiesto un report “per ieri”, e un autobus perso per un millisecondo netto sotto una pioggia torrenziale. Ma Gustavo era ottimista. O, per meglio dire, illuso.

    “Oggi”, si disse girando la chiave nella toppa di casa, “mi rilasso. Devo solo seguire i tutorial su YouTube.”

    Fase Uno: Il Nirvana da Salotto

    Il primo step verso la beatitudine, secondo gli esperti del web, era lo yoga. Gustavo srotolò il suo tappetino fiammante, comprato tre anni prima e mai usato. Il tappetino, avendo acquisito una memoria di forma cilindrica pari a quella di un rotolo di pergamena egizia, si richiuse di scatto, intrappolandogli le caviglie.

    Liberatosi dopo una breve ma intensa lotta greco-romana, Gustavo assunse la posizione del “Cane a faccia in giù”. Fu in quel momento che il suo gatto, Aristotele, decise che la testa di Gustavo era il posto perfetto per fare un agguato a una mosca immaginaria.

    Tra i graffi di Aristotele e un crampo fulminante al polpaccio destro, il Nirvana venne rimandato a data da destinarsi.

    Fase Due: L’Oceano Termale (nella Vasca da Bagno)

    Abbandonata la via spirituale, Gustavo optò per l’idroterapia. Un bel bagno caldo, candele e sali da bagno alla lavanda. Versò mezza boccetta di bagnoschiuma nella vasca, aprì l’acqua e andò a cercare un asciugamano pulito.

    Al suo ritorno, il bagno sembrava Ibiza durante uno schiuma party. Le bolle avevano colonizzato il bidet, il lavandino e stavano minacciando la lavatrice. Gustavo, con il coraggio di un capitano di lungo corso, si immerse.

    L’acqua era un mix tra lava vulcanica e brodo primordiale. Nel tentativo di aggiungere acqua fredda, scivolò sulla saponetta, innescando una reazione a catena che fece cadere due candele, per fortuna spente, direttamente nell’acqua. Trenta secondi dopo, uscì dalla vasca tremante, rosso come un’aragosta e profumato come un deodorante per ambienti scaduto.

    Fase Tre: La Tisana del Riposo Eterno

    “Basta”, mormorò, avvolto in un accappatoio che sembrava carta vetrata. “Un libro e una tisana rilassante. Non si può sbagliare.”

    Mise a bollire l’acqua. Scelse la miscela “Sogno di Mezzanotte”, composta, secondo l’etichetta, da passiflora, camomilla e un pizzico di magia. Si sedette sul divano, aprì un romanzo russo di ottocento pagine e portò la tazza alle labbra.

    La temperatura della tisana era approssimativamente quella della superficie solare. Gustavo si ustionò la lingua, la tazza gli scivolò, e il “Sogno di Mezzanotte” si trasformò nell’incubo del divano nuovo, lasciando una macchia che somigliava vagamente al Sud America.

    L’Illuminazione Finale

    Alle 23:45, Gustavo Tentativo smise di provare a rilassarsi. Gettò il libro sul tavolo, lasciò la macchia sul divano al suo destino, prese una fetta di pizza fredda dal frigorifero e accese la tv su un documentario che parlava delle abitudini riproduttive dei trichechi.

    E lì, sdraiato a pancia in su, con la bocca mezza piena di mozzarella gommosa e il suono dei bramiti dei trichechi in sottofondo, accadde il miracolo. Gli occhi gli si chiusero, i muscoli si distesero. Gustavo aveva finalmente scoperto il vero segreto del relax: smettere di sforzarsi di raggiungerlo.


    Fuga dai Social e Vicini Rumorosi: Le Confessioni di un Lupo Solitario

    Come usi i social media?

    Come usi i social media? A marzo dell’anno scorso ho seppellito il mio account Facebook nel cimitero dei social. Poco dopo è stato il turno di TikTok e di X (ex Twitter). Odio con passione queste piattaforme: la mia natura asociale e riservata di lupo grigio e solitario non ama condividere i propri selfie, e ho sempre avuto il buonsenso di non postare le foto del mio bilocale disordinato.

    Quando avevo Facebook, mi limitavo a pubblicare le foto del mio compleanno, ma ormai è un capitolo chiuso.

    Addio al mondo virtuale per ritrovare se stessi.

    L’unico rifugio: YouTube e l’arte della focaccia

    L’unico spazio virtuale che apprezzo davvero è YouTube. Su questa piattaforma impari qualunque cosa; ci sono tutorial su ogni argomento immaginabile. Un giorno, ad esempio, volevo cucinare la focaccia di Recco — quella gustosa pizza bianca strabordante di stracchino, una vera estasi per il palato.

    Grazie a un tutorial ben costruito di un ristorante locale, ho preparato una focaccia veramente buona.

    Imparare l’arte culinaria un video alla volta.

    Tra realtà e fantasia: Geremia Lamentino e il vicino molesto

    Negli ultimi mesi ho anche creato un mio canale personale dove posto video originali: essere un creatore di contenuti è un vero piacere, ma la gioia più grande mi viene donata dal mio blog. Ogni giorno scrivo e mi diverto a mischiare la realtà con la fantasia. Spesso traggo ispirazione proprio da ciò che mi circonda.

    In questo momento, ad esempio, il mio vicino del piano mansarda urla e inveisce contro la compagna. È un vero personaggio, sempre arrabbiato; non l’ho mai visto sorridere. Nei suoi litigi giornalieri l’argomento principale sono i soldi e proprio ora sta urlando: “Sei una sporca mantenuta!”. Questo vicino ha parzialmente ispirato il mio personaggio Geremia Lamentino, un vecchio brontolone catastrofista che vede tutto nero.

    La vera felicità non ha bisogno di notifiche.

    La saggezza dei gatti e il profumo della carta

    Una cosa è certa: un amico sincero vale più di tutti i social messi insieme. Eppure, più passano gli anni e meno mi fido degli uomini. Sarò pure un vecchio misantropo, ma preferisco di gran lunga la compagnia dei gatti e dei libri. Gli amici felini e quelli di carta mi regalano gioia e conforto, come un bicchiere d’acqua fresca in un torrido giorno d’estate.

    Tra Libri e Suole: L’ultima domenica di Amedeo Triste

    Una primavera che tarda a fiorire

    Fuori dalla finestra, la provincia di confine respirava un’aria umida e gelida, un fiato grigio che scendeva dalle montagne svizzere per avvolgere il condominio silenzioso. Era una domenica di aprile, ma la primavera, in quel lembo di terra dimenticato, sembrava una promessa non mantenuta, un fiore reciso ancor prima di sbocciare.

    Amedeo Triste, cinquantatré anni di stanchezza e una carriera da bidello precario di prima fascia che gli pesava sulle spalle come uno zaino pieno di sassi, sedeva sul bordo del divano nel suo stretto bilocale. Lo spazio era un lusso che Amedeo non poteva permettersi. La sua libreria, un tempo tempio della sapienza, era diventata un bizzarro archivio di sopravvivenza: i volumi di filosofia e i romanzi russi erano ora stipati accanto a vecchi scarponi da neve e mocassini consumati.

    «I libri sono importanti e le scarpe no?» si era chiesto quella mattina, osservando una copia di Dostoevskij schiacciata da una suola di gomma. La domanda gli era nata spontanea, come un fiore di campo tra le crepe del cemento. In fondo, entrambi servivano per camminare: i libri nell’anima, le scarpe nel fango della realtà.

    LIBRI PER L’ANIMA, SCARPE PER IL FANGO

    Il silenzio di Oscar e la ferocia del mondo

    Ai suoi piedi, Luna e Windy si rincorrevano con l’energia di chi non conosce il peso dei giorni. Ma lo sguardo di Amedeo era fisso su Oscar. Il vecchio gatto era steso su un raggio di luce pallida, il respiro corto, le membra esauste. Oscar stava morendo, e con lui se ne andava un pezzo di quel silenzio complice che aveva tenuto in piedi le pareti di quella casa per anni.

    Amedeo prese lo smartphone. Sullo schermo apparvero le immagini crude del Corriere Fiorentino. La notizia della morte di Giacomo Bongiorni, ucciso a Massa l’11 aprile, gli colpì lo stomaco come un pugno da boxeur. Lesse la ricostruzione, secondo dopo secondo: il branco, l’ex promessa della boxe, i calci al volto mentre l’uomo era a terra, davanti agli occhi del figlio.

    «Se l’è meritato», diceva uno dei ragazzi.

    Amedeo sentì un mare di malinconia profonda inghiottirlo. Lui, che ogni giorno puliva i corridoi di una scuola dove il “clima tossico” non era fatto solo di polvere ma di sguardi vuoti e arroganti, riconosceva quel male. Vedeva quegli adolescenti che schiacciavano i grandi come formiche, convinti che la forza fosse l’unica moneta valida in un mondo di “fenomeni”.

    Tra l’Uomo Tigre e un bicchiere di Lambrusco

    Gli uomini erano diventati sempre più simili a Donald Trump — aggressivi, tronfi, pronti a calpestare l’altro per un istante di gloria — e sempre più lontani da quell’ideale di compassione che Gesù Cristo aveva provato a insegnare. «È un’assurdità, Oscar», sussurrò Amedeo accarezzando la testa del gatto. «Tutto questo è una situazione schifosa».

    Sentì il bisogno di anestetizzare il dolore. Si alzò a fatica e andò in cucina. Aprì una bottiglia di Lambrusco, il suo vino rosso frizzante, il “litrozzo” necessario per dimenticare la violenza della piazza di Massa. Si preparò un caffè ristretto, alla napoletana, per ritrovare un briciolo di calore. Pensò di cercare su YouTube un episodio dell’Uomo Tigre. Avrebbe voluto vedere Naoto Date combattere contro la malvagia Tana delle Tigri, dove almeno i cattivi avevano un volto e il bene riusciva a restare in piedi.

    LONTANO DAGLI UOMINI, VICINO AI SOGNI

    Il peso del fango e la pace del materasso

    Ma la stanchezza era troppa. Guardò i suoi libri misti alle scarpe. Forse aveva ragione il caos: in un mondo dove la vita umana vale meno di un coccio di vetro, non c’è differenza tra un saggio filosofico e una suola consumata.

    Amedeo si diresse verso il suo migliore amico: il materasso. Si infilò sotto la coperta imbottita, cercando la solitudine calma della sua stanzetta. Mentre Luna e Windy si accovacciavano ai piedi del letto e Oscar emetteva delle deboli fusa, Amedeo chiuse gli occhi, sperando che il sonno lo portasse lontano dal fango, in una giornata perfetta che non somigliasse per nulla a questa realtà.

    L’Arte del Dolce Dormire: Tra Sogni Logorroici, Gatte Ippopotamo e la Cura Tolstoj

    Annota la prima cosa che ti viene in mente.

    Annota la prima cosa che ti viene in mente. “Aprile, dolce dormire”. In questa domenica 19 aprile ho russato per almeno 10 ore, spezzate dalle tappe in bagno. Noi vecchi abbiamo la prostata debole e uriniamo spesso durante la notte. Comunque, dormire è la gioia più cara, da custodire con cura.

    I fantasmi dell’insonnia e il miraggio del riposo

    Mi ricordo le notti insonni dal primo giugno fino a metà luglio 2020. Un dolore atroce, ossessivo, avvolgeva il mio corpo come una camicia di forza stretta e soffocante. Non riuscivo a chiudere occhio. Il dolore aveva invaso ogni angolo del mio essere fisico. La felicità è ronfare quieti in un letto comodo, nel silenzio più assoluto. Certo, se hai una moglie brontolona o un marito che russa come un’orchestra, addio sonno e buon dormire.

    La gioia del dolce dormire… o quasi!

    L’incubo di Elisa: bella, bellissima, ma logorroica!

    Amo il sonno, adoro sognare. A volte faccio certi viaggi onirici a occhi chiusi. Una volta mi trovavo in una villa vicino all’oceano con una ragazza con le lentiggini e i capelli rossi di nome Elisa. Una stangona di un metro e ottanta con un seno prosperoso (minimo quinta taglia) e un corpo scolpito da ore intense in palestra. Elisa era bella ma aveva un difettuccio piccolo ma fastidioso come una mosca che ti stalkerizza, girandoti sempre intorno. Parlava in continuazione fino a notte tarda, impedendoti di dormire.

    Il sogno era bello all’inizio, perché stavo in un posto bellissimo con una ragazza da copertina di moda. Poi, alla fine, Elisa parlava, straparlava ed io, esausto con gli occhi pesanti e cascanti dal sonno, non riuscivo a dormire. Il sogno diventava un incubo ed io mi svegliavo.

    Sogni da copertina… ma troppo rumorosi!

    I veri nemici del sonno e il rimedio letterario

    Mi trovavo nel mio lettino, ai miei piedi russava tranquilla e beata la mia gatta ippopotamo Windy. Il riposo è essenziale nella vita. Gli psichiatri illustri e sconosciuti esaltano il valore del dormire. Un problema attuale è il riposare troppo poco. Lo smartphone è un nemico del sonno. Questo oggetto luminoso, pieno di notifiche rumorose dei vari social media, è un vero killer del buon riposo e dell’andare a letto a un orario decente. Netflix con tutte le sue serie TV è un altro nemico del buon dormire.

    La soluzione è spegnere smartphone e TV e leggere un buon libro. Meglio un mattone come Guerra e Pace, o Proust, o l’Ulisse di Joyce. Con questi libri pesanti e tediosi, perfetti come sonniferi, dormirete beati e tranquilli come la mia gatta Windy.

    La cura Tolstoj: il sonnifero perfetto contro la modernità.

    Terapia del riposo

    In questa modernità insonne, la prima cosa a cui pensare è il riposo. Siamo tutti stanchi e stressati perché dormiamo veramente poco. La felicità è dormire le otto ore canoniche prescritte dalla scienza medica ufficiale. Mi è venuto sonno, scrivere questa risposta al prompt giornaliero di WordPress è stato faticoso. Vi lascio, ho un appuntamento col mio letto per una seconda terapia di riposo dolce, pigro e profondo.

    Vi auguro buona domenica e buon sonno. “Felici i sonnolenti, perché presto dormiranno!”

    L’Eterna Indecisione di Ernesto Titubante

    Episodio 2: La Sindrome del Foglio Bianco

    L’Eterna Indecisione

    Il rito dell’Olivetti e il panino ispiratore

    Presa la grande decisione di diventare il nuovo Jack London partenopeo, Ernesto capì che gli servivano gli strumenti del mestiere. Con i pochi risparmi rimasti dalla sfortunata trasferta genovese, andò al mercato delle pulci di Resina e acquistò una vecchia macchina da scrivere Olivetti Lettera 22. Pesava come un macigno, ma per Ernesto aveva l’odore del successo. Sistemò la macchina sulla scrivania della sua cameretta a Cicciano, proprio di fronte al letto, così da poterla ammirare comodamente senza doversi alzare.

    Ovviamente, la scrittura richiedeva energie. Prima di ogni sessione creativa, Ernesto preparava il suo “carburante letterario”: mezzo filone di pane cafone imbottito con mortadella tagliata spessa e provolone del monaco. Con le dita ancora unte, infilò il primo foglio bianco nel rullo. Scrisse con un solo dito: “Capitolo Uno”. Poi, il vuoto cosmico.

    L’alibi perfetto

    Il dilemma del genere letterario

    La prigione dell’indecisione, che lui credeva di aver distrutto, era tornata sotto forma di sindrome da pagina bianca. Di cosa doveva scrivere? Un’avventura nei mari del Nord come il suo idolo Jack London? Ma lui, l’acqua salata, l’aveva vista a malapena a Castellammare di Stabia. Un romanzo d’amore per vendicarsi del rifiuto di Annalisa ai tempi del liceo? Oppure un thriller ambientato tra i binari della Circumvesuviana?

    Ernesto passò le successive tre settimane a fissare il foglio, mangiando panini e dormendo fino a mezzogiorno per “cercare l’ispirazione nei sogni”. La pigrizia, vecchia amica fedele, gli sussurrava che i grandi geni hanno bisogno di tempi di gestazione lunghissimi.

    La musa della biblioteca

    Capendo che la sua cameretta non offriva grandi spunti (e con la scorta di mortadella ormai agli sgoccioli), decise di avventurarsi nella biblioteca comunale di Cicciano. Fu lì che incrociò il destino sotto forma di Beatrice: una bibliotecaria precaria, laureanda in Lettere, con occhiali spessi e un perenne cipiglio critico. Non aveva le minigonne vertiginose delle compagne del liceo scientifico, ma aveva letto tutto Dostoevskij.

    Ernesto, per fare colpo e darsi un tono, iniziò a chiederle in prestito tomi pesantissimi che poi usava a casa come poggia-panini. Ma Beatrice aveva occhio per i fannulloni. Un pomeriggio lo mise all’angolo: «Titubante, mi chiedi libri di Hemingway e Faulkner, ma la tua tessera non ha un solo timbro di restituzione nei tempi previsti. Tu non leggi, tu accumuli. Non avevi detto che stavi scrivendo un capolavoro?»

    Il coraggio di sbagliare

    Una scelta di coraggio (e di sintassi)

    Punto nell’orgoglio, Ernesto decise di dimostrarle il contrario. Quella notte non dormì. Non ci furono scacchiere volanti come a Genova, né brutti voti in matematica. C’era solo lui, la Lettera 22 e un silenzio assordante. Scrisse un racconto breve: la storia di un giovane uomo che muore di fame in una salumeria perché non sa decidere tra il prosciutto crudo e la coppa piacentina. Era una metafora goffa, cruda, ma profondamente sincera della sua stessa esistenza.

    Il giorno dopo, con le mani tremanti, consegnò i tre fogli dattiloscritti a Beatrice. La ragazza lesse in silenzio, aggiustandosi gli occhiali sul naso. Quando finì, lo guardò con severità. «La punteggiatura è un disastro, Ernesto. I congiuntivi sono da arresto immediato», sentenziò lei. Il cuore di Ernesto sprofondò. Stava già pensando di ritirarsi, di fuggire di nuovo, magari a Milano questa volta.

    «Però», aggiunse Beatrice con un mezzo sorriso, «c’è del potenziale. Fa ridere ed è vero. Se impari la grammatica, forse non diventerai Jack London, ma potresti diventare Ernesto Titubante».

    Per la prima volta in vita sua, di fronte a un “tre sonoro” e a una critica, Ernesto non scappò. Si sedette al tavolo della biblioteca, prese una penna rossa e chiese: «Da dove cominciamo a correggere?» L’eterna indecisione aveva finalmente lasciato spazio a una piccola, tenace certezza.

    L’Incontro Fortuito di Gustavo Tentativo con il Guru dei Pomodori

    Descrivi un incontro casuale con uno sconosciuto che ti ha impressionato positivamente.

    La vera illuminazione si trova tra le offerte del 3×2.

    Gustavo Tentativo era un uomo che viveva, come suggeriva il suo cognome, provandoci. Ci provava con la dieta (fallendo il martedì mattina alle 10:00 davanti a un cornetto alla crema), ci provava con l’amore (collezionando appuntamenti in cui parlava per ore del suo gatto immaginario per rompere il ghiaccio), e ci provava con la spesa consapevole.

    Un Uomo, Un Carrello, Un Destino Incerto

    Quel giovedì sera, Gustavo si trovava nel reparto ortofrutta del supermercato “Il Risparmio Felice”. Il suo obiettivo era semplice: comprare una zucchina solitaria per fingere di prepararsi una cena salutare, prima di cedere inesorabilmente ai sofficini surgelati. Il suo carrello, come sempre, aveva la ruota anteriore destra bloccata, costringendolo a procedere con un’andatura simile a quella di un granchio ubriaco.

    Mentre fissava con rassegnazione una cassetta di melanzane dall’aspetto depresso, avvenne l’incontro.

    L’Oracolo del Reparto Ortofrutta

    Accanto a lui si materializzò un uomo. Non era un normale avventore da giovedì sera. Indossava un completo di lino impeccabile, un papillon a pois e un paio di occhiali da sole rotondi, nonostante l’illuminazione al neon del supermercato fosse tutto fuorché accecante.

    L’analisi forense della verdura richiede stile e dedizione.

    L’uomo prese in mano un pomodoro cuore di bue. Lo soppesò, lo annusò chiudendo gli occhi e poi, con la voce profonda di un attore di teatro classico, si rivolse a Gustavo.

    “Sa, giovanotto,” disse l’estraneo, senza nemmeno guardarlo, “le persone scelgono i pomodori come scelgono le relazioni. Cercano quello più rosso, più liscio, quello che fa bella figura nella fruttiera. Ma si dimenticano di toccare il fondo. È lì che si capisce se marcirà domani o se ti regalerà un sugo indimenticabile.”

    Gustavo sbatté le palpebre. Guardò la sua zucchina triste. “Io… io volevo solo farla bollita.”

    L’uomo rise, una risata tonante e genuina che fece voltare la signora del banco formaggi. “Bollita! La morte della passione! Ascolti me, amico mio. La vita non va bollita. Va saltata in padella a fuoco vivo, con una generosa dose di aglio e sprezzo del pericolo!”

    La Caduta degli Agrumi e la Rinascita

    Gustavo era affascinato. Quell’uomo, un totale sconosciuto, stava parlando di verdure o della sua esistenza piatta? Probabilmente entrambe. In un impeto di improvviso entusiasmo, Gustavo decise di applicare subito la filosofia del “fuoco vivo”. Basta con le zucchine depresse! Prenderò le arance!

    Il crollo delle certezze (e del reparto agrumi).

    In un istante, centocinquanta arance ruzzolarono sul pavimento, rimbalzando come palline da flipper impazzite. Ma lo sconosciuto non scappò. Si piegò sulle ginocchia, raccolse due arance e iniziò a fare il giocoliere.

    “Vede, Gustavo,” disse l’uomo, “quando la vita le fa crollare addosso i suoi progetti, lei ha due scelte: farsi schiacciare, o imparare a giocolare.” Poi, con un sorriso smagliante, gli lanciò un’arancia, gli fece l’occhiolino e si allontanò verso il reparto surgelati.

    Un Nuovo Tentativo

    Gustavo rimase lì, in mezzo al caos agrumato. Aiutò il commesso a rimettere a posto i frutti, ma per la prima volta da mesi, non si sentiva un fallito. Si sentiva, in modo assurdo, vivo.

    IMPARARE A GIOCOLARE CON IL CAOS: LA LEZIONE DI VITA DI GUSTAVO TENTATIVO

    Il significato profondo: accettare l’imprevisto con un sorriso.

    Quella sera non bollì la zucchina. Si preparò un piatto di pasta aglio, olio e peperoncino. Bruciò leggermente l’aglio e la pasta era scotta, ma mentre mangiava, sorrideva. L’incontro gli aveva insegnato che non importa quanti tentativi falliti collezioni, c’è sempre spazio per un po’ di sana improvvisazione.

    L’Eterna Indecisione di Ernesto Titubante

    Descrivi una decisione che hai preso in passato che ti ha aiutato a imparare qualcosa o a crescere.

    Ernesto Titubante è un campione puro dell’indecisione. Il dubbio è la sua fede convinta. Dopo la scuola media, fu chiamato all’ardua scelta di frequentare la scuola superiore più adatta a lui. Ernesto, che amava mangiare grossi panini al salame piccante e provolone, da vero peccatore di gola voleva fare il cuoco. La scuola alberghiera, però, era a Ottaviano, in provincia di Napoli.

    Il bivio della terza media

    Ernesto avrebbe dovuto prendere tre autobus per arrivarci. Un dubbio paralizzante, come una catena, lo rinchiuse nella prigione dell’indecisione. “Tre pullman, oh, a che ora mi sveglierò per andare a scuola?” rifletteva. Alla fine, scelse l’istituto tecnico industriale. Ripiegò su questa scuola perché Aniello Mucca, suo caro amico delle medie, andava all’ITIS di Pomigliano d’Arco.

    I dubbi di Ernesto: tre bus o la libertà?

    I disastri scolastici: dall’ITIS al Liceo

    Ernesto Titubante frequentò un solo mese di scuola, dove l’unica gioia era il panino con la mortadella del baretto; per il resto, fu un disastro. Una classe tutta maschile, piena di compagni cattivi e maneschi. Ragazze zero, neanche una minigonna in tutto l’istituto. Quando Ernesto si fece interrogare in fisica sulle leve, prese un “tre” sonoro dal professor Mario Precisi.

    Dopo il fiasco dell’interrogazione, capì di aver scelto la scuola sbagliata. Bastava solo un treno della Circumvesuviana per raggiungerla, ma si rivelò una scelta suicida. Si ritirò a ottobre, perdendo l’anno. L’anno dopo ripiegò sul liceo scientifico nel suo paese, Cicciano. Una camminata di dieci minuti ed era già al banco.

    Il liceo era pieno di ragazzine con minigonne e orecchini, ed Ernesto s’innamorò perdutamente di Annalisa, la prima della classe 1^C. Il problema era che Ernesto non studiava. La matematica era il suo tormento: le equazioni e i teoremi lo mandavano al manicomio. Ernesto odiava la matematica, una certezza assoluta, quasi quanto la stupidità di Donald Trump. Il latino, poi, era una vera rottura. Alla fine fu bocciato, totalizzando un 4 in tutte le materie.

    La fuga a Genova e il ritorno

    L’anno successivo s’iscrisse alla scuola privata “Nuova Europa”. Fece quattro anni in uno, ma proprio l’anno della maturità lasciò tutto per andare a lavorare a Genova. Andò dal padre Fabio a Sampierdarena, ma nel 1981 il lavoro scarseggiava. Ernesto litigava spesso con il padre, soprattutto a causa degli scacchi.

    Un giorno Fabio buttò con violenza la scacchiera a terra urlando: “Ernesto, sei venuto da Napoli a rompermi il c…!”. Dopo questa manifestazione d’affetto, l’eterno indeciso scelse di ritornare a Cicciano a meditare sul suo futuro ignoto. La pigrizia continuava a influenzare le sue giornate, facendolo russare fino alle 11 di mattina.

    Una vera decisione

    L’unica vera e saggia decisione di Ernesto Titubante fu quella di riscoprire il piacere della lettura. Incominciò a leggere i romanzi di Jack London. Il suo cuore, per la prima volta, gli fece prendere una vera, grande decisione: leggere tanto e, un giorno, diventare un grande scrittore come Martin Eden.

    La vera passione: la scoperta della letteratura.

    Una passione forte è molte volte la migliore consigliera. Va’ dove ti porta il cuore è in molti casi la strada migliore per decidere come vivere la propria brevissima esistenza.

    Il Vangelo di Gennaro: Miracoli, Pistole e Banconote Gialle

    Tra il Duomo e la strada, l’ascesa criminale di un ladruncolo che voleva moltiplicare i soldi come Gesù moltiplicava i pani.

    Gennaro Crocifisso, prima di ogni borseggio, da buon cristiano si fa il segno della croce. A Forcella, fin da bambino, Gennaro impara le lezioni della strada, saltando la scuola elementare obbligatoria. È veloce a strappare la borsa a tracolla delle signore bene di Posillipo. Gennaro è un ladruncolo laureato alle scuole alte del crimine. La sua fede in Gesù Cristo Redentore nasce grazie a Nonna Assunta, devota serva di Maria. Donna pia che recita il rosario ogni pomeriggio alle 16:00 nella chiesa del Redentore.

    Gennaro è sempre stato affascinato dalle magie di Gesù. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è la storia che più è rimasta impressa nella mente del borseggiatore. Gennaro vorrebbe avere il potere taumaturgico del Messia. Come sarebbe bello moltiplicare le banconote gialle da 200€. Gennaro sogna di sostituirsi alla Banca d’Italia: moltiplicherebbe un singolo pezzo di carta gialla in un milione di banconote al giorno. Ma la realtà dura è il cimitero dei sogni, anche dei più vividi e intensi come il solleone di luglio.

    Gennaro ha provato per mesi interi a produrre banconote gialle, ma è bravo solo nelle magie del borseggio e del furto con scasso. Ciro Sartù, boss emergente del Rione Sanità, propone a Gennaro un salto di qualità nella carriera del crimine organizzato. Gennaro dovrebbe diventare capo zona, controllare le piazze di spaccio di Napoli centro. Questa è la grande occasione: da piccolo ladruncolo a uomo d’onore, rispettato e temuto.

    Gesù faceva i miracoli con la fede e l’amore; lui, Gennaro, poteva compiere prodigi con la forza bruta del kalashnikov e la prepotenza del delitto efferato e selvaggio.

    Gli anni passano e Gennaro Crocifisso fa carriera nel clan Sartù. Ora le banconote gialle sono alla rinfusa sulla sua scrivania di manager criminale. Crocifisso è diventato quasi onnipotente come Dio. Ma la fame gialla di banconote diventa insaziabile, Gennaro vuole di più. Il giovane criminale vuole una torta più grande, da mangiare da solo.

    Gennaro entra nel Duomo di Napoli, deve parlare con San Gennaro. Dopo cinque minuti, Gennaro Crocifisso esclama ad alta voce davanti a una nonnina devota, in fila per chiedere la grazia al Santo:
    “Grazie San Gennaro, seguirò la tua volontà. Ti prometto che ti farò una casa ancora più grande del Duomo”.
    Il Santo ha dato il consenso: Gennaro Crocifisso vuole diventare il boss assoluto del Rione Sanità e controllare da solo le piazze di spaccio di Napoli centro.

    L’Inossidabile Codardia di Gustavo Tentativo: Perché l’Australia è un Grande, Enorme “No”

    Quale luogo del mondo non vorresti mai visitare? Perché?

    Gustavo Tentativo era un uomo che portava il suo destino nel nome. Ogni giorno tentava di fare qualcosa di nuovo: tentava di iscriversi in palestra, tentava di mangiare quinoa senza provare tristezza, tentava di relazionarsi con il genere umano. Ma soprattutto, tentava di viaggiare. I suoi viaggi, tuttavia, si concludevano invariabilmente al momento della prenotazione, stroncati sul nascere da una letale combinazione di ipocondria e scuse meteorologiche.

    Quando la sua amica Camilla, una travel-blogger con un livello di energia incompatibile con la biologia umana, gli fece la fatidica domanda del prompt di scrittura giornaliero — “Quale luogo del mondo non vorresti mai visitare e perché?” — Gustavo non ebbe nemmeno bisogno di pensarci. Il suo sguardo si oscurò, le sue narici si dilatarono e la sua risposta arrivò secca, tagliente come una spada laser in un film di fantascienza: l’Australia.

    Un Uomo, Mille Fobie

    “L’Australia, Camilla? L’Australia?!” sbottò Gustavo, appoggiando la sua tazza di camomilla con un po’ troppa foga. “Non è una nazione, è un campo di addestramento militare gestito da Madre Natura in uno dei suoi giorni peggiori.”

    Gustavo iniziò a passeggiare nervosamente per il salotto, elencando le sue inconfutabili ragioni. In primo luogo, la fauna. Nel resto del mondo, gli animali scappano se fai “Bù!”. In Australia, se fai “Bù!” a un ragno, quello ti chiede se hai pagato l’affitto di casa sua e, in caso contrario, ti sfratta usando otto zampe pelose grandi quanto una pizza margherita.

    Gustavo Tentativo affronta la dura realtà della fauna australiana (anche se si trova in provincia di Milano).

    Il Continente Dove Tutto ha i Denti

    “Vogliamo parlare dei canguri?” continuò Gustavo, ormai in preda a un monologo febbricitante. “Nei cartoni animati hanno un marsupio accogliente e saltellano felici. Nella realtà, sono culturisti frustrati di due metri che ti sfidano a un incontro di boxe a mani nude solo perché li hai guardati storto mentre mangiavano un cespuglio. Io non ho i riflessi per schivare un gancio destro da un marsupiale, Camilla. Fatico a schivare lo spigolo del tavolino in corridoio!”

    Un tipico canguro australiano in attesa del turista europeo medio.

    Canguri Pugili e Meduse Invisibili

    Camilla cercò di intervenire, parlando delle bellissime spiagge di Sydney e della Grande Barriera Corallina, ma Gustavo alzò una mano tremante. “L’oceano? Ancora peggio! Entri in acqua per rinfrescarti e incontri la Chironex fleckeri. La cubomedusa. Una creatura invisibile, gelatinosa, che ti sfiora e ti spedisce nell’aldilà prima ancora che tu possa gridare ‘Bagnino!’. E se sopravvivi a lei, c’è sempre uno squalo bianco o un coccodrillo d’acqua salata che si era perso.”

    Meglio il Divano (Con le Calze di Lana)

    Alla fine della sua arringa, Gustavo si lasciò cadere sul suo fidato divano a tre posti. Era esausto solo al pensiero dell’emisfero australe. “Vedi, Camilla,” concluse con un sospiro teatrale, “la verità è che il mio ecosistema ideale prevede un grado di pericolosità pari a zero. Il rischio più grande che voglio correre nella mia vita è scottarmi il palato con la pizza troppo calda.”

    Il significato profondo della vita di Gustavo: la vera avventura è restare vivi nel proprio salotto.

    Gustavo si tirò su una coperta di pile fino al mento, accoccolandosi in una posizione fetale difensiva. Aveva appena tentato di immaginare un viaggio, e anche questa volta, con grande successo, era rimasto a casa.

    Il Miracolo del Gasolio a Due e Quattordici

    Descrivi un’azione positiva che un membro della tua famiglia ha fatto per te.

    Descrivi un’azione positiva che un membro della tua famiglia ha fatto per te.

    Il Destino di un Nome e i Traumi del Nord

    Se i latini dicevano nomen omen (il nome è un presagio), con Geremia Lamentino avevano fatto centro bendati e girati di spalle. Geremia non si lamentava: Geremia professava il lamento. Era la sua arte, la sua vocazione, la sua personalissima ginnastica mattutina.

    Nato e cresciuto nel cuore pulsante del Rione Sanità a Napoli, per quarant’anni aveva vissuto in esilio al Nord Italia, lavorando come operaio specializzato in una gigantesca fabbrica di panettoni e pandori. Quarant’anni di burro, uvetta, canditi e nebbia. Ogni Natale, mentre il resto d’Italia festeggiava scartando dolci, lui guardava i panettoni con l’odio puro che si riserva ai nemici giurati.

    Ora, finalmente in pensione, era tornato al suo amato sud, ma l’animo era rimasto irrequieto. La pensione era una scusa perfetta per alzare il livello delle sue lamentele da “dilettante” a “professionista assoluto”.

    L’Arte del Lamento Quotidiano

    La giornata tipo di Geremia iniziava alle sei del mattino. Si affacciava al balcone, guardava i panni stesi dei vicini e sospirava: “Ma guardate là, le tasse aumentano, la spazzatura pure, e la signora Carmela usa ancora l’ammorbidente scadente che mi fa starnutire!”

    Ma il vero, grande nemico di Geremia, il suo Moby Dick personale, era il prezzo del carburante. Possedeva una vecchia Fiat Panda a gasolio, un cimelio storico che teneva lucido come un gioiello, ma che non usava quasi mai per non consumare.

    “Due euro e quattordici!” gridava al barista Peppino ogni mattina, sbattendo la tazzina del caffè sul bancone. “Il gasolio sta a due euro e quattordici! Ma vi pare normale? Ai miei tempi con due euro ci compravi la pompa, il benzinaio e pure l’autogrill! E lo Stato? Lo Stato ci mangia vivi! Per non parlare di quei maledetti panettoni che costano quaranta euro al chilo in pasticceria. Li facevo io! È farina e burro, mica oro colato!”

    Geremia Lamentino durante la sua performance mattutina sulle accise e sul gasolio.

    Il Gesto Inaspettato del Nipote Gennarino

    La famiglia di Geremia aveva imparato a convivere con questo rumore di fondo. Sua moglie faceva finta di essere sorda da un orecchio, mentre suo nipote Gennarino, un ventenne universitario sempre con lo smartphone in mano, aveva sviluppato una tecnica zen di annuimento continuo.

    Un martedì mattina, però, accadde l’inverosimile. Il prompt della vita decise di inserire una variabile positiva nel codice sorgente di Geremia Lamentino.

    Geremia si era svegliato con l’intenzione di dedicare la mattinata a una lamentela approfondita sull’INPS e sui rincari dei pezzi di ricambio per le auto. Scese in strada, pronto a inveire contro la polvere depositata sulla sua Panda, ma l’auto non c’era.

    “Me l’hanno rubata! Lo sapevo! In questa città non si può avere niente! Ladri! Tasse alte e pure i ladri!” iniziò a sbraitare, attirando l’attenzione di tutto il Rione Sanità.

    Proprio in quel momento, la Panda svoltò l’angolo, silenziosa per quanto possa esserlo un motore diesel degli anni ’90. Alla guida c’era Gennarino. Il ragazzo parcheggiò, scese e lanciò le chiavi allo zio.

    “Gennarì! Ma che fai? Mi consumi il gasolio! Sai quanto costa? Due euro e…”

    “Due euro e quattordici, lo so zio,” lo interruppe Gennarino con un sorriso luminoso. “Guarda il cruscotto.”

    Geremia, brontolando, infilò la testa nell’abitacolo. La lancetta del serbatoio era incollata sulla lettera “F”. Full. Pieno. Un pieno raso, roba che se avesse preso una buca il gasolio sarebbe uscito dal tappo.

    Sul sedile del passeggero c’era uno scontrino chilometrico, e sopra di esso un biglietto scritto a penna:

    “Caro Zio, ho preso i soldi del mio primo lavoretto estivo. Ho fatto il pieno alla Panda, l’ho portata a lavare e ho fatto controllare la pressione delle gomme. Per almeno un mese, puoi guidare dove ti pare senza pensare allo Stato, alle tasse e a quel benzinaio antipatico. Ti voglio bene. P.S. Ti ho comprato anche una sfogliatella, così per oggi dimentichi pure i panettoni.”

    Un Silenzio Assordante

    Geremia rilesse il biglietto tre volte. Cercò disperatamente un appiglio, un difetto, un motivo per lamentarsi. Voleva dire che i giovani spendono i soldi in modo irresponsabile. Voleva far notare che il lavaggista aveva sicuramente lasciato un alone sul parabrezza. Voleva ribadire che la sfogliatella riccia sbriciolava sui sedili puliti.

    Aprì la bocca, prese fiato. Gennarino si preparò all’impatto, chiudendo leggermente gli occhi.

    Ma dalla bocca di Geremia non uscì nulla. La sua mente, abituata a calcolare l’inflazione e le ingiustizie sociali, andò in cortocircuito di fronte a un atto di pura, gratuita, incondizionata gentilezza.

    Sentì un nodo alla gola. Gli occhi gli diventarono lucidi. Si schiarì la voce, guardò il nipote, poi la Panda, poi di nuovo il nipote.

    “Gennarì…” sussurrò con voce roca. “…questo gasolio a due e quattordici… profuma proprio di buono.”

    Geremia Lamentino: il miracolo del gasolio e del silenzio.

    Quel giorno, nel Rione Sanità, si registrò il fenomeno meteorologico più strano del decennio: ventiquattro ore di totale, pacifico e surreale silenzio da parte di Geremia Lamentino. Una vera e propria anomalia del sistema, tutto grazie all’azione positiva di un nipote che aveva capito che, a volte, per fermare un cuore che brontola, basta riempirgli il serbatoio.

    Il Ristorante Preferito di Geremia Lamentino (Ossia: Come Rovinarsi la Digestione e Vivere Felici)

    Qual è il tuo ristorante preferito?

    Nomen omen, dicevano i saggi latini. E mai proverbio fu più spietatamente azzeccato per il signor Geremia Lamentino. Settantadue anni, un’artrosi al ginocchio sinistro e un’inclinazione genetica verso la polemica cronica e acuta. Geremia non parla: recensisce negativamente l’esistenza.

    Un destino nel nome e un pandoro nel cuore (infranto)

    Dopo aver trascorso oltre quarant’anni in una fredda e nebbiosa fabbrica del Nord Italia, respirando zucchero a velo, burro fuso e canditi per produrre panettoni e pandori, ha maturato un odio viscerale per il Natale e per tutto ciò che è lievitato. Da quando è andato in pensione ed è tornato nel suo amato Rione Sanità a Napoli, la sua giornata è scandita da lamentele di altissimo livello agonistico.

    «Le tasse! Hai visto le tasse?» urla ogni mattina al barista, mentre fissa lo scontrino di un caffè come se fosse una cartella esattoriale. «E il gasolio? Due e quattordici! Due euro e quattordici centesimi! Ma vi pare normale? Per scendere a Mergellina mi devo aprire un mutuo in banca! E piove sempre quando lavo la macchina, e fa troppo caldo quando non la lavo!»

    L’utopia culinaria e la domanda fatidica

    Quando gli è stato posto il prompt giornaliero di WordPress, Qual è il tuo ristorante preferito?, Geremia ha avuto un leggero mancamento. Un tic all’occhio destro ha iniziato a pulsare pericolosamente. Ristorante? Preferito? Nella stessa frase? Per Geremia, i ristoranti sono associazioni a delinquere finalizzate all’estorsione tramite pasta scotta.

    «La pizza è troppo bruciata sotto, il cornicione è gommoso, il cameriere mi ha guardato male, la sedia traballa, c’è troppa aria condizionata, non c’è l’aria condizionata, il coperto a tre euro è un furto autorizzato dallo Stato!» Questa è la litania standard di Geremia non appena sfoglia un menù.

    L’unico luogo tollerabile: “Da Ciro ‘o Sordo”

    Eppure, messo alle strette, Geremia deve ammetterlo: un ristorante preferito ce l’ha. Si tratta della Trattoria “Da Ciro ‘o Sordo”, nascosta nei vicoli più impervi del rione. Non è il suo ristorante preferito per la qualità del cibo. Il ragù di Ciro è pesante come un incudine e la carne galleggia in un mare di olio. No, Geremia ama questo posto per un motivo puramente terapeutico: Ciro, il proprietario, è completamente sordo e si rifiuta categoricamente di indossare l’apparecchio acustico.

    Questo dettaglio trasforma la cena di Geremia in un’esperienza mistica. Geremia può sedersi, ordinare i suoi ziti al ragù e iniziare il suo show personale in totale libertà.

    Il lamento come digestivo

    «Ciro, questa pasta è sciapita! Il governo ci sta affamando! Al Nord mi facevano lavorare dodici ore sui pandori e mo’ la pensione non mi basta manco per comprare il parmigiano!» Ciro, dal bancone, lo guarda, sorride placidamente e fa un cenno con la mano: «Ehhh, grazie don Geremì! Pure a voi e famiglia! Ha fatto bene a venire presto stasera!»

    In quel luogo magico, Geremia Lamentino trova la pace. Nessuno lo contraddice, nessuno gli fa notare che si sta lamentando del prezzo del gasolio mentre si mangia un piatto di pasta a soli cinque euro. Può sfogare quarant’anni di frustrazioni candite in un ambiente sicuro e protetto.

    E al momento di pagare, quando Geremia tira fuori l’ultimo, inevitabile lamento — «Ciro, mi hai messo in conto pure l’acqua del rubinetto, sei un ladro!» — Ciro risponde con l’immancabile e serafico: «Arrivederci don Geremì, salutate la signora!»

    Perché in fondo, Geremia non cerca un tre stelle Michelin. Cerca solo un palcoscenico dove il suo lamento cronico e acuto possa risuonare, libero e incontrastato, tra il profumo del basilico e l’eco di una Napoli che lo ascolta (ma per fortuna, non lo sente).

    Il Futuro Secondo Gustavo Tentativo: Tra 10 Anni Sarò (Forse) Puntuale

    Come ti vedi tra 10 anni?

    Gustavo, vestito con una tuta spaziale fatta di domopak, guarda attraverso un telescopio al contrario verso un calendario del 2036. L’eterna, comica inadeguatezza umana di fronte all’ignoto del futuro.

    La domanda lampeggiava sullo schermo del portatile come un’insegna al neon difettosa: “Come ti vedi tra 10 anni?”. Era il prompt giornaliero di WordPress. Gustavo Tentativo, un uomo il cui cognome era non solo un’eredità anagrafica ma una vera e propria filosofia di vita, fissò il cursore.

    Attualmente, Gustavo faticava a vedersi tra dieci minuti, figuriamoci tra dieci anni. La sua massima pianificazione a lungo termine consisteva nel ricordarsi di scongelare il pollo prima che sua madre telefonasse per i controlli a sorpresa. Eppure, la domanda esigeva una risposta. Si appoggiò allo schienale della sua sedia da ufficio — un modello ergonomico comprato in saldo che ora scricchiolava con la tonalità di un gatto calpestato — e chiuse gli occhi, proiettandosi nel 2036.

    Il Terrore del Foglio Bianco (e del Calendario)

    Gustavo nel presente, sudato e con i capelli arruffati, fissa terrorizzato lo schermo di un computer da cui esce un gigantesco punto interrogativo a forma di mostro.

    L’Impero del Fallimento di Successo

    Tra dieci anni, Gustavo si vedeva finalmente ricco. Non della ricchezza noiosa di chi investe in borsa o fonda startup di intelligenza artificiale, ma di quella derivata da un colpo di fortuna epocale scaturito da un errore madornale.

    Si immaginò come il fiero inventore del “Tosta-Emozioni”, un tostapane intelligente che, invece di cuocere il pane, lo bruciava in base al livello di stress dell’utente. Un fallimento commerciale? Assolutamente sì. Ma un trionfo concettuale nell’arte moderna che lo avrebbe reso l’idolo dei critici radical chic di tutto il mondo.

    Si vedeva vivere in un attico a Milano, con un frigorifero intelligente che lo sgridava per il suo colesterolo in tre lingue diverse. “Gustavo,” avrebbe detto il frigo con accento svedese, “hai comprato di nuovo la maionese. Tra dieci anni sarai rotondo.”

    Le Costanti Universali

    Ma l’ironia della sua visione futura risiedeva nei dettagli. Nonostante l’attico, il conto in banca e il tostapane artistico, Gustavo sapeva bene che alcune cose non sarebbero mai cambiate.

    Tra dieci anni, si vedeva ancora inserire le prese USB al contrario per le prime due volte. Si vedeva ancora accumulare calzini spaiati, convinto che il 2036 avrebbe finalmente portato alla scoperta della dimensione parallela dove si rifugiavano i calzini sinistri. E, soprattutto, si vedeva arrivare in ritardo agli appuntamenti, giustificandosi con scuse sempre più elaborate.

    Gustavo nel 2036, vestito con abiti futuristici ridicoli, che litiga con un ologramma del suo frigorifero che gli sventola davanti un barattolo di maionese.

    La Rivelazione Finale

    Riaprì gli occhi. La sedia scricchiolò di nuovo, riportandolo brutalmente al lunedì sera del presente. Il pollo era ancora nel freezer, duro come il marmo di Carrara.

    Gustavo sorrise, mise le mani sulla tastiera e iniziò a digitare.

    “Tra dieci anni,” scrisse, “mi vedo esattamente come adesso: a fare un tentativo. Forse avrò meno capelli e più dolori articolari, forse avrò finalmente capito come si compila il modello 730 senza piangere, ma sarò ancora io. Un magnifico, inarrestabile, glorioso work-in-progress. E, se tutto va bene, avrò comprato una sedia nuova.”

    Cliccò su “Pubblica”. Il futuro poteva attendere, il pollo congelato no.

    Le 5 “Gioie” Quotidiane di Geremia Lamentino

    Quali sono le 5 cose quotidiane che ti donano gioia?

    Il dramma esistenziale di Geremia: diviso tra il richiamo del Rione Sanità e l’incubo dei canditi del Nord.

    Geremia Lamentino era nato stanco ed era cresciuto indignato. Il suo destino, d’altronde, era stato inesorabilmente marchiato a fuoco all’anagrafe del Rione Sanità, a Napoli, più di settant’anni prima. Per Geremia, il bicchiere non era mai mezzo vuoto: era scheggiato, lavato male e l’acqua all’interno sapeva di cloro.

    Eppure, quel giovedì mattina, aprendo il suo amato e odiato computer per sfogare la sua bile mattutina, si imbatté nel prompt giornaliero di WordPress: “Quali sono le 5 cose quotidiane che ti donano gioia?”. Geremia sbuffò, una nuvola di vapore che sapeva di caffè corretto e risentimento. Gioia? A lui? Dopo aver passato quarant’anni della sua vita in “esilio” in Lombardia a impastare panettoni e pandori, lui che nelle vene aveva sangue e sfogliatelle? Ma poi, pensandoci bene, Geremia sorrise. Un sorriso obliquo e un po’ diabolico. Le gioie, per lui, esistevano eccome.

    1. Il rito sacro del telegiornale economico

    Ogni mattina, Geremia si siede sulla sua poltrona sfondata con una missione: arrabbiarsi. La sua prima gioia quotidiana è la lettura dei prezzi. Quando il giornalista di turno annuncia che il gasolio ha toccato la vetta di € 2,14 al litro, Geremia prova un brivido di pura estasi. È la conferma che il mondo fa schifo proprio come dice lui. “Due euro e quattordici!”, urla al gatto Pallino (che lo ignora). “E le tasse? Le tasse ci strangolano! Lo Stato è una sanguisuga!”. Questa certezza incrollabile gli dona una pace interiore che i monaci buddisti si sognano.

    2. La critica gastronomica preventiva

    La seconda gioia si palesa a ridosso del pranzo. Dopo quattro decenni passati in una fabbrica del Nord Italia a veder nascere dolci lievitati che lui definisce “spugne dolciastre senza anima”, Geremia ha sviluppato un disprezzo per qualsiasi cibo che non sia stato fritto a Napoli. La gioia consiste nel lamentarsi di ciò che la moglie Carmela prepara. Se c’è la polenta, è “cemento a presa rapida”. Se c’è il risotto, è “colla per parati”. Il momento in cui Geremia mastica e scuote la testa, borbottando che al Rione Sanità anche un pezzo di pane secco ha più sapore, è per lui un momento di altissima realizzazione personale.

    Geremia pratica il suo sport preferito: il disprezzo assoluto per i dolci lievitati del Nord.

    3. Il controllo dei cantieri (anche virtuali)

    Essendo ormai pensionato, Geremia ha tutto il tempo del mondo. Ma non potendo scendere in strada per colpa dell’artrite, si è evoluto. La sua terza gioia è spiare i cantieri tramite Google Earth o guardando i lavori di rifacimento stradale dal balcone. Passa ore a cronometrare gli operai. “Quello ha la pala in mano da venti minuti e non ha raccolto un granello di polvere!”, sentenzia con gioia. Poter giudicare l’inefficienza altrui lo fa sentire vivo, produttivo, come se fosse lui a mandare avanti l’intero Paese con la sola forza della sua supervisione.

    4. Il ringraziamento ai talk show serali

    Verso le nove di sera, scatta la quarta gioia: i talk show politici. Geremia non li guarda per informarsi, li guarda per litigare con la televisione. È un appuntamento fisso. Si siede, incrocia le braccia e aspetta il primo politico che spara una castroneria. A quel punto, Geremia si trasforma. Diventa un fiume in piena di retorica partenopea fusa con imprecazioni industriali. Insultare lo schermo al caldo del proprio salotto, senza contraddittorio, è per lui una vera e propria seduta di psicoterapia gratuita.

    Le ore 21:00 segnano l’inizio della quotidiana battaglia navale tra Geremia e i politici in televisione.

    5. L’apoteosi: l’arte del Leone da Tastiera

    Ma la quinta, vera, grande gioia della sua giornata, quella che gli concilia il sonno, arriva a letto. Smartphone alla mano, occhiali da presbite sulla punta del naso, Geremia apre i social. Cerca articoli sulle tasse, sul prezzo della benzina, o ricette di persone che mettono la panna nella carbonara. Poi, con i pollici che volano lesti sulla tastiera come un pistolero nel Far West, sgancia i suoi commenti al vetriolo. “SVEGLIAAAAA!”, digita con foga. “CI STANNO RUBANDO TUTTO!”. Inviare quel commento, vederlo pubblicato e sapere di aver rovinato (almeno un po’) l’umore a qualche sconosciuto, è la ciliegina sulla torta.

    Geremia Lamentino chiude il computer, soddisfatto. Invia il suo testo a WordPress. Avevano chiesto cinque gioie e lui le aveva fornite. Perché, in fondo, la vera felicità non sta nell’assenza di problemi, ma nell’avere sempre un ottimo motivo per lamentarsi ad alta voce.

    Il lamento di Geremia

    Descrivi qualcosa che hai imparato alla scuola superiore.

    Geremia Lamentino è specializzato nel lamento cronico e acuto. Il suo nome e cognome hanno determinato il suo triste destino. Ogni giorno critica questo e quello. Si lamenta delle tasse alte, del gasolio a € 2,14, del gatto Pallino che gli ha artigliato il divano beige chiaro appena comprato da Ikea. Il signor Lamentino potrebbe fare il critico televisivo, così sparerebbe a zero su Amici di Maria De Filippi e sul Grande Fratello condotto da Ilary Blasi. Beh, in fondo Mediaset è già bombardata dalla corazzata Fabrizio Corona. Il mondo ha bisogno di un feedback correttivo adeguato. Trump che gioca alla guerra con l’Iran. Putin che vuole conquistare a tutti i costi l’Ucraina. Il nostro anziano è il giudice adatto per condannare senza appello questa terra storta e corrotta.

    L’ex operaio ha lavorato per anni in una famosa azienda di pandori e panettoni del Nord Italia. Dopo oltre quarant’anni di lavoro monotono e ripetitivo, è andato in pensione con un assegno mensile da fame. Oggi è un pensionato incazzato, pieno di vetriolo nel cuore. Uno dei suoi hobby preferiti è criticare tutto e tutti. Imparò l’arte del criticone nell’istituto tecnico industriale di P… In quel periodo aveva una professoressa di italiano, Maria Cantacessi, una zitella racchia che non si trombava neanche quel pervertito di Enrico, bidello maniaco di sesso.

    L’insegnante criticava duramente i suoi errori di ortografia. Se qualcuno sbagliava il congiuntivo, l’acida docente metteva un bell’uno, grande, grosso e molto rosso, in bella evidenza sul tema. Geremia era scarso in italiano; per lui è sempre stata una lingua straniera, dato che a casa si parlava solo in stretto napoletano. Divenne così un collezionista di “1” al compito in classe (che ora si chiama verifica). La Cantacessi era un giudice severo, una purista della lingua italiana, fanatica dell’Accademia della Crusca. La Treccani era la sua Bibbia. Il tema doveva essere ben scritto, senza errori, e soprattutto originale.

    Quando sorprendeva un alunno incauto a copiare col temario sotto al banco, scoppiava la Seconda Guerra Mondiale. Urlava, strillava come una gallina a cui stavano tirando il collo: «Falsario, lurido imbroglione! Non hai rispetto per Dante e Giacomo Leopardi, che hanno scritto le opere col sangue e il sudore della fronte!». Questo era il monito solenne di Maria Cantacessi. La docente di lettere è volata in cielo nel 2008. Sicuramente in Paradiso sta alla destra di Dante e corregge gli errori di ortografia a Leopardi (che anche nell’aldilà scrive poesie, il figlio di Recanati).

    Nonostante i problemi con il congiuntivo e la grammatica, Geremia ha sempre avuto un sogno nel cuore: imparare a scrivere come Italo Calvino. Sì, il pover’uomo ha sempre coltivato l’ossessione di diventare uno scrittore. Ma le feroci critiche subite in gioventù distrussero tutte le sue aspirazioni, spingendolo verso la fabbrica di panettoni. La vita dura lo ha trasformato in un vecchio acido e isterico che scaglia il suo odio contro tutti. Oggi è un vero leone da tastiera. I suoi commenti all’acido muriatico sono tra i primi a comparire sotto i post su Facebook. Col suo fucile virtuale spara raffiche di parole esplosive per distruggere il racconto di un aspirante scrittore. È un recensore severissimo dei libri pubblicati da giovani e promettenti autori (che il congiuntivo lo conoscono molto meglio di lui).

    La cosa buffa è che alla fine ha scritto davvero un romanzo giallo, ambientato a Busto Arsizio, anche se all’inizio era pieno di strafalcioni. Il nostro pensionato, ad esempio, pensava che la città si scrivesse tutta attaccata o con l’apostrofo (“Bust’Arsizio”). Dopo una notte inquieta, in cui aveva sognato la Cantacessi che gli metteva un bell’uno rosso sulla confezione del pandoro, scoprì, con una semplice domanda a Gemini di Google, come si scriveva la famosa cittadina lombarda. L’intelligenza artificiale, con dolcezza, gli svelò la giusta ortografia.

    Da quel momento, Geremia è diventato un bravo scrittore. Non sbaglia più il congiuntivo, i suoi scritti sono perfetti e persino le sue critiche pungenti sono redatte in un italiano impeccabile. Eppure, verso le quattro del mattino, gli capita ancora di sentire una voce forte e stridula che urla dall’oltretomba:

    «Geremia, lurido imbroglione e falsario! Ti fai scrivere i testi dal ghostwriter digitale, alias Intelligenza Artificiale! Scrittore falso, finirai nelle Malebolge dell’Inferno!»

    La Legge di Conservazione del Profilo Basso

    Descrivi qualcosa che hai imparato alla scuola superiore.

    Se chiedete a una persona normale cosa ha imparato alla scuola superiore, vi risponderà con banalità tipo “il valore dell’amicizia”, “le basi della chimica organica” o “chi era Leopardi”. Se lo chiedete a Gustavo Tentativo, la risposta è molto più pratica e orientata alla sopravvivenza: l’arte dell’invisibilità strategica.

    Gustavo non era un genio ribelle, né il classico secchione. Era, come suggeriva il suo cognome, un tentativo costante di superare la giornata senza danni permanenti. Il suo campo di battaglia era la 3ª B del Liceo Scientifico “Galileo Galilei”, un ecosistema spietato dove la legge del più forte veniva sostituita dalla legge del “chi incrocia lo sguardo del professore viene interrogato”.

    L’Equazione del Terrore

    Il primo anno, Gustavo provò a studiare tutto. Un errore da principianti. Scoprì presto che sapere la risposta attirava l’attenzione, e non saperla attirava il disastro. La vera illuminazione arrivò durante un’ora di Filosofia con il Professor Catenacci, un uomo capace di fiutare l’insicurezza degli studenti come uno squalo fiuta una goccia di sangue nell’oceano.

    Fu in quel momento che Gustavo elaborò la sua teoria: la probabilità di essere chiamati alla cattedra è direttamente proporzionale ai movimenti corporei e inversamente proporzionale alla capacità di fondersi con l’intonaco del muro.

    La Mimetizzazione Tattica da Banco

    Imparare l’invisibilità richiedeva disciplina. Gustavo sviluppò diverse tecniche che applicava con rigore militare:

    • La Finta Scrittura Compulsiva: Consisteva nel tenere la penna sul foglio e muoverla freneticamente come se si stesse prendendo un appunto vitale, quando in realtà si stavano solo ricalcando i margini a quadretti.
    • Il Punto Cieco Geometrico: Gustavo aveva calcolato con precisione millimetrica l’angolo di visuale di ogni professore, scoprendo che sedendosi esattamente dietro la testa folta di capelli ricci della sua compagna di banco, diventava otticamente inesistente.
    • Il Respiro a Bassa Frequenza: Durante i sorteggi per le interrogazioni, Gustavo riduceva il proprio battito cardiaco. Respirare troppo forte poteva spostare l’aria e, di conseguenza, attirare lo sguardo del docente.

    L’Occhio di Catenacci

    Il test definitivo della sua abilità avvenne a maggio. Ultima interrogazione di Storia. Il Professor Catenacci stava scorrendo il registro con il dito. La classe era in apnea.

    “Allora…” mormorò Catenacci, spostando lo sguardo sulla platea.

    Gustavo attivò il protocollo di emergenza. Abbassò le spalle, inclinò la testa di 15 gradi verso il libro aperto (ma senza leggerlo, per non sembrare troppo concentrato) e svuotò la mente da ogni pensiero. Divenne, a tutti gli effetti, un pezzo di arredamento scolastico.

    Il dito del professore si fermò sul registro. Catenacci guardò dritto verso la zona di Gustavo. Il cuore del ragazzo perse un battito, ma lui non batté ciglio. Era una statua di sale.

    “Interroghiamo… Rossi.”

    Il respiro di sollievo collettivo (tranne di Rossi) fu udibile fino in corridoio. Gustavo ce l’aveva fatta.

    L’Eredità del Liceo

    Oggi, a dieci anni dal diploma, Gustavo non ricorda nulla del Sacro Romano Impero o delle equazioni di secondo grado. Tuttavia, considera i cinque anni di liceo un successo clamoroso.

    Le competenze acquisite si sono rivelate fondamentali nel mondo adulto. Quando in ufficio il capo cerca volontari per un turno nel weekend? Gustavo sfodera la “Finta Scrittura Compulsiva”. Quando un venditore ambulante invadente si avvicina per strada? Gustavo entra nel suo “Punto Cieco Geometrico”.

    La scuola superiore, riflette spesso Gustavo, non serve a riempirti la testa di nozioni. Serve a insegnarti come evitare che te la svuotino gli altri. E in questo, Gustavo Tentativo, è diventato un maestro assoluto.

    La Rivoluzione del Divano: Il Miracoloso Cambiamento di Gustavo Tentativo

    Descrivi un cambiamento positivo che hai apportato nella tua vita.

    L’illuminazione non richiede addominali scolpiti: l’ascensione di Gustavo verso la pace interiore.

    Il Curriculum del Fallimento Perfetto

    Gustavo Tentativo era un uomo che viveva, con tragica precisione, all’altezza del proprio cognome. La sua esistenza era una costellazione di buoni propositi iniziati il lunedì e defunti entro il giovedì pomeriggio. Aveva provato la dieta paleolitica, scoprendo che cacciare e raccogliere nel corridoio dei surgelati del supermercato non portava agli stessi risultati dei cavernicoli. Aveva tentato il CrossFit, finendo per lussarsi una spalla semplicemente guardando il tutorial su YouTube. Aveva persino comprato un’agenda per il Bullet Journaling, che ora usava esclusivamente per livellare il tavolo traballante della cucina.

    Gustavo era la preda preferita dell’industria del miglioramento personale. Se c’era un’abitudine che prometteva di “rivoluzionare la sua vita in 21 giorni”, lui la provava per tre, per poi sprofondare in un baratro di sensi di colpa e carboidrati raffinati.

    Il Punto di Rottura: Il Trauma del Seme di Chia

    Il culmine di questa spirale di autolesionismo motivazionale avvenne una gelida mattina di novembre. Il prompt giornaliero della sua app di mindfulness gli aveva intimato di “abbracciare il disagio per trovare la crescita”. Gustavo, obbediente, aveva puntato la sveglia alle 4:30 del mattino per fare un’ora di yoga ashtanga, seguita da una colazione a base di pudding ai semi di chia e acqua e limone tiepida.

    L’abbraccio del disagio si rivelò essere un vero e proprio strangolamento.

    Mentre cercava di assumere la posizione del “Cane a faccia in giù”, una fitta alla sciatica lo bloccò. Nel tentativo di rialzarsi, urtò la mensola. Il barattolo di semi di chia cadde, esplodendo in una nube di superfood che si incastrò in ogni singola fessura del parquet. Fu in quel momento, seduto sul pavimento gelido, coperto di semi mucillaginosi e con la schiena bloccata, che Gustavo ebbe la sua grande epifania.

    L’Epifania: L’Elogio della Mediocrità

    Il cambiamento positivo, si rese conto Gustavo, non doveva essere per forza un’aggiunta. Non serviva sudare di più, svegliarsi prima o mangiare cose che sapevano di cartone bagnato. Il vero, grande, monumentale cambiamento positivo che doveva apportare alla sua vita era uno solo: smettere di provarci.

    Basta. Finito.

    Gustavo decise di abbracciare la sua mediocrità con la stessa passione con cui i guru del web abbracciano gli alberi. Cancellò l’iscrizione in palestra (un’operazione che richiese tre raccomandate e un sacrificio di sangue, ma ce la fece). Buttò via i libri motivazionali e disinstallò l’app che gli ricordava di bere acqua ogni trenta minuti. Se aveva sete, ragionò, ci avrebbe pensato la sua biologia a farglielo notare.

    La Pratica della Dolce Inerzia

    Il primo giorno del suo nuovo “non-percorso” fu disorientante. Si svegliò alle 8:00, senza sveglia. Non fece stretching. Si trascinò in cucina e, invece del pudding di chia, si preparò un toast con abbondante burro e marmellata. Il sapore della felicità sapeva di grassi saturi e zuccheri semplici.

    Il trionfo della volontà: dire “Sì” all’ottavo episodio consecutivo.

    I Frutti della Regressione

    Iniziò a dire “no” a tutto ciò che richiedeva “uscire dalla propria zona di comfort”. «Gustavo, vieni a fare un’escursione in montagna domenica all’alba?» gli chiese un amico. «Assolutamente no,» rispose lui, serafico. «La domenica mattina è dedicata all’orizzontalità assoluta. La mia zona di comfort è morbidissima e ci resto.»

    A distanza di sei mesi, i risultati del suo cambiamento positivo sono evidenti a tutti. Gustavo non ha gli addominali scolpiti e non parla correntemente mandarino come aveva sperato di fare scaricando dodici app di lingue. Tuttavia, i suoi livelli di cortisolo sono crollati. I tic nervosi all’occhio sinistro sono spariti. Ha smesso di sentirsi perennemente in difetto rispetto a un ideale irraggiungibile.

    Il cambiamento più positivo che Gustavo Tentativo abbia mai fatto è stato accettare che, a volte, l’unico vero miglioramento personale è lasciarsi in pace. E se il suo cognome è Tentativo, d’ora in poi lo applicherà solo a cose veramente importanti. Come, ad esempio, tentare di capire qual è il lato freddo del cuscino senza doversi svegliare del tutto.

    Fuga dalla cattedra: le buone maniere del “Babbeo” e il sogno australiano

    Scontro in segreteria

    Il “Babbeo”, dirigente scolastico di Amedeo, apre di botto la porta dell’ufficio della DSGA, colpendo in pieno la schiena dolente del nostro bidello precario, che era in attesa di parlare con la direttrice figa e gentile (una persona sorridente e delicata).

    “Op!” esclama il Babbeo riconoscendo Amedeo, dirigendosi subito dopo nel suo mega ufficio di presidenza. Amedeo sgrana gli occhi. L’educazione del preside è perfettamente in linea con quella dei gemelli teppisti, bestemmiatori e fumatori. Non sia mai che un preside illuminato si abbassi a chiedere scusa a un povero bidello precario a tempo determinato! Il preside è un amante dei quadri, uno spirito elevato che non può certo scendere nel terreno del “mi scusi”.

    L’erudizione che puzza

    La scuola italiana è una fabbrica di palloni gonfiati dal gas venefico del super erudito. Peccato che il Babbeo sia considerato dai suoi stessi alunni “un coglione”. Ilaria, l’alunna ripetente e vera fuoriclasse nel gioco del calcio ai tappi, ha una “stima” altissima nei confronti del preside: “Amedeo, me lo faccio crescere così me lo ciuccia. Quello lì è un vegetale”.

    Il triste Amedeo deve concludere che il suo dirigente scolastico è solo un omino timido, molto colto e superbamente maleducato. In Italia basta avere un titolo di dottore che subito una persona si sente Dio in terra. Il problema è che c’è un esercito di laureati saccenti che sono un cassonetto di erudizione, peccato che siano rivestiti di escrementi in stato liquido.

    Terra di canguri e dolci promesse

    Comunque, a fine maggio Amedeo andrà finalmente in ferie e ritornerà disoccupato, in attesa di un nuovo contratto precario il primo settembre, con l’inizio del nuovo anno scolastico. Chissà cosa gli riserva il futuro: magari il triste Amedeo diventerà un cameriere in un ristorante di Sydney. L’Australia è la terra dei canguri e di dolci promesse di una vita nuova. Una vita al sole caldo australiano, in riva al mare, lontano dal grigiore freddo e stantio della scuola pubblica italiana.

    Sull’orlo di una crisi di nervi

    Amedeo è stufo dei professoroni, dei presidi schifiltosi, dei colleghi criticoni. A morte tutti i grilli parlanti che sparano le loro saccenti osservazioni! Il signor Amedeo è nauseato dai farisei che hanno sempre l’indice puntato: potrebbero, ogni tanto, ficcarselo nelle loro zone basse.

    Stasera il signor Amedeo è nervosetto: dopo sette mesi di campo di concentramento scolastico è pronto per trasformarsi in un serial killer e fare una bella pulizia di superbi e saccenti criticoni che infestano il mondo della scuola e l’intera faccia della Terra!

    Il modo più divertente per fare esercizio? Le epiche (e disastrose) gesta di Gustavo Tentativo

    Qual è il modo più divertente per fare esercizio?

    L’eterno dilemma di Gustavo: correre per vivere o vivere per mangiare?

    Gustavo Tentativo era un uomo che prendeva il suo cognome molto sul serio. Nella vita, lui tentava. Tentava di svegliarsi presto, tentava di non mangiare carboidrati dopo le 18:00, e soprattutto, tentava ciclicamente di rimettersi in forma. La sua conformazione fisica, tuttavia, ricordava più quella di un morbido bignè alla crema che quella di un atleta spartano.

    Il problema principale di Gustavo era la noia. La palestra lo deprimeva: criceti umani che sollevavano ghisa guardandosi allo specchio con espressioni sofferenti. La corsa all’aperto lo terrorizzava: troppe buche, troppi cani senza guinzaglio, troppi passanti pronti a giudicare il suo respiro simile a quello di un mantice del Seicento. Il prompt giornaliero del suo blog preferito chiedeva: “Qual è il modo più divertente per fare esercizio?”. Gustavo decise che era giunto il momento di scoprirlo empiricamente.

    Tentativo 1: Lo Yoga Sospeso (ovvero, la sindrome del salame)

    La sua prima illuminazione fu l'”Aerial Yoga”, o yoga in sospensione. “Cosa c’è di più divertente che dondolare come un acrobata del Cirque du Soleil?” pensò, ignorando il fatto che la sua ultima acrobazia risaliva al 1998, quando era inciampato sui propri lacci.

    Il dramma del bozzolo di seta

    Gustavo scopre che lo Yoga Sospeso ha molto in comune con il processo di stagionatura degli insaccati.

    Entrato nella sala profumata di sandalo, Gustavo si aggrappò all’amaca di seta con l’eleganza di un tricheco su uno scivolo ad acqua. Al momento di eseguire la posizione del “Pipistrello Invertito”, il tessuto scivolò, si attorcigliò e intrappolò Gustavo in una morsa letale. Rimase appeso a testa in giù per venti minuti, oscillando dolcemente come un caciocavallo in stagionatura, mentre l’istruttrice, con voce flautata, gli suggeriva di “respirare attraverso il blocco energetico”. Il blocco, purtroppo, era fisico e si trovava all’altezza del girovita. Divertimento: non pervenuto.

    Tentativo 2: L’Acquagym Estremo e le pensionate guerriere

    Abbandonata l’aria, Gustavo optò per l’acqua. L’Acquagym era notoriamente frequentato da signore anziane, il che gli dava una falsa illusione di superiorità fisica. Si presentò a bordo vasca con un costume a fiori e una cuffia che gli schiacciava le orecchie in modo grottesco.

    Non appena l’istruttore fece partire un remix techno di Raffaella Carrà, l’inferno si scatenò. Le dolci nonnine si trasformarono in squali bianchi armati di “tubi galleggianti”. Gustavo fu travolto da uno tsunami di onde anomale generate dalle vigorose bracciate della signora Pina (82 anni, due protesi all’anca e un passato da pallanuotista). Dopo aver bevuto mezza piscina e aver ricevuto tre colpi di tubo in testa, Gustavo si trascinò fuori dall’acqua, sconfitto.

    La Rivelazione: L’Allenamento di Sopravvivenza Urbana

    Tornato a casa, dolorante e demoralizzato, Gustavo si accasciò sul divano. Aveva fallito. Non esisteva un modo divertente per fare esercizio. Era una cospirazione globale creata per far soffrire le persone felici.

    Fu in quel momento che suonò il citofono. “Chi è?” domandò Gustavo. “Sono il ragionier Ratti, l’amministratore. Dobbiamo parlare del conguaglio del tetto e delle spese straordinarie della caldaia”.

    L’adrenalina, una sostanza a Gustavo finora sconosciuta, invase il suo corpo. Il conguaglio. La parola più spaventosa del vocabolario italiano. Senza pensare, Gustavo si mise le scarpe da ginnastica, aprì la finestra del piano terra e saltò in giardino.

    Il vero cardio è la fuga

    Il Parkour Amministrativo: l’unica vera disciplina che garantisce il massimo consumo calorico.

    Iniziò a correre. Correva per non farsi trovare, correva per evitare la riunione di condominio, correva saltando le siepi dei vicini (una sorta di parkour involontario). Scavalcò il muretto di cinta, scattò verso il parco, seminò un branco di oche starnazzanti al laghetto e fece tre chilometri netti senza mai voltarsi indietro.

    Quando finalmente si fermò, ansante ma illeso dietro un chiosco dei gelati, si rese conto di una cosa straordinaria: non solo aveva appena bruciato mille calorie, ma aveva un sorriso a trentadue denti stampato in faccia. L’adrenalina della fuga, il brivido dell’evasione fiscale-condominiale… era esilarante!

    Gustavo aveva finalmente trovato la risposta al prompt. Il modo più divertente per fare esercizio non richiede abbonamenti, attrezzature o amache di seta. Il modo più divertente per fare esercizio è mettersi nei guai e correre per salvarsi la vita. E se il ragionier Ratti continuava a cercarlo, quel mese avrebbe anche preparato la maratona.

    Come ho Scritto per 447 Giorni di Fila (Grazie a un Solo Libro)

    Quale libro potresti leggere più e più volte?

    Quale libro potresti leggere più e più volte? “Piccole abitudini per grandi cambiamenti” di James Clear è il libro che regalerei perfino al mio peggior nemico (perché è così potente che lo renderebbe invincibile!).

    Il potere di migliorare dell’1% ogni giorno

    “Migliorare ogni giorno dell’1%… La regola dei 2 minuti… Progettare l’ambiente”. Questi sono concetti chiave del saggio di crescita personale dedicato alla costruzione di buone abitudini. Io ho tratto una lezione pratica e un incoraggiamento forte nel costruire la sana abitudine di scrivere ogni giorno.

    Molti influencer su YouTube recensiscono questo libro. Un canale che seguo, “Un Po’ di Più”, ha realizzato un video a cartoni animati che spiega in modo chiaro il saggio di Clear. Ho letto “Atomic Habits” tre volte e ho intenzione di rileggerlo a breve.

    Un piccolo passo ogni giorno può portarti lontano.

    Da scrittore saltuario a un’abitudine di ferro

    Dopo la lettura del saggio ho aperto un blog gratuito su Altervista. Ogni giorno ho cominciato a scrivere. Amo le storie brevi: il racconto è delizioso come un cioccolatino ripieno di caffè. Ogni dì, un articolo fresco come l’uovo di giornata.

    Grazie a “Piccole Abitudini per Grandi Cambiamenti” ho scritto per 447 giorni di fila. Confesso che è galvanizzante ricevere la notifica di Jetpack che indica il numero preciso dei giorni consecutivi in cui ho pubblicato un articolo nel blog. Scrivere è diventato un atto naturale e gratificante come leggere un romanzo di un grande scrittore.

    Prima della scoperta del saggio di James Clear, scrivevo di rado e in modo saltuario. Il libro è un manuale pratico per chi vuole costruire una nuova identità. Se vuoi diventare uno scrittore, un lettore o uno sportivo; se vuoi mangiare cibi sani ed eliminare le cattive abitudini (come ingurgitare cibo spazzatura ai fast-food o scrollare video in continuazione sui social), devi comprare, leggere e studiare con costanza il bestseller di James Clear.

    Il Capolavoro Incompreso di Gustavo Tentativo

    Quale libro potresti leggere più e più volte?

    L’Illusione dell’Intellettuale da Salotto

    Gustavo Tentativo era un uomo il cui cognome riassumeva in maniera spietata e perfetta la sua intera esistenza. Aveva tentato di imparare il mandarino (arrendendosi al primo “ciao”), aveva tentato di fare il pane in casa con il lievito madre (creando un’arma contundente non convenzionale) e, soprattutto, tentava costantemente di apparire come un raffinato intellettuale europeo.

    Quando, durante i rari aperitivi con i colleghi, emergeva la fatidica domanda: “Quale libro potresti leggere più e più volte?”, Gustavo assumeva un’espressione corrucciata. Si massaggiava il mento con fare sapiente, guardava un punto indefinito oltre la finestra e sospirava: “Ah, Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Innegabile. Ne scopro una nuova, vibrante sfumatura esistenziale ad ogni singola rilettura.”

    Mentiva sapendo di mentire. L’unica madeleine che Gustavo avesse mai inzuppato nel tè era un frollino un po’ stantio in offerta speciale della sottomarca “Dolcezza Sopportabile”.

    Il Vero Tesoro Letterario

    La verità, quella nuda e inconfessabile, era accuratamente nascosta nel cassetto del comodino, celata sotto una deprimente pila di calzini spaiati. Il libro che Gustavo leggeva e rileggeva compulsivamente, quello che conosceva a memoria, era il Catalogo Premi del Supermercato “Sconto-Certo” – Edizione Autunno/Inverno 2018.

    Per Gustavo, quel catalogo non era una banale lista di articoli casalinghi riscattabili con la spesa settimanale. Era un’epopea. Un romanzo di formazione. Un thriller psicologico ad altissima tensione.

    A pagina 12 c’era il “Set di Asciugamani in Spugna di Cotone Egiziano” (1.500 punti + 5 euro di contributo). Gustavo leggeva la descrizione tecnica della trama del cotone con la stessa struggente intensità con cui un animo romantico leggerebbe le poesie di Baudelaire. Riusciva a immaginare la morbidezza sulla pelle e il riscatto sociale che un set da bagno color tortora gli avrebbe garantito.

    La Tragedia del Punteggio e l’Eterno Ritorno

    Il vero climax narrativo dell’opera, tuttavia, si trovava a pagina 89: il “Frullatore Multifunzione Galaxy 5000 a tre velocità” (12.000 punti). Era il suo Moby Dick. La sua ossessione bianca. Gustavo passava le notti insonni a calcolare quanti pacchi di carta igienica a triplo velo, quanti sughi pronti e quante scatolette di tonno al naturale avrebbe dovuto comprare per raggiungere l’obiettivo.

    Ogni volta che leggeva le avvertenze scritte in corpo 6 (“I punti accumulati scadranno inderogabilmente il 31 dicembre”), un brivido di terrore puro gli correva lungo la schiena. Una vera corsa contro il tempo. Riuscirà l’eroe a ingerire un numero sufficiente di sofficini surgelati prima dello scoccare della mezzanotte?

    Il 29 dicembre si era precipitato al box informazioni con il libretto trionfante. Ma, come nei migliori drammi shakespeariani, il destino fu crudele: il Frullatore Galaxy 5000 era esaurito in tutti i magazzini nazionali ed era stato sostituito d’ufficio con uno spremiagrumi manuale a manovella in plastica verde.

    Gustavo tornò a casa amareggiato, ma non sconfitto. Aprì il cassetto del comodino, accarezzò la copertina del catalogo 2018 per l’ultima volta e poi, con un leggero tremolio alle mani, tirò fuori il sequel che tutti stavano aspettando: il Catalogo Primavera/Estate 2019. Un nuovo inizio stava per cominciare.

    Le tragicomiche scadenze di Gustavo Tentativo

    Un appuntamento in tilt

    L’appuntamento è alle 14:45. Gustavo Tentativo si fionda sulla sua Smart rosso Ferrari. Gira la chiave d’accensione: buio totale. Il quadro è morto. Batteria scarica. Non è ancora passato un anno da quando l’ha cambiata. Gustavo deve incontrare Mirella. Dopo tre anni di solitudine sfigata, è riuscito a rimediare un appuntamento con una ragazza decisamente interessante; non è di certo la solita befana senza scopa che sua sorella Gertrude cerca sempre di appioppargli. Per ora, però, Mirella è rimandata a quando la batteria si sveglierà dal suo sonno profondo.

    Miracoli costosi e notifiche spietate

    Donato, il meccanico, è un vero mago delle auto con batterie dormienti, peccato che i suoi miracoli costino quasi tutto il magro stipendio di Gustavo. All’improvviso, una notifica trilla come la sirena di un’ambulanza. “Tra un mese, il suo conto sarà bloccato. La sua carta d’identità sta per scadere. Procedere a immettere un nuovo documento d’identità aggiornato”. Questo strilla la notifica della banca online tedesca. Si sa, i tedeschi sono, al pari degli svizzeri, fiscali e precisi come il protestante Giovanni Calvino. Gustavo controlla e scopre che anche la sua patente di guida sta per scadere. La primavera è ufficialmente, per Gustavo, il mese del rinnovo documenti.

    La saggezza di Aristotele e una dolce consolazione

    Il gatto Aristotele dorme, forse troppo. Gustavo è preoccupato: spera solo che non sia in scadenza anche lui e che non faccia la fine della batteria dell’auto. D’altronde, Aristotele è un vecchio felino acuto, e Gustavo ha sempre confidato nella sua saggezza. La sera è giunta. Gustavo Tentativo, per tirare su l’umore finito a terra, trangugia un cornetto Algida scaduto dal mese di marzo 2025.

    Gustavo Tentativo e la Crisi d’Identità Letteraria

    Se potessi essere il personaggio di un libro o di un film, chi saresti? Perché?

    Il Dilemma del Mattino

    La mattina in cui Gustavo Tentativo decise di cambiare vita, pioveva. Non una pioggia epica da film noir, di quelle che rimbalzano sui trench grigi dei detective tormentati, ma una pioggerellina fastidiosa e indecisa, perfetta per far arricciare i capelli e rovinare le scarpe scamosciate.

    Gustavo era seduto davanti al suo computer quando lesse il prompt giornaliero di WordPress: “Se potessi essere il personaggio di un libro o di un film, chi saresti? Perché?”. Il suo cognome, “Tentativo”, era un riassunto anagrafico della sua esistenza: provava la dieta, provava la palestra, provava a essere carismatico. Falliva in tutto con una grazia quasi ammirevole.

    Licenza di… Scivolare

    Il primo esperimento fu dettato dal fascino di James Bond. Gustavo decise di testare la sua nuova identità al “Bar Sport”. Entrò con finta disinvoltura, abbassò gli occhiali da sole e si avvicinò al bancone.

    “Un Martini,” disse, stringendo gli occhi. “Agitato, non mescolato.”

    Il barista Mario lo guardò con pietà: “Gustà, so’ le nove del mattino. Ho il Crodino o il succo alla pera.”

    Gustavo optò per il Crodino “agitato”, ma il suo tentativo di appoggiarsi seducentemente al bancone finì con un gomito su una macchia di cappuccino e un rovinoso tonfo a terra.

    Il Mago del Traffico

    Abbandonato lo smoking, Gustavo passò a Gandalf il Grigio. Armato del manico di una scopa, si piazzò all’incrocio tra Via Garibaldi e Via Roma, dove il traffico era impazzito a causa di un semaforo rotto.

    Puntò il bastone contro un SUV nero e urlò con tutta l’aria nei polmoni: “TU NON PUOI PASSARE!”

    Il SUV inchiodò, ma non per magia. Una signora anziana con i bigodini abbassò il finestrino urlando: “Levati di mezzo, disgraziato, che sono in ritardo dal parrucchiere!”. Gustavo batté in ritirata, inseguito dai clacson furibondi.

    Meglio Gustavo che Male Accompagnato

    Tornato a casa, bagnato e con l’orgoglio a pezzi, Gustavo tornò al computer. Scrisse la sua risposta definitiva: sceglierebbe di essere se stesso. Perché James Bond rischia la vita e Gandalf dorme nelle grotte, mentre Gustavo ha un divano comodissimo e una tuta di flanella che non passa mai di moda.

    Cliccò su “Pubblica” e andò a farsi un tè. Rigorosamente non agitato.

    L’Arca di Gustavo: Guida Galattica ai Migliori (e Peggiori) Animali Domestici

    Quali animali sono i migliori/peggiori animali domestici?

    A volte la pace mentale è il miglior animale domestico.

    L’Illuminazione di Gustavo Tentativo

    Gustavo Tentativo era un uomo che viveva all’ombra del suo stesso cognome. Se c’era una nuova dieta a base di solo sedano, lui la tentava (finendo in pronto soccorso per carenza di zuccheri). Se c’era da montare un mobile svedese, lui tentava di farlo senza istruzioni (creando un’opera d’arte astratta non funzionale).

    Un martedì piovoso, leggendo un blog su Internet, Gustavo ebbe la sua ultima illuminazione: “Gli animali domestici riducono lo stress e allungano la vita”. Quello che l’articolo ometteva di dire era: dipende dall’animale.

    Deciso a trovare il compagno di vita perfetto, Gustavo si imbarcò in un’odissea zoologica per scoprire, sulla propria pelle, quali fossero i migliori e i peggiori animali domestici della storia dell’umanità.

    Il Peggiore in Assoluto: Gedeone, l’Alpaca da Salotto

    Il primo tentativo di Gustavo ignorò completamente la logica e la metratura del suo bilocale in centro. Avendo letto che i cani erano “troppo mainstream”, optò per un animale esotico e apparentemente morbido: un alpaca peruviano di nome Gedeone.

    Gedeone si rivelò il coinquilino peggiore che un essere umano potesse concepire. Non solo occupava l’intero corridoio, ma aveva una dieta che consisteva nel brucare i preziosi bonsai di Gustavo e i cavi del caricabatterie del telefono. La caratteristica peggiore, però, era il suo carattere passivo-aggressivo. Ogni volta che Gustavo gli negava un cracker, Gedeone assumeva un’espressione sprezzante e gli sputava con una precisione balistica da cecchino dritto sugli occhiali.

    Gedeone, l’alpaca che ridefinì il concetto di “critica costruttiva” nel bilocale di Gustavo.

    L’esperimento alpaca terminò il giorno in cui Gedeone decise di usare il divano letto come lettiera personale. Voto come animale domestico: 0/10. Voto come macchina sputa-sentenze: 10/10.

    Il Falso Migliore: Socrate, il Pappagallo Giudicante

    Dopo aver restituito l’alpaca a un agriturismo in collina, Gustavo decise di puntare sull’intelletto. “Prenderò un pappagallo Cenerino”, pensò. “Sono intelligenti, longevi e potremo fare grandi conversazioni”.

    Così arrivò Socrate. All’inizio sembrava il miglior animale domestico possibile. Ripeteva “Buongiorno Gustavo!” e fischiava la sigla di un vecchio cartone animato. Ma l’intelligenza di Socrate si rivelò la sua arma più letale. Nel giro di tre settimane, il pappagallo aveva imparato non solo le parole, ma anche le insicurezze del suo padrone.

    Quando Gustavo tornava a casa dopo un appuntamento galante andato male, Socrate lo accoglieva dal trespolo urlando: “Sei un disastro! Nessuno ti ama! Craaah!”. Quando Gustavo cercava di fare ginnastica a casa, il volatile riproduceva fedelmente il suono del suo fiatone mischiato a risate malefiche.

    Socrate, il volatile che aveva sostituito la coscienza di Gustavo, ma senza alcun filtro empatico.

    Socrate non era un animale domestico, era un critico teatrale intrappolato in un corpo di piume. Gustavo lo regalò a sua zia Clotilde, un’anziana signora sorda che credeva che il pappagallo le dicesse solo cose affettuose.

    La Rivelazione Finale: L’Animale Perfetto

    Stremato, Gustavo fece un bilancio della sua indagine. Aveva capito quali fossero i peggiori animali domestici: quelli che ti sputano addosso e quelli che ti abbassano l’autostima.

    Ma qual era il migliore? Il cane richiedeva passeggiate all’alba sotto la pioggia grandinante. Il gatto lo guardava con la stessa superiorità dell’alpaca, ma senza lo sputo. I pesci rossi lo deprimevano per via della loro memoria a breve termine e la tendenza a galleggiare a pancia in su nei momenti meno opportuni.

    Fu allora che Gustavo trovò l’equilibrio zen. Il miglior animale domestico per un uomo disastroso, l’unico compagno in grado di non giudicare, non sporcare e non richiedere mutui per il cibo, si trovava nel reparto giardinaggio.

    Si chiamava Pietro. Era un cactus.

    Non abbaiava, non sputava, e richiedeva un bicchier d’acqua ogni tre settimane. Quando Gustavo gli parlava dei suoi problemi, Pietro ascoltava in silenzio, solido, pungente ma onesto.

    La morale della storia di Gustavo Tentativo? Prima di cercare il miglior animale domestico del mondo, assicurati di non essere tu il peggior padrone dell’universo. O, nel dubbio, compra una pianta grassa.

    Lavorare Gratis? Solo tra i Libri (e Lontano dal Badge!)

    Quale lavoro faresti gratuitamente?

    L’incubo del lavoro retribuito

    Quale lavoro faresti gratuitamente? Nessuno. Io odio qualunque lavoro retribuito, figurarsi gratis. Il lavoro è una condanna a vita per la maggior parte degli uomini. Per più di quarant’anni devi sopportare capi presuntuosi e ottusi, colleghi invidiosi e saccenti. La schiavitù di un orario forzato, scandito dall’odioso badge. Tutto questo strazio per una paga misera a fine mese.

    Oggi leggo con orrore: “Quale lavoro gratis faresti?”. Una strana domanda in questo giorno di uova di cioccolato e colombe piene di canditi. La Pasqua è un giorno di gioia, si festeggia Gesù Cristo e la sua risurrezione. La vittoria sulla morte. Un giorno di festa e riposo, e leggo questa domandina sul lavoro gratuito per giunta. WordPress mi vuole rovinare le feste stamattina!

    Il sogno della biblioteca e la cliente “svizzera”

    Certo, se fossi libero dal bisogno di soldi, sempre più cronico e disperato, un lavoro senza compenso lo farei volentieri. L’assistente bibliotecario è una fatica piacevole che farei gratis. Catalogare i libri, rivestirli con le copertine di plastica e disporli in perfetto ordine sugli scaffali. Accoglierei tutti gli utenti della biblioteca pubblica con un sorrisone. Sarei sempre disponibile per chiunque volesse un consiglio per leggere un libro utile e interessante.

    Il mio lavoro gratuito dei sogni: consigliare improbabili romanzi rosa in una libreria storica.

    Un altro lavoretto gratuito sarebbe fare il commesso in libreria. Mi vedo in una libreria storica nella piazzetta antica del paese. Sono vestito con un doppiopetto grigio, capelli corti e tagliati da poco, perfettamente rasato. Nella libreria è appena entrata una ragazza bionda e “molto svizzera” che mi chiede un consiglio di lettura. La tipa avrà al massimo trent’anni ed è molto alta, minimo un metro e ottanta.

    Io le chiedo che cosa legga di solito. Lei mi risponde: “Leggo solo sotto l’ombrellone ad agosto e solo romanzi rosa”.

    Io replico pronto, mettendole in mano il libro ideale per lei: “Legga questo, è il romanzo rosa più bello scritto da Luis Sepúlveda: Il vecchio che leggeva romanzi d’amore“.

    Sono sicuro che come commesso gratuito di libreria sarei bravino e contribuirei con successo alla chiusura della storica libreria in pochi mesi dalla mia assunzione senza compenso!

    Uova di Pasqua, dita in sciopero e ringraziamenti

    Il mio dito indice destro è in sciopero, non riesce più a digitare nessuna lettera della tastiera virtuale dello smartphone. Il lavoro stanca solo a parlarne e anche a scriverne. L’uovo fondente troneggia sopra il mio frigorifero di marca coreana. Il dolce ovale vuole essere aperto per svelare la sua misteriosa sorpresa.

    Il dito è in sciopero, ma l’uovo fondente sul frigo aspetta solo di essere aperto. Buona Pasqua!

    Vi lascio augurandovi di cuore una Pasqua serena. Grazie mille a chi legge i miei scarabocchi digitali. Un grazie sincero, grande come un uovo di cioccolato da un chilo, a tutte le persone che hanno commentato i miei racconti. Un grazie speciale va a Domenico per i suoi commenti interessanti e puntuali. Grazie Domenico! I commenti sono utili e incoraggianti. Aiutano a perseverare nella buona abitudine di scrivere ogni giorno i propri pensieri.

    Le Olimpiadi da Divano: Le fatiche di Gustavo Tentativo

    Quali sport olimpici ti piace guardare di più?

    Il sacro fuoco di Olimpia arde nel cuore di Gustavo (e anche un po’ di bruciore di stomaco).

    La preparazione atletica di un campione

    Gustavo Tentativo non era un uomo d’azione. Se il “salto sul divano con avvitamento e atterraggio sul cuscino morbido” fosse stato uno sport olimpico ufficiale, Gustavo avrebbe avuto la bacheca piena di medaglie d’oro. Quando arrivava il periodo delle Olimpiadi, però, in lui si risvegliava uno spirito critico feroce, degno del miglior commissario tecnico internazionale.

    La sua preparazione atletica iniziava settimane prima. Consisteva nell’accumulare meticolosamente scorte di carboidrati complessi (patatine al formaggio, nachos) e liquidi isotonici (birra rigorosamente ghiacciata) sul tavolino da caffè, calcolando al millimetro un raggio d’azione massimo di trenta centimetri dalla sua mano destra.

    “Quali sport olimpici mi piace guardare di più?” si chiese ad alta voce una sera, massaggiandosi la pancia come se fosse un muscolo teso prima di una gara fondamentale. “Sicuramente quelli dove si suda meno. O meglio, quelli dove io sudo meno a guardarli.”

    L’intensa concentrazione di Gustavo durante il campionato casalingo di Curling felino.

    L’epica del Curling e lo spazzolone di casa

    Il primo amore incondizionato di Gustavo era il Curling. Lo affascinava quella fredda frenesia scopa-munita. “Vedi,” spiegava al suo gatto, Aristotele, che lo fissava con palese disprezzo, “è tutta una questione di polso, traiettoria e tattica.”

    La verità è che a Gustavo piaceva da morire vedere persone che usavano la scopa in modo così forsennato; dopotutto, la scopa era un attrezzo che lui, nella vita reale, evitava come la peste bubbonica. Una sera, in preda al furore agonistico casalingo, aveva persino tentato di lanciare il robot aspirapolvere verso la porta del bagno, spazzando freneticamente il corridoio davanti a esso con il mocio bagnato urlando “Hurry! Hurry hard!”. Il risultato fu un disastro idraulico, una riga nera sul parquet e un gatto traumatizzato a vita, ma Gustavo, asciugandosi il sudore dalla fronte, si assegnò comunque un onesto ottavo posto nel ranking mondiale.

    La Marcia e il pellegrinaggio verso il frigorifero

    Un altro sport che lo mandava in estasi contemplativa era la Marcia. Quell’ondeggiare sincopato di bacini, quell’andatura al limite dell’umana comprensione e della fisica quantistica.

    “Sembra che stiano cercando di correre mentre scappano da un cane, ma senza farsi notare dal padrone,” commentava sgranocchiando rumorosamente. Decise di replicare la tecnica per andare in cucina durante i tre minuti scarsi di stacco pubblicitario. Il movimento disarticolato del bacino, combinato fatalmente con l’attrito delle ciabatte di spugna sul pavimento in cotto, lo portò a un clamoroso infortunio: uno stiramento letale al mignolo del piede sinistro contro l’infido spigolo del mobiletto dell’ingresso.

    “Fallo tattico del mobilio,” sentenziò Gustavo piegato in due dal dolore, zoppicando verso lo scomparto del ghiaccio (che usò rigorosamente non per il piede, ma per raffreddare il suo nuovo drink).

    Il nastro della Ginnastica Ritmica ha finalmente incontrato il suo degno avversario: il caricabatterie di Gustavo.

    La Ginnastica Ritmica e il nastro della discordia

    Ma la vera, inconfessabile passione di Gustavo Tentativo era la Ginnastica Ritmica. Quei nastri colorati che fluttuavano nell’aria disegnando spirali perfette! Era puramente ipnotico.

    Il dramma si consumò la sera della finale. Tentando di recuperare il lunghissimo cavo del caricabatterie caduto sfortunatamente dietro l’intercapedine del divano, finì per attorcigliarselo intorno all’avambraccio, al collo e alla caviglia sinistra. Nel tentativo maldestro di liberarsi eseguendo quella che lui credeva essere una “doppia piroetta di sbroglio”, cadde rovinosamente di lato. Rimase intrappolato per venti minuti buoni, assumendo una posa contorta che la giuria internazionale avrebbe sicuramente penalizzato per “scarsa grazia”, ma che lui, con orgoglio ferito, battezzò “La presa del Pitone Sofferente”.

    Alla fine, quando si spensero le luci sullo stadio in televisione e partirono i titoli di coda, Gustavo spense la tv con un sospiro pesante. Anche queste Olimpiadi erano finite. Era mentalmente e fisicamente esausto. Essere uno sportivo da salotto richiedeva una dedizione totale, un sacrificio che solo i veri campioni potevano comprendere. Guardò le briciole accumulate sul tappeto: forse, tra quattro anni, si sarebbe dato all’equitazione. Il divano, dopotutto, aveva già preso perfettamente la forma di una sella.

    Gustavo Tentativo e la Rivoluzione di Borgo Svogliato

    Come miglioreresti la tua comunità?

    A Borgo Svogliato, un paesino dove l’attività più estrema era guardare l’asfalto asciugare, viveva Gustavo Tentativo. Il cognome, tramandato da generazioni di inventori di macchine per sbucciare i piselli a vapore, era una garanzia. Gustavo non era un uomo cattivo; era semplicemente affetto da una patologia incurabile: l’Iniziativa Non Richiesta.

    Quando il sindaco indisse un concorso cittadino dal titolo “Come miglioreresti la tua comunità?”, gli occhi di Gustavo si illuminarono con la potenza di un faro anabbagliante. Mentre gli altri cittadini proponevano panchine nuove o un cestino in più per l’umido, Gustavo decise che Borgo Svogliato aveva bisogno di un rinnovamento spirituale, sociale e infrastrutturale.

    L’Iniziativa del Sorriso a Pedaggio

    La prima fase del “Piano Tentativo” mirava all’umore. “La gente qui è troppo musona”, dichiarò Gustavo durante un’assemblea cittadina non autorizzata nel reparto ortofrutta del minimarket. La sua soluzione? Il Casello del Buonumore.

    Installò un tornello all’ingresso della piazza principale, dotato di un rudimentale software di riconoscimento facciale (comprato usato su internet da un programmatore bulgaro). Il tornello si apriva solo se il cittadino sfoggiava un sorriso a trentadue denti.

    Il risultato fu catastrofico. Gli anziani del paese, il cui muscolo zigomatico era atrofizzato dal 1982, rimasero bloccati fuori dalla piazza per giorni. Il panettiere iniziò a lanciare le rosette oltre le transenne per sfamare i cittadini reclusi. L’esperimento fu smantellato quando il software scambiò la smorfia di dolore di un uomo con la sciatica per un sorriso di pura gioia, mandando in tilt il sistema.

    La Borsa Valori del Pettegolezzo

    Non domo, Gustavo passò alla fase due. Il problema più grande di Borgo Svogliato non era la tristezza, ma il pettegolezzo incontrollato. Le notizie venivano distorte a una velocità tale che “Il gatto di Maria ha la tosse” diventava “Maria alleva tigri siberiane in garage” nel giro di venti minuti.

    Gustavo decise di regolamentare il mercato. Creò la “Borsa Valori del Pettegolezzo”, un grande tabellone di sughero fuori dal bar del paese. Ogni pettegolezzo doveva essere scritto su un post-it e “quotato” in base alla sua veridicità. Se un pettegolezzo si rivelava falso, l’azionista (il pettegolo) doveva pagare un giro di caffè.

    Invece di fermare le dicerie, i cittadini scoprirono il brivido del trading speculativo. Le signore della parrocchia iniziarono a creare “fake news” ad arte (Insider Trading) solo per far crollare le azioni delle rivali. L’economia del bar esplose, ma il parroco minacciò di scomunicare l’intero paese per aggiotaggio morale.

    Il Disastro del Minestrone Condiviso

    L’ultimo disperato tentativo di Gustavo fu un appello all’unità culinaria. “Cosa unisce le persone più del cibo?” pensò. Decise di organizzare la Grande Pentolata. Ognuno doveva portare un ingrediente segreto da gettare in un enorme calderone al centro della piazza. L’idea era creare il “Sapore di Borgo Svogliato”.

    Purtroppo, la mancanza di coordinazione fu fatale. Venti persone portarono cavoli, quindici portarono peperoncino calabrese, e il farmacista, fraintendendo il concetto, versò nel calderone due litri di sciroppo per la tosse alla fragola. La miscela reagì chimicamente, gonfiandosi e riversandosi per le strade sotto forma di una schiuma rosa e piccante.

    Eppure, il miracolo avvenne. Mentre i cittadini passavano la notte con spazzoloni e secchi a ripulire la piazza, iniziarono a ridere. Risero della schiuma rosa, risero delle azioni crollate della signora Pina, risero dei finti sorrisi al tornello. Lavorarono insieme, fianco a fianco.

    Gustavo, coperto di minestrone alla fragola, guardò la sua comunità. Aveva fallito ogni singolo progetto, ma in qualche modo assurdo, Borgo Svogliato non era mai stato così unito. Aveva migliorato la sua comunità non con la perfezione, ma fornendo a tutti un nemico comune e goffo da prendere in giro. E, a conti fatti, era pur sempre un miglioramento.

    Tra Banchi Vuoti e Sogni di Luce: La Pasqua di Amedeo Triste

    L’eco del silenzio in succursale

    Il tempo vuoto della noia ha investito Amedeo Triste. La succursale della scuola superiore è un palazzo antico, caratterizzato da una lunga scala di marmo che sembra custodire segreti secolari. Il nostro bidello precario si trova per la prima volta in questa bramata sede: ogni collaboratore scolastico, di ruolo o precario che sia, sogna di lavorare in questo istituto. È una scuola con poche aule e pochi alunni, i bagni ancora con la “turca” e un panorama mozzafiato che si affaccia sulle montagne. Un edificio antico, con più di cento anni di storia, da cui in passato sono uscite legioni di operai specializzati destinati alle fabbriche del Nord. Ora, per la pausa pasquale, il silenzio regna sovrano e assoluto tra i corridoi deserti.

    Lezioni di saggezza in portineria

    I bidelli di questa scuola sono tutte vecchie conoscenze di Amedeo. Oggi è il Giovedì Santo, il giorno dei sepolcri, e il nostro protagonista è di guardia in portineria, pronto a rispondere al telefono o ad aprire il portone. Con gioia incontra il “bidello saggio”, colui che il 1° settembre sarà finalmente libero, raggiungendo la città serena della pensione. Il veterano, che lavora qui dal 1996, impartisce nuove lezioni di vita allo sprovveduto Amedeo: «Da un orecchio ti entra, dall’altro ti esce»… «Le bidelle vecchie sono furbe e hanno tutte voglia di comandare»… «Tutte le scuole sono uguali: dove vai vai, è la stessa cosa». L’ultima perla — «la collaboratrice scolastica è una vera rompiscatole con tanto di patente» — conclude la lezione magistrale.

    Amedeo, tra lo stanzino delle chiavi e il silenzio della portineria, cede al sonno del tedio.

    Il peso del tempo e il richiamo dello spirito

    Amedeo è di nuovo solo nello stanzino della portineria, un rettangolo con una scrivania color panna e una bacheca di legno colma di chiavi. Il telefono nero, costellato di pulsanti, riposa su una mensola di marmo. Sono passate quattro ore, ma l’apparecchio non ha squillato una sola volta. Amedeo inizia il suo solito colloquio con l’amico invisibile, senza accorgersi che una giovane collega lo sta fissando con la curiosità di uno psichiatra che analizza un caso clinico particolare.

    Abbandonato su una sedia a rotelle, il sonno del tedio profondo gli chiude le palpebre, lasciandolo in bilico. Mancano tre ore alla fine del turno. Stasera, alle 20:00, Amedeo parteciperà alla Commemorazione della morte di Gesù Cristo su invito di Ivano Farnese, Testimone di Geova da oltre vent’anni. Durante la cerimonia, i presenti vedranno passare di mano in mano due vassoi: uno con il vino rosso e l’altro con il pane azzimo, biscottato e senza lievito. Tra canti e preghiere, ascolterà il discorso sul sacrificio di Cristo, simbolo di un corpo senza peccato e di una speranza per un regno terrestre eterno. Un paradiso per sempre, proprio qui in Terra.

    Il silenzio dell’attesa: il vecchio telefono nero testimone del tempo vuoto.

    Un nuovo scopo all’orizzonte

    Intanto, però, l’inferno della noia lo tortura. Amedeo è stufo di fare il collaboratore scolastico, stanco di un mondo fatto di colleghi a volte viscidi o permalosi. Il ticchettio dell’orologio segna le tre del pomeriggio, spezzando il silenzio dell’istituto professionale. Ma c’è una luce: martedì, dopo Pasquetta, Amedeo incontrerà la responsabile di una cooperativa sociale. Vuole diventare volontario, occuparsi di handicap e agriturismo, rendersi utile per la collettività. È convinto che un pizzico d’altruismo renda la vita più viva ed entusiasmante, strappandola al vicolo stretto e corto dell’egoismo pigro e menefreghista.

    Il Mito della Caverna (e del Gel Igienizzante): L’Odissea di Gustavo

    I cambiamenti legati alla pandemia di Covid-19 hanno richiesto degli adeguamenti? Quali?

    Il Ritorno ad Atene (o quasi)

    I cambiamenti legati alla pandemia di Covid-19 hanno richiesto degli adeguamenti? Questa era la domanda che campeggiava sulla circolare ministeriale numero 442/bis, affissa nella bacheca del Liceo Classico “Socrate”. Il professor Gustavo Tentativo, titolare della cattedra di Storia e Filosofia, rilesse la frase sistemandosi gli occhiali sul naso adunco. Adeguamenti? Certo. Ma Gustavo non aveva calcolato che l’esecutore materiale di tali adeguamenti sarebbe stato Amedeo Triste, bidello precario da dodici anni, il cui unico scopo di vita sembrava essere la sistematica demolizione dell’autostima del corpo docente.

    Il liceo era cambiato. I corridoi, un tempo teatro di accesi dibattiti sui presocratici, erano ora solcati da inquietanti strisce di nastro adesivo giallo e nero. Frecce direzionali imponevano un moto perpetuo e insensato.

    Amedeo Triste, il cecchino della temperatura corporea all’ingresso del Liceo.


    Il Termoscanner e l’Esistenzialismo

    Il primo adeguamento era il controllo degli accessi. Amedeo stazionava all’ingresso principale fin dalle 7:30 del mattino.
    «Buongiorno, Amedeo. La temperatura mite di oggi ci ricorda l’eterno divenire di Eraclito, non trova?» esordì Gustavo, cercando di mantenere un contegno accademico.

    Amedeo non rispose. Sollevò il termoscanner e mirò dritto alla fronte del professore, a due millimetri dalla pelle. Il “BIP” risuonò nel silenzio dell’atrio.
    «36 e 4. Può passare. Ma prima le mani,» intimò il bidello, indicando una colonnina sputa-gel. Gustavo inserì le mani tremanti. Il dispenser, tarato male (volutamente da Amedeo, sospettava il professore), erogò una quantità di gel alcolico sufficiente a sgrassare il motore di un trattore. Gustavo passò la prima ora di lezione con le mani che odoravano di vodka economica e limone chimico.

    La Topografia del Terrore: I Percorsi Obbligati

    Il secondo, tragico adeguamento riguardava i percorsi obbligati. La scuola era stata divisa in “Area Rossa” (ingresso), “Area Gialla” (corridoi) e “Area Blu” (bagni). Per andare dall’aula 3B al bagno dei professori, la distanza in linea d’aria era di cinque metri. Ma il protocollo Covid, interpretato in modo draconiano da Amedeo, prevedeva il divieto assoluto di percorrere il corridoio in senso inverso.

    «Amedeo, la prego,» implorò Gustavo durante la ricreazione, incrociando le gambe. «Il bagno è lì. Lo vedo. Posso toccare la maniglia.»
    «Senso vietato, professore. Segua le frecce gialle,» rispose Amedeo, impassibile, lucidando il pavimento.

    Per raggiungere la toilette, Gustavo dovette scendere al piano terra, attraversare la palestra, uscire nel cortile interno, rientrare dall’ala laboratori, salire due rampe di scale ed entrare dall’altra parte del corridoio. Arrivò al bagno venti minuti dopo, in evidente stato di disidratazione e crisi mistica.

    L’Aerosol di Schopenhauer e il Ricambio d’Aria

    Ma l’adeguamento che portò i due alla guerra aperta fu il protocollo sull’aerazione dei locali. Regola aurea: finestre aperte per dieci minuti ogni ora. Era il 15 gennaio. Fuori c’erano due gradi sotto lo zero. Gustavo stava spiegando il pessimismo cosmico di Schopenhauer, un argomento che già di per sé non scalda i cuori.

    Senza bussare, Amedeo spalancò la porta della 3B. «Minuto 50. Ricambio d’aria!» annunciò. Con falcate ampie andò verso i finestroni a vasistas e li aprì tutti. Una bufera di vento gelido investì la classe. Gli appunti di filosofia volarono via come foglie autunnali.

    La gelida morsa del protocollo di aerazione: Schopenhauer a due gradi sotto zero.


    Epilogo: La Nuova Normalità

    Alla fine dell’anno scolastico, i cambiamenti avevano richiesto un prezzo altissimo. Gustavo aveva sviluppato un tic all’occhio destro ogni volta che sentiva l’odore di alcol isopropilico e aveva integrato il nastro segnaletico giallo e nero nelle sue spiegazioni sul labirinto del Minotauro.

    Amedeo, dal canto suo, aveva ottenuto il rinnovo del contratto. Le pandemie passano, i presidi cambiano, ma il potere assoluto di un bidello armato di termoscanner e planimetria dei percorsi obbligati è, come direbbe Gustavo, un imperativo categorico a cui nessuno può sottrarsi.

    I Rituali Mattutini di Gustavo Tentativo: Cronaca di un Risveglio Disastroso

    Quali sono i tuoi rituali mattutini? Com’è la prima ora della tua giornata?

    Ore 07:00: L’Alba della Negazione

    Gustavo non si sveglia: emerge. Emerge da un sonno profondo e privo di sogni con la stessa agilità di un palombaro a cui hanno appena staccato il tubo dell’ossigeno. Il primo rito mattutino in casa Tentativo non prevede yoga, meditazione o affermazioni positive, ma pura, cruda e brutale negazione.

    Tutto inizia con la sua nemesi: una sveglia digitale comprata a tre euro in un mercatino, che non emette un dolce suono zen, ma il trillo acuto di una sirena antiaerea. Il primo gesto della giornata è un colpo di karate alla cieca sul comodino. Un “tentativo”, per l’appunto, di zittire il mostro schiacciando il pulsante Snooze.

    Gustavo affronta valorosamente la sua nemesi quotidiana: la temibile sveglia delle 7:00.

    Ore 07:15: La Complessa Fase della Verticalizzazione

    Dopo il quinto Snooze, Gustavo capisce che il destino è ineluttabile e che la bolletta della luce non si pagherà da sola. Inizia il rito dell’abbandono delle coperte, un’operazione termodinamica estremamente complessa. Appoggia un piede a terra. Il pavimento è freddo come il cuore del suo ex capo.

    Il passaggio successivo è la caccia alla pantofola. Ne trova sistematicamente solo una. L’altra ha la straordinaria capacità di migrare sotto il letto durante la notte, probabilmente attraversando un portale interdimensionale. Inizia così il lento tragitto verso la cucina: zoppicando leggermente, arranca lungo il corridoio con la grazia innata di uno zombie al risveglio muscolare.

    Ore 07:30: L’Alchimia Esplosiva del Caffè

    La cucina è il vero campo di battaglia. Il rito della Moka richiede precisione chimica, ma Gustavo alle 7:30 ha le capacità motorie di un tricheco disidratato. Il caricamento della caffettiera è un terno al lotto: l’acqua supera allegramente la valvola di sicurezza e la polvere di caffè finisce per metà nel filtro e per metà sul piano cottura, sulle piastrelle e sui suoi pantaloni del pigiama a quadri.

    Accende il fornello e si appoggia al lavandino, fissando la caffettiera di metallo. È una silenziosa gara di sguardi. Chi cederà per primo?

    Il delicato e per nulla disastroso processo di estrazione del caffè mattutino.

    Ore 07:45: Il Verdetto dello Specchio

    Con la sua tazza di liquido nero in mano – che sa vagamente di bruciato e rassegnazione – Gustavo entra in bagno. Accende la spietata luce al neon sopra il lavandino. Ed ecco il rito conclusivo della sua prima ora: la dura e inesorabile accettazione.

    Guarda il suo riflesso. I capelli sfidano apertamente le leggi della gravità newtoniana. Le occhiaie, violacee e profonde, suggeriscono che abbia passato le ultime otto ore a estrarre carbone a mani nude in una miniera. Prende un sorso di caffè bollente, si scotta leggermente la lingua, e sospira guardandosi dritto negli occhi.

    “Anche oggi”, mormora al suo riflesso con un mezzo sorriso storto, “abbiamo fatto un eroico tentativo”.

    L’Unicità Umana tra Tic, Follia e… Monetine da un Centesimo

    Quali aspetti secondo te rendono una persona unica?

    Il prompt giornaliero di WordPress è: Quali aspetti rendono unica una persona?

    L’unicità è un mosaico di follia e resilienza nel caos quotidiano.

    Il suo carattere, i suoi tic e le sue fissazioni. Amedeo Triste è conosciuto come uno che parla da solo. Lo vedi che gira con il mocio in mano e parla, parla a voce alta con il suo amico invisibile. Il soliloquio è un chiaro segno di follia o un comportamento normale in questo nostro tempo frenetico e stressante? Il nostro bidello precario è in buona compagnia di tante persone uniche.

    La Sincerità al Cianuro di Nancy

    Prendiamo la sua collega: una bionda tinta, in sovrappeso e con un sorriso di plastica sfoderato ogni trenta secondi. Questo soggetto ha un carattere unico. Vuole che le porte delle aule siano tutte rigorosamente chiuse, una volta pulite. Il suo vero pregio, però, è l’amore per il denaro. Appena vede anche una monetina da un centesimo, si tuffa sul pavimento per agguantare quel prezioso bottino.

    Ieri lei e Amedeo stavano togliendo i cuscini del divanetto in aula insegnanti. Amedeo nota una moneta da 10 centesimi; la collega bionda agguanta la medesima con una velocità rapace da aquila reale. Come le brillavano gli occhi! Rideva di gioia pura per una monetina piccola di 10 centesimi.

    La caratteristica di Nancy è la sua “sincerità” e lealtà: è una persona affidabile come Giuda Iscariota lo fu per Gesù. Come tante colleghe di Amedeo, Nancy è una ficcanaso, pettegola, superba e buona come una pastiglia di cianuro. Una cosa è vera come il Santo Vangelo: se una vipera morde Nancy, l’incauto rettile muore avvelenato nel giro di cinque minuti.

    Francy e la Saggezza delle Bestie

    Un’altra bidella, collega di un Amedeo Triste sempre più malinconico, è Francy, la sdentata. Questo animale umano ha caratteristiche comuni a molti esemplari della razza Homo sapiens. La prima è un’ignoranza immensa come un pozzo artesiano. I libri per lei sono utili solo quando finisce la carta igienica: la carta di un tascabile è perfetta per nettare il sedere sporco di popò.

    Il suo sorriso è uno dei tratti unici di Francy: un sorriso a tre denti, gli altri ventinove sono spariti nel corso del tempo. Eppure, Francy ama gli animali. Nella sua casa in montagna ha undici gatti e un cane pastore tedesco; in più ha una famiglia di volpi e due cervi che vengono sempre a mangiare alla sua tavola. Le bestie, per Francy, sono migliori degli uomini. Amedeo concorda con la sentenza profonda della sua cara collega: “Sì, le bestie sono migliori di Francy e di tutta la razza superiore dell’uomo sapiens”.

    Luca: Tra Windows XP e la Storia del Crimine

    Un altro esemplare è Luca, l’assistente tecnico informatico. Questo soggetto è uno studioso del crimine organizzato. Conosce nei minimi dettagli la storia della Camorra, della Mafia, della Sacra Corona Unita e della ‘ndrangheta. Amedeo ascolta con piacere la storia di Raffaele Cutolo, ‘o professore. Una vera anima candida Raffaele Cutolo, che fondò una nuova associazione culturale: la “Nuova Camorra Organizzata”. Questo benefattore dell’umanità è scomparso il 17 febbraio del 2021.

    Luca ha in comune con Amedeo il soliloquio. Lo vedi che parlotta a voce pacata davanti al PC decrepito su cui ha installato Windows XP, un sistema operativo ormai obsoleto. Luca, forse, discute con se stesso sulla validità della legge dei collaboratori di giustizia.

    Il Difetto Fatale della Gentilezza

    Amedeo, oltre a essere un gran parlatore con se stesso, ha un tratto raro, un difetto ostinato: la gentilezza. Questo neo del suo carattere lo rende particolarmente vulnerabile nel mondo tossico del suo lavoro. La gentilezza è un vero difetto in qualsiasi ambiente lavorativo. Le persone lottano, vogliono fare carriera e dimostrare al mondo la propria unicità; quindi vedono nei colleghi dei rivali da sconfiggere senza pietà. Questi sono gli effetti nefasti dell’individualismo.

    Una società umana più felice sarebbe quella all’insegna della collaborazione. Una squadra unita e compatta nel mondo dello sport vince molti trofei; peccato che molti vogliano essere numeri uno a discredito degli altri. Gli aspetti unici delle persone di questo tempo sono l’apparenza, la visibilità, la superficialità, l’egoismo (tratto unico e inconfondibile di ogni uomo, di ogni secolo) e l’arroganza.

    Per concludere: l’unicità di una persona è il suo carattere, il suo comportamento abituale e le sue manie originali.

    A cosa daresti il tuo nome? (Tra sogni di carta e torte al cioccolato)

    Se potessi avere qualcosa che porta il tuo nome, cosa sarebbe?

    Un’eredità di marmo e un conto in banca

    Se potessi avere qualcosa che porta il tuo nome, cosa sarebbe? La prima cosa a cui si pensa, di solito, è la lapide al cimitero: “Qui giace Amedeo Cantastorie che visse sognando successo, ricchezza e gloria, e morì povero e dimenticato in un monolocale sperduto tra i monti nevosi.”

    Eppure, preferirei di gran lunga un bel conto bancario a mio nome con due milioni di euro. Ah, che bella vita con tutti quei soldi! Potrei continuare a dormire vicino alla mia gatta fino alle 11 del mattino e invece, puntuale alle 8, devo timbrare il badge del mio lavoraccio da schiavo.

    I dolci piaceri e i mattoni di carta

    Vorrei una torta panna e cioccolato con scritto il mio nome con inchiostro di cioccolato fondente. Un dolce intero dedicato a me, da trangugiare una fetta al giorno per cinque giorni.

    Ma la cosa che più desidero è un librone di mille pagine. Un mattone di carta e inchiostro, con una copertina molto colorata e con scritto sotto la voce “autore”, a caratteri cubitali: il mio nome. Un librone di racconti che narri le vicende tragicomiche di Amedeo Triste, Gustavo Tentativo e sua sorella Gertrude Tentativo.

    Il forno dei libri: un mestiere da eroi

    Vorrei avere una libreria con questa insegna: “Il forno dei libri di Amedeo Cantastorie”. La professione del libraio mi ha sempre affascinato. Sei un venditore e sui tuoi scaffali sta una merce pregiata che fa bene al cuore e al cervello. In Italia è un’impresa eroica fare il libraio, visto il numero sempre più piccolo di amanti della lettura. Meglio vendere smartphone e computer; con questi giocattoli il tuo negozio non fallisce e il tuo nome non si ritrova su una procedura fallimentare.

    La vera qualità a cui dare un nome

    Tuttavia, c’è una cosa sopra ogni altra. Vorrei che il mio nome fosse messo su una qualità importante: la sincerità. Vorrei che il mio nome fosse ricordato come quello di una persona onesta e veritiera. Un uomo pieno di difetti e vizi, ma vero e autentico.

    A voi la parola!

    E voi, cari lettori, cosa vorreste battezzare col vostro nome? Scrivetelo qui sotto nei commenti, vi leggerò con piacere e viva curiosità!

    Berlusconi: Il più grande comico (mancato) della storia d’Italia

    Cosa ti fa ridere?

    Prompt giornaliero di WordPress: “Cosa ti fa ridere?”

    Io adoravo un comico italiano che è scomparso nel giugno 2023. Era un vero giullare, mi metteva sempre di buon umore. Era una vera maschera comica, un Totò milanese abile nel raccontare le barzellette, soprattutto quelle spinte. Un ometto bassino che con le sue battute travolgenti mi faceva cadere a terra, ridendo in maniera sguaiata e forte.

    Un talento naturale per lo spettacolo

    Era un grande uomo di spettacolo. Un abile cabarettista, un vero maestro della risata. Un attore comico che conosceva alla perfezione il mondo della televisione e del cinema. Peccato che abbia voluto fare tutto nella vita. Sarebbe stato meglio se avesse fatto solo il comico. Invece ha voluto fare l’imprenditore edile. Poi ha voluto avere il suo canale televisivo e, non contento, ne ha voluti altri.

    L’editore, le fanciulle e il talent scout

    Questo grande comico era anche un amante dei libri e delle fanciulle in fiore. Con grandi abilità imprenditoriali ha comprato la più grande casa editrice italiana. Un uomo generoso che ha aiutato come un padre amorevole tante giovani ragazze a fare carriera nel difficile mondo dello spettacolo. Questo comico è stato un bravo talent scout di neo-attrici, vallette e presentatrici: tutte ragazze giovanissime e ricche di talento artistico.

    L’errore della “cosa pubblica”

    L’unico sbaglio che ha fatto questo barzellettiere milanese è stata la decisione di occuparsi della cosa pubblica. Lui, un uomo moderato e di sani principi cattolici, si è trovato contro un esercito di comunisti, brutti e cattivi, che hanno fatto di tutto per distruggerlo. I giudici rossi che l’hanno ingiustamente perseguitato con le inchieste giudiziarie e i processi.

    L’uomo del fare oltre la politica

    Io scherzo, ma sono sincero. Provo un caos disordinato di pensieri ed emozioni su Silvio Berlusconi. Molti lo dipingono come la causa di tutti i mali. Per me è stato un uomo del fare. Ha fatto tanti errori, forse troppi. Io non ho mai creduto nella politica italiana: chiunque, una volta eletto, trovandosi in Parlamento si trasforma. Il bene non sta a sinistra o a destra.

    L’incantatore di folle

    Mi ricordo che Silvio Berlusconi riusciva a catturare la mia attenzione quando parlava del suo programma per cambiare l’Italia. Era un grande oratore. I suoi discorsi mi entusiasmavano; mi davano la speranza di un cambiamento reale in Italia, soprattutto quando parlava di un milione di posti di lavoro o del famoso Contratto con gli italiani firmato da Bruno Vespa. Era credibile come uomo politico perché era un uomo che veniva dal mondo del lavoro.

    Un’eredità tra luci e ombre

    Silvio Berlusconi è stato un imprenditore abile e capace. I suoi nemici, invidiosi, dicono che non abbia nessun merito, che il suo successo derivi da altre fonti oscure, note e ignote. La verità intera non si saprà mai. Invece di scendere in politica nel 1994, Silvio poteva intraprendere la carriera di attore comico. Sono convinto che sarebbe diventato un attore divertente e brillante come Alberto Sordi. Rappresentava bene l’italiano medio, con i suoi tanti pregi e i suoi immancabili difetti e vizi.

    Io scherzo. Sarò impopolare, ma credo nel rispetto di tutti, soprattutto per le persone defunte. Sarà la storia a giudicare la figura poliedrica di Silvio Berlusconi. Nel bene e nel male, quest’uomo ha fatto la storia dell’Italia.


    Post scriptum: da quando è morto il Cavaliere, la politica italiana è diventata noiosa, pesante e per niente divertente. È meglio giocare a bocce che vedere un comizio politico.

    Il Grande Sogno di Gustavo: Diventare un Semaforo

    Quando avevi cinque anni, cosa volevi fare da grande?

    L’illuminazione all’asilo

    Quando avevi cinque anni, cosa volevi fare da grande? Se lo chiedevate ai compagni di classe di Gustavo Tentativo, le risposte erano noiose e prevedibili: l’astronauta, il pompiere, la principessa o, nei casi più audaci, il dinosauro. Ma Gustavo no. Gustavo era un bambino pragmatico, con una spiccata propensione per il controllo e un’insofferenza per il movimento fisico.

    Alla fatidica domanda, lui si alzava in piedi, si sistemava i pantaloncini e dichiarava con solennità: “Da grande, io farò il semaforo”.

    Non il vigile che dirige il traffico. Proprio il palo metallico con tre luci.

    Il trauma della maestra

    La Maestra Cettina pensò inizialmente a un difetto di pronuncia. “Forse intendi il tranviere, Gustavino?”.

    “No, maestra. Il semaforo. Voglio stare fermo a un incrocio e decidere la vita delle persone con il potere dei colori”.

    Il fascino di quella professione, nella mente di Gustavo, era innegabile. Nessuno osava disobbedire a un semaforo (tranne lo zio Franco, ma a lui avevano tolto la patente). Il semaforo aveva il potere assoluto. Rosso: il mondo si ferma, ansia, attesa. Verde: la vita riprende a scorrere. Giallo: panico puro, accelerazioni cardiopatiche, decisioni di vita o di morte in millisecondi. Era il lavoro perfetto per chi soffriva di manie di grandezza ma odiava sudare.

    Il piccolo Gustavo mentre esercita il suo potere sui compagni di classe imponendo il rosso per la fila del bagno.

    La dura realtà dell’età adulta

    Crescendo, la biologia fu crudele con Gustavo. Scoprì con orrore che un essere umano non poteva evolversi in una struttura di metallo e policarbonato. Non importava quante carote (arancioni), pomodori (rossi) e zucchine (verdi) mangiasse: la sua pelle non si illuminava.

    Tentò la via del compromesso. A vent’anni si iscrisse al concorso per vigili urbani, sperando di replicare l’ebbrezza del controllo stradale. Fu scartato al test psicologico quando dichiarò che il suo passatempo preferito sarebbe stato fischiare e far fermare le auto per il puro gusto di vederle in ritardo.

    Gustavo oggi, felice nel suo habitat naturale, mentre gioca con le luci e domina la situazione.

    Un compromesso luminoso

    Oggi Gustavo Tentativo ha quarant’anni. Non sta all’incrocio tra via Roma e viale Mazzini sotto la pioggia battente. Ha trovato la sua vocazione lavorando come tecnico delle luci in una discoteca di provincia.

    Dalla sua console, in alto e al buio, osserva la pista da ballo. Appena preme il pulsante rosso, tutti si fermano per la strobo. Con il verde, l’energia esplode. E quando accende le luci gialle di servizio… panico puro: la serata è finita.

    Forse non sarà un semaforo omologato dal Ministero dei Trasporti, ma in fondo, Gustavo sa di avercela fatta.

    L’enigma insoluto: perché non ci capiamo (quasi) mai

    Prompt giornaliero di WordPress: “Qual è una cosa che la maggior parte delle persone non comprende?”

    Che non ci comprendiamo, nonostante gli sforzi di comunicare in modo chiaro i nostri pensieri. Rimaniamo estranei agli altri per tutta la vita; gli altri rimangono un enigma insoluto “vita natural durante”. In fondo, anche noi stessi siamo un mistero per noi medesimi. “Conosci te stesso” è l’esortazione dei grandi pensatori della storia, eppure molti si sottopongono a lunghe psicoterapie solo per dare un volto concreto al proprio inconscio. Uno psicologo può essere utile per capire un pochino il nostro comportamento, le nostre credenze, i nostri valori e per elaborare i traumi infantili subiti da genitori magari pieni d’amore, ma “difettosi” dalla nascita.

    Il fango della corruzione umana

    La Bibbia dice che l’uomo è incline al male fin dal principio. Il peccato originale di Adamo — che per sete di conoscenza e potere agguantò il frutto proibito — è la causa dell’imperfezione umana. Forse l’unica cosa che capiamo davvero è che noi esseri umani siamo intrinsecamente egoisti; siamo “omini” impastati nella farina dell’egoismo puro. Molti benpensanti non riescono a vedere che il mondo intero è corrotto. Prendiamo il calcio italiano, piagato da Calciopoli e dalle scommesse. Ricordo ancora quando il Napoli perse un campionato che sembrava già vinto nelle ultime giornate, a favore del Milan di Berlusconi.

    Il baratto del corpo e del potere

    Gli scandali del mondo dello spettacolo non sono da meno. Se sei una giovane ragazza carina e sogni di diventare attrice o conduttrice, spesso ti fanno credere di non aver bisogno di talento. Basta una fellatio a un produttore o una sveltina con il presentatore e ti ritrovi in prima serata come valletta. Oppure reciti in un cinepanettone come “oca giuliva”, dimostrando così tutto il tuo “talento”. Pensiamo al terremoto che sta scuotendo Mediaset, alimentato dalle rivelazioni di Fabrizio Corona, il “paladino della verità” infuriato contro i potenti dopo la galera. Questo ennesimo scandalo rivela il vero volto del potere: chiunque ne abbia un briciolo lo userà per favorire se stesso, i propri cortigiani e per soddisfare la propria libidine.

    Da Davide a Clinton: la trappola della carne

    Il sesso è la pietra d’inciampo di tanti uomini potenti. Pensiamo a Bill Clinton e allo scandalo della Stanza Ovale, o a Berlusconi, amante delle “primizie” e del Bunga-Bunga. È una storia vecchia quanto il mondo. Il Re Davide, l’umile pastorello diventato potente, fa l’amore con Betsabea, mette incinta la moglie del suo fedele soldato Uria e poi cerca di nascondere l’adulterio. Quando non riesce a convincere Uria a dormire con la moglie, cosa fa il “fedele” Re Davide, tanto amato da Dio? Manda il soldato in prima linea per farlo uccidere dai nemici. E suo figlio Salomone, il re saggio per eccellenza, non è da meno: mille mogli e concubine con cui sfogare la sua sapienza lussuriosa, finendo per commettere adulterio spirituale e inchinandosi agli dei pagani.

    L’unica via: consenso e rispetto

    Quello che non comprendiamo è che il sesso e il potere, mischiati insieme, sono una miscela esplosiva che distrugge anche l’uomo più intelligente. Io non ho nessun potere. Odio con tutto me stesso qualsiasi forma di prepotenza. Adoro il sesso, non sono mai stato un puritano e mai mi convertirò alla castità: il sesso è una festa, un gioco bellissimo tra adulti maggiorenni e consenzienti. Ma odio chiunque usi la propria posizione per estorcere favori sessuali. Il consenso e il rispetto sono i due valori fondamentali per una società più giusta e felice. Questo, finalmente, dovremmo comprendere.

    Il Favoloso Mondo di Gustavo e l’Arte di Non Avere un’Opinione

    Qual è una cosa che la maggior parte delle persone non comprende?


    Un risveglio senza certezze

    Gustavo Tentativo era un uomo il cui cognome rappresentava una vera e propria profezia autoavverante. Ogni sua azione non era mai una conclusione, ma un mero, disperato approccio alla realtà. Quel martedì mattina, mentre spalmava burro su una fetta biscottata che inevitabilmente si sarebbe frantumata in mille pezzi, Gustavo ebbe un’epifania.

    La domanda del giorno sul suo blog preferito recitava: Qual è una cosa che la maggior parte delle persone non comprende?

    Gustavo fissò la marmellata di albicocche. La fisica quantistica? No, la gente finge di capirla dopo aver visto un film di Nolan. Il funzionamento del microonde? Troppo banale. Poi, il lampo di genio. La vera cosa che nessuno, ma proprio nessuno comprende nel ventunesimo secolo, è un concetto rivoluzionario e sovversivo: l’assoluta e pacifica libertà di non avere un’opinione su qualcosa.

    Entusiasta per questa rivelazione cosmica, Gustavo decise che per un giorno intero avrebbe abbracciato l’ignoranza serena.

    Il bar dello sport e della termodinamica

    Sceso in strada, entrò nel “Bar dello Sport e delle Certezze Assolute”, gestito da Mario, un uomo che possedeva lauree ad honorem conferite da se stesso in virologia, geopolitica, economia circolare e tattiche del 4-3-3.

    «Ciao Gustà!» tuonò Mario, asciugando vigorosamente una tazzina. «Hai sentito cosa ha detto ieri il Governatore della Banca Centrale sui tassi di interesse? Una follia! Tu che ne pensi dell’inflazione galoppante in rapporto al debito pubblico?»

    Gustavo fece un respiro profondo. Sentì l’adrenalina scorrergli nelle vene. Era il momento.
    «Sai Mario,» disse con un sorriso placido, «non ne ho la più pallida idea. E a dirla tutta, non ho alcuna opinione in merito.»

    Il bar calò in un silenzio tombale. Il macinino del caffè sembrò incepparsi. Un signore anziano con La Gazzetta dello Sport in mano fece cadere il suo pezzo di crostata.

    «Come… non hai un’opinione?» balbettò Mario, visibilmente scosso. «Tutti hanno un’opinione sui tassi d’interesse! È come non avere un’opinione su chi debba tirare i rigori!»

    «Eppure è così,» rispose Gustavo, addentando il cornetto. «È liberatorio. Dovresti provare. Un caffè macchiato, grazie.»

    Gustavo scopre che ammettere di non sapere qualcosa al bar è considerato un atto di terrorismo psicologico.

    Riunione aziendale: il trionfo del nulla

    Incoraggiato dal suo successo, Gustavo arrivò in ufficio. Lavorava presso la Fuffa&Co., un’azienda leader nel settore del “non si sa bene cosa, ma lo facciamo in modo Agile”.

    Alle 11:00 era prevista la temuta riunione di allineamento settimanale. Il CEO, un uomo che usava la parola “sinergia” anche per ordinare la pizza, proiettò una slide incomprensibile piena di frecce che puntavano verso il nulla cosmico.

    «Quindi, team,» disse il CEO, guardando tutti negli occhi, «come pensate che questa implementazione della blockchain possa impattare la nostra disruption sul mercato del B2B?»

    I colleghi iniziarono a sudare freddo, annuendo in modo compulsivo e mormorando frasi sconnesse come “assolutamente sì”, “dobbiamo scalare il business” e “pensiamo fuori dalla scatola”.
    Poi, il CEO puntò il dito verso Gustavo.
    «Tentativo! Tu sei silenzioso. Condividi con noi il tuo insight

    Gustavo si alzò in piedi. Si sistemò la giacca.
    «Direttore, signori colleghi,» esordì. «Ho riflettuto a fondo su questa slide. E la mia conclusione è che non ho minimamente capito cosa stiamo guardando, non ho alcuna opinione su questa blockchain e, onestamente, credo che nessuno in questa stanza sappia di cosa stiamo parlando.»

    Ci fu un sussulto. La responsabile delle Risorse Umane svenne dolcemente sulla fotocopiatrice. Il CEO rimase a bocca aperta, il puntatore laser tremolante nella sua mano.

    Alla Fuffa&Co., il coraggio di dire “non ho un’opinione” causa un crollo verticale della sinergia aziendale.

    L’epifania finale

    Mentre tornava a casa, licenziato ma felice, Gustavo capì una verità fondamentale. La cosa che la maggior parte delle persone non comprende è che il mondo andrebbe avanti lo stesso, e probabilmente con molto meno stress, se ogni tanto sostituissimo i dibattiti infervorati con un onesto: Boh, chi lo sa?

    La sera, aprendo la porta di casa, il suo gatto lo guardò con aria di sufficienza, come per chiedergli un parere sulla qualità del cibo in scatola appena servito.
    «Non guardami così, Silvestro,» sospirò Gustavo, accarezzandolo. «Non ho un’opinione nemmeno sui croccantini. Ma domani, ti prometto, farò un tentativo


    L’Ultimo Tango del Bidello: Sogni di Gloria e Realtà in Scopa e Paletta

    La tecnologia come ha modificato il tuo lavoro? Amedeo Triste lavora con scopa, paletta e mocio analogico. L’unica tecnologia che usa è l’app dove controlla le timbrature del suo badge bianco crema e le circolari digitali sulle decisioni del suo illuminato dirigente scolastico.

    Il peso della scopa e l’utopia del robot

    Speriamo che fra pochi anni venga introdotto nel mondo scolastico il bidello robot guidato dall’AI. Un collaboratore scolastico robot è la soluzione migliore per il bilancio deficitario della pubblica amministrazione. Il bidello robot non si mette mai in mutua. Il collaboratore scolastico umano, poverino, è di salute cagionevole. L’identikit del bidello è caratterizzato da ginocchia rotte, schiena a pezzi e febbre continua.

    Ci sono alcuni soggetti che si ammalano spesso il venerdì, colpiti da una malattia che li tiene inchiodati a casa minimo due settimane. Il lavoro del collaboratore scolastico è molto usurante. I bidelli sono soggetti ad ammalarsi spesso. Poveri meschini, sempre a contatto con virus letali che infestano le scuole pubbliche. Per diminuire il debito pubblico, il futuro governo di sinistra dovrà sostituire i fragili bidelli umani con robot efficienti, inattaccabili dai virus (ormai la Meloni ha i giorni contati per il suo governo di ferro. La vedo bene come dirigente scolastico. Farebbe sicuramente un buon lavoro nella scuola pubblica).

    Un sogno a colori in una scuola in bianco e nero

    Il corridoio è vuoto, un silenzio spettrale regna nella scuola superiore. Amedeo sogna di stare in un mega-store Mondadori, sta firmando le copie del suo romanzo dal titolo “L’ultimo tango di un bidello precario”. Una folla immensa di persone lo acclama. Una ragazza bionda con un viso chiazzato da lentiggini grida il suo nome.

    Il sogno a colori di Amedeo: gloria, libri e lettrici accanite.

    La ragazza è decisamente carina, con due occhioni verdi e una scollatura che copre a stento un seno prospero e florido, il corpo fasciato da un paio di fuseaux bianchi che lasciano trasparire un sedere armonico coperto da uno striminzito perizoma nero. Amedeo immagina già una notte selvaggia di letteratura e sesso animalesco con questa sua giovane fan.

    Il brusco risveglio tra adolescenti e formiche

    All’improvviso il drin drin drin ossessivo e forte della campanella suona forte e chiaro. Amedeo è ritornato nella sua scuola, deve correre a sorvegliare la porta dei bagni degli alunni maschi. È suonato l’intervallo, la bolgia infernale di adolescenti incazzati con la scuola è in ricreazione.

    Una pausa di 8 minuti, fatta di panini al salame, merendine e caffè del distributore automatico. I due gemelli pestiferi sono scappati sotto gli occhi del povero Amedeo, ancora addormentato, che sognava ancora il festino con la sua fan lettrice e gran figa di primo pelo. La realtà di Amedeo è grigia, peccato: il suo sogno era a colori vivi e tridimensionali.

    Il brusco ritorno alla realtà grigia: scopa, paletta e la sezione C.

    Una prof caruccia di lettere urla il suo nome: “Amedeo, una colonna di formiche ha invaso tutta la mia aula Sezione C, venga a scopare via quei disgustosi insetti!”. “Povere formiche” dice fra sé Amedeo. Armato di scopa e paletta, il nostro bidello diventa il boia di una numerosa colonna di formichine.

    L’Incredibile Odissea Digitale di Gustavo Tentativo: Come la Tecnologia ha Ridicolizzato la Mia Settimana Lavorativa

    La tecnologia come ha modificato il tuo lavoro?


    I Tempi d’Oro: Quando la Carta era Regina

    Ah, il buon vecchio tempo! Quando l’ufficio non era un santuario della tecnologia, ma un rifugio sereno di carta e inchiostro. Il mio lavoro, allora, era una sinfonia di suoni ritmici: il “clack-clack” della mia fidata macchina da scrivere Olivetti, il fruscio rilassante dei faldoni che scorrevano sugli scaffali, l’odore rassicurante della carta che si sposa con l’aroma del caffè.

    L’ufficio perfetto secondo Gustavo: carta, penna e la calma rassicurante della routine, prima che l’invadenza digitale cambiasse tutto.

    Ricordo ancora quando la mia unica preoccupazione “tecnologica” era assicurarmi di avere abbastanza nastro nero per l’Olivetti e che la cucitrice non si inceppasse. Era un tempo lento, ma prevedibile. Ogni documento aveva un peso fisico, ogni pratica era un oggetto tangibile che spostavo da una pila all’altra, con la soddisfazione di veder diminuire il lavoro.

    La comunicazione era semplice: alzavi la testa, facevi un cenno al collega due scrivanie più in là, o facevi una passeggiata fino all’ufficio accanto. Se volevi parlare con qualcuno che non era lì, c’era il telefono rotativo. Ti prendevi il tempo per comporre il numero, attendevi mentre lo squillo risuonava dall’altra parte, e se nessuno rispondeva… bene, semplicemente non erano disponibili. E va bene così. Non c’erano email che si accumulavano a tutte le ore, né notifiche che interrompevano il flusso del tuo pensiero ogni tre secondi. Il mondo del lavoro era un ecosistema ordinato e rilassato.

    L’ufficio era il regno della carta. Ogni sera, chiudevo il mio faldone e sapevo che il lavoro era finito. Le mie preoccupazioni non mi seguivano a casa, non c’erano smartphone che lampeggiavano sul comodino. La sera era mia. Mi sentivo un artigiano dell’amministrazione, con i miei strumenti e le mie procedure. Ma il cambiamento era nell’aria. Il futuro stava bussando alla mia porta, e non si trattava di un futuro pacifico.

    Il Cavallo di Troia Digitale: L’Arrivo del ‘Personal Computer’

    Ricordo il giorno esatto in cui il futuro ha fatto il suo ingresso trionfale. Era un mercoledì qualunque quando due tecnici del “settore informatico” sono arrivati con un furgone pieno di scatoloni. Il mio capo, il Cavalier Bianchi, era tutto eccitato. “Gustavo, ecco la rivoluzione! Ci porterà efficienza e modernità!” ha esclamato, come se ci stesse regalando la felicità in scatola.

    La “rivoluzione” era un mostro di plastica beige, rumoroso e ingombrante, che occupava la metà della mia scrivania. Il manuale era più spesso della mia Olivetti. Ma il peggio era lo schermo. Un cubo scuro con lettere verdi lampeggianti che ti guardava fisso, come un’intelligenza aliena pronta a conquistare il mondo. “Il tuo lavoro sarà molto più semplice, Gustavo! Tutto digitale!” mi ha assicurato il tecnico, mentre cercava di connettere un groviglio di cavi.

    I primi giorni sono stati un inferno. Dovevo imparare comandi strani: “copia”, “incolla”, “salva”. E se dimenticavo di salvare? Puff! Ore di lavoro sparite nel nulla, inghiottite da un’oscurità digitale. E la stampante? Un’altra sfida. Faceva più rumore di un cantiere e sputava fogli di carta che si inceppavano continuamente. Il mio lavoro calmo e ordinato era diventato una battaglia contro la macchina.

    Ricordo una volta in cui ho cercato di inviare un file a un collega. “Non devi stamparlo! Mandalo via email!” mi ha detto il capo. Ho passato mezz’ora a cercare di capire come allegare un file. E quando ci sono riuscito, ho ricevuto una risposta: “Il file è troppo grande! Invialo a pezzi!”. Ma il bello doveva ancora venire. La tecnologia non era finita.

    La Prigione del ‘Sempre Connesso’: Notifiche, Call e il Grande Malinteso

    I computer erano solo l’inizio. Poi sono arrivati gli smartphone. E con loro, la fine della pace. Improvvisamente, non ero più “lavorativamente libero” dopo le cinque. La mia vita lavorativa si è trasformata in un’orda di suoni e notifiche. “Gustavo, hai letto l’email?” mi chiedeva il capo alle dieci di sera. “No, capo, ero a cena con mia moglie.” E lui: “Ma non ti è arrivata la notifica?”. La notifica! Quel suono infernale che interrompeva la mia vita personale a tutte le ore.

    Il mio lavoro non era più limitato all’ufficio, era diventato un compagno di vita indesiderato. La comunicazione semplice e diretta del passato è stata sostituita da un labirinto di app di messaggistica: WhatsApp per i messaggi urgenti (o presunti tali), Slack per le comunicazioni formali (o quasi), Teams per le call… e Dio solo sa cos’altro.

    L’efficienza digitale secondo Gustavo: navigare tra notifiche, chat e call mentre si cerca disperatamente di capire dove sia finito il tasto ‘muto’.

    E poi, le call! Oh, le call! La tecnologia ha deciso che dovevamo vederci, anche se non eravamo insieme. “Facciamo una call per discutere il progetto!” esclamava il mio collega. Improvvisamente, mi trovavo a fissare una schermata di volti digitali, cercando di capire se ero in mute o se la mia connessione stava cadendo. “Mi sentite? Mi vedete?” era diventata la frase più comune della mia giornata.

    Ricordo una volta in cui, durante una call importante, il mio gatto è saltato sulla tastiera e ha inviato un messaggio di “mi piace” a un commento del capo… mentre io stavo cercando di spiegare perché non avevamo completato il progetto! E la gente si lamentava: “Sei troppo lento a rispondere!”. Ma stavo solo cercando di leggere le altre mille notifiche che ricevevo!

    La Grande Speranza (o la Nuova Minaccia?): L’Intelligenza Artificiale

    Come se non bastasse, è arrivata l’intelligenza artificiale. “Gustavo, l’IA ti aiuterà a scrivere i report!” mi ha detto il capo con un sorriso incoraggiante. “Non dovrai più preoccuparti dei dettagli! Basta darle i dati!” E così ho provato. Ho inserito i dati e ho premuto “invio”. L’IA ha prodotto un report… che sembrava scritto da un generatore automatico di parole chiave. Era grammaticalmente corretto, certo, ma mancava di anima, di contesto… e di senso.

    “L’analisi dei dati rivela una tendenza al rialzo, con un focus sulla performance dei KPI in termini di ROI e di engagement” diceva il report. Ma cosa voleva dire, in realtà? Ma il bello è stato quando ho chiesto all’IA di scrivermi un’email di scuse per il ritardo di un progetto. “Gentile Cliente, la presente per formulare formali scuse in merito al ritardo nella consegna del progetto ‘Alfa’. Siamo consci dell’incongruenza tra le tempistiche previste e quelle effettivamente riscontrate…”. Non ero io! Era un robot che parlava per me! E il cliente, ovviamente, si è arrabbiato ancora di più! “Cosa volete dire con ‘incongruenza’?! Avete ritardato, e basta!”.

    L’IA non mi aiuta, mi fa solo sentire più alienato. Non sono più io a decidere cosa scrivere, è una macchina che decide per me. Ma non si tratta solo di report. L’IA è ovunque! Nei sistemi di filtraggio delle email che nascondono le comunicazioni importanti, negli algoritmi che decidono quali progetti sono prioritari… e persino nei suggerimenti di completamento automatico che mi fanno dire cose che non voglio dire.

    Mi sento come un pilota che cerca di guidare un aereo mentre l’autopilota si ostina a portarmi altrove! E la tecnologia continua a evolversi! E io… io continuo a tentare di starle dietro. Ma forse, un giorno, riuscirò a trovare un equilibrio. O forse, semplicemente, mi arrenderò e tornerò alla mia Olivetti. Chi lo sa. Il futuro è imprevedibile… proprio come l’IA.